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pubblicato il 3 giugno 2009

L'accordo Magna-Opel non piace a tutti

VW parla di "conflitto d'interessi" e Confindustria di "logiche politiche"

L'accordo Magna-Opel non piace a tutti

"Questo matrimonio non s'ha da fare". Proprio come ne "I Promessi Sposi" i bravi dissero a don Abbondio, c'è chi al giorno d'oggi ha qualcosa da ridire sull'unione tra Magna e Opel. Il memorandum d'intesa che è stato annunciato lo scorso 30 maggio dal ministro delle finanze tedesco, Peter Steinbrück, ha sollevato diverse polemiche, sia nell'ambiente politico che industriale, anche se oggi la cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha detto che "l'intesa non è vincolante", aggiungendo che l'operazione presenta molti rischi.

Appresa la notizia, il Gruppo Volkswagen ha deciso di partire all'attacco perché ritiene che in quest'acquisizione esista "un conflitto di interessi". "Noi di Volkswagen seguiremo con estrema attenzione gli sviluppi" della vicenda, ha detto un portavoce del costruttore tedesco, sottolineando che per il salvataggio dell'ex controllata GM "vengono utilizzati in grande quantità i soldi dei contribuenti". "Speriamo che vengano realmente raggiunti risultati sostenibili e di successo", ha aggiunto.

In Italia, dove anche l'opinione pubblica si è appassionata alla vicenda per via del diretto coinvolgimento della Fiat, l'opposizione si è scagliata contro il governo per il suo mancato intervento ed oggi, invece, sono arrivate da Confindustria parole tutt'altro che lusinghiere nei confronti di chi interviene senza "logiche industriali". Secondo il presidente Emma Marcegaglia, le logiche tra Stati non devono entrare nella materia economica. "Dobbiamo riflettere sul rapporto tra Stato e mercato che uscirà da questa crisi - ha detto - Lo Stato deve fare cose precise e studiare nuove regole per limitare la crisi finanziaria, ma non deve passare l'idea che siano gli Stati a decidere le alleanze delle imprese", ha aggiunto, spiegando che per lei "il caso Opel è un caso significativo in cui non sono prevalse logiche legate a politiche industriali e al miglior piano industriale, ma in cui sono prevalse le logiche tra Stati e quelle legate alla campagna elettorale. Scelte che non porteranno ad avere imprese più competitive in Europa e a consolidare il settore".

Lo Stato, per Marcegaglia, "deve definire le regole, il campo di gioco, ma non deve entrare a gamba tesa nella logica delle imprese, altrimenti il rischio è quello che a pagare molto siano cittadini e imprese". Il mancato accordo tra Fiat e Opel non ha però scoraggiato Sergio Marchionne che continua ad essere descritto - anche dalla stampa estera - come colui che vuole "diventare un leader globale" nella produzione automobilistica. Scrive oggi il Financial Times che il numero uno del Lingotto è convinto che "nel post-crisi l'industria automobilistica sarà dominata da sei gruppi globali. Fiat con Chrysler è tra i primi sei produttori mondiali. Ma produce 2 milioni di vetture l'anno, rispetto ai 6 milioni di unità che il signor Marchionne considera necessarie per essere redditizie. Colmare il divario potrebbe essere difficile", ma un'alleanza - magari con il gruppo francese PSA - è possibile.

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