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Retrospettive

pubblicato il 22 marzo 2009

Fiat 126 - Maluch

La storia del "frullino" che motorizzò la Polonia

Fiat 126 - Maluch
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Quelli che se la ricordano sono sempre meno. Nelle città è diventata introvabile e i più giovani non la conoscono affatto. Chi ha ancora qualche rimembranza di lei, la bolla come la "poco degna" erede della 500. Ma lei, la Fiat 126 è molto più di quella che, a detta dei più superficiali, è un'insignificante scatoletta di lamiera. Nata nel 1972 dopo un periodo di sviluppo relativamente breve (le prime anticipazioni risalivano al 1969), la 126 era una diretta discendente della Nuova 500, dalla quale ereditava l'intera base meccanica con varie modifiche strutturali e un'estetica più razionale.

LA 126 IN ITALIA
La 126 potè così formalmente proporsi come erede della 500 con un design rigorosamente politically correct per il clima pesante dell'Italia di quegli anni. Le forme della 500 furono attualizzate mediante una mirabile opera di autentica "trasposizione estetica". Le rotondità tipiche del modello d'origine furono sostituite da spigoli e linee tese che regalarono anche una manciata di cm in più di "aria" all'abitacolo. Di livello il design del frontale che risultava, si anonimo, ma proporzionato, con un'ottima integrazione tra estetica e razionalizzazione produttiva: i gruppi ottici, seppur direttamente derivati dalla più grande 127, si inserivano perfettamente in un insieme in cui tutto era funzionale alle esigenze industriali, senza però risultare sgradevole all'occhio.

L'interno subì il medesimo trattamento: molta meno lamiera a vista, finiture migliori e design moderno. La nuova utilitaria torinese, seppure di origini modeste, venne sviluppata con grande attenzione per la sicurezza. Non a caso la Fiat presentò negli Stati Uniti, contestualmente all'esordio della 126, i prototipi ESV, tre modelli sperimentali derivati dalla 124, dalla 128 e dalla 126 e destinati ad un programma statunitense di ricerca sulla sicurezza in auto. Con la rispettiva ESV, la 126 di serie condivideva il serbatoio di carburante in posizione di sicurezza (posteriore-centrale), le barre anti-intrusione nelle portiere, la scocca rinforzata a livello dei passaruota anteriori e il piantone dello sterzo snodato, per limitare le intrusioni nell'abitacolo in caso d'urto.

Tuttavia, l'Italia - ma non solo - continuava ad amare la 500, con le sue curve e le sue proporzioni Anni '50 e digerì con poca voglia la nuova, razionale, vetturetta. Tale accoglimento sembrò quasi previsto dalla Fiat che le affiancò, in quello stesso Salone di Torino del '72, anche l'ennesima - ultima - versione della 500, la "R", dotata dello stesso bicilindrico "evoluto", con cilindrata portata a 594 cc, sempre raffreddato ad aria.

La 126 fu prodotta a Torino tra il 1972 e il 1985, subendo, tra varie versioni speciali, un aggiornamento nel 1977 (con motore portato a 652 cc) e uno nel 1983, quando ormai il modello era già cannibalizzato dalla Panda 30, che utilizzava lo stesso bicilindrico. Ma la 126 tenne duro e riuscì a conservare il proprio spazio anche a discapito della più piccola delle Panda, che successivamente fu obbligata a mollare la presa e a cederle il passo. Nel 1985, intanto, la produzione in Italia cessò e le nuove 126 vennero importate dalla Polonia e commercializzate come "Fiat 126 made by FSM". Nel 1987 l'ultimo importante aggiornamento: il bicilindrico raffreddato ad aria cedette il passo ad una nuova versione derivata: un 704 cc con disposizione a sogliola e raffreddato a liquido. Varie modifiche estetiche e alla scocca permisero di ottenere anche un piccolo bagagliaio posteriore, a cui si accedeva mediante un inedito portellone, mentre l'abitacolo divenne più accogliente: era la 126 Bis che resistette - tra mille critiche derivanti dall'impianto di raffreddamento poco efficiente - fino al 1992, quando cedette il posto alla Cinquecento.

La storia italiana della 126: una vetturetta onesta, importante e infaticabile, ma che non è mai riuscita nell'intento di scalzare la vecchia 500 dal cuore degli automobilisti.


LA 126 IN POLONIA
La Fiat negli anni '60 guardava con enorme interesse ai paesi dell'area sovietica con i quali promosse attività di collaborazione industriale a vari livelli. La russa AVTOVAZ nel 1968 avviò la produzione della 124, mentre la polacca FSO nello stesso anno s'apprestava a produrre la 125P, modello che ebbe poi uno sviluppo autonomo e sfociò nella Polonez, prodotta dal 1978 fino alla fine degli anni '90.

Tuttavia la Polonia richiedeva una vetturetta che potesse essere realmente di ampia diffusione. Gli studi (se tale può essere definita l'attività burocratico-industriale degli ex paesi del "blocco") giunsero agli anni '70 quando l'attenzione ricadde sulla moderna 127. Tuttavia l'eccessiva modernità - che ne facevano un modello complesso da industrializzare - fecero desistere la compagine tecnica italo-polacca che deviò sulla più modesta 126: ne avrebbero guadagnato gli utenti e il sistema produttivo.

La fabbrica polacca WSM, che produceva componenti, fu riconvertita alla produzione della 126 e con l'occasione le fu cambiato il nome in FSM. Due erano gli stabilimenti coinvolti: Tychy per la produzione di scocche e Bielsko Biala, dove avveniva l'assemblaggio. Il primo esemplare uscì dalle linee di produzione il 6 giugno del 1973 e fu subito successo. La distribuzione della vetturetta avveniva a livello centrale, secondo varie liste d'attesa. La 126 della Polonia filo-sovietica poteva essere acquistata da chiunque, mediante un particolare canale di vendita gestito dalla banca di stato: alla prenotazione veniva aperto un libretto di risparmio sul quale l'utente effettuava dei depositi per poter pagare la vettura alla consegna. Sul libretto maturavano interessi che, viste le liste d'attesa con tempi "pluriennali", si tramutavano in una discreta convenienza per l'utente.

Per i polacchi quella vetturetta era come la manna dal cielo, poco importava se per ottenerla si dovevano aspettare anni. La richiesta, infatti, era di molto superiore alla capacità produttiva della FSM che, tra il 1975 e il 1992 fece anche da "supporter" strategico - produttivo sia per la stessa Fiat sia per il governo polacco, esportando le proprie 126 in mezzo mondo (dai paesi occidentali a stati "amici" come la Cina e Cuba, con cui la Polonia instaurò rapporti di interscambio).

Dagli anni Novanta, uscita dai listini "occidentali" Fiat, la 126 polacca continuò imperterrita la sua strada. Aggiornata nelle finiture e nell'estetica, con la fiancata e la linea di cintura ridisegnate e con un abitacolo rivisto - dotato di una strumentazione simile a quella della Cinquecento Sporting, con tanto di contagiri - proseguì ad oltranza la sua permanenza sul mercato. Ma dalla Polonia, prima di questi importanti aggiornamenti, giunsero tra il 1978 e il 1981 vari prototipi di 126 a trazione anteriore (che non ebbero il supporto di Fiat, impegnata a promuovere lo sviluppo e la commercializzazione della Panda), una piccola fuoristrada, una familiare e un'interessantissima versione cabrio, segno di quanto il popolo - e l'intero apparato produttivo - di Varsavia amava questa scatoletta su quattro ruote.

La 126 P, che in patria ribattezzarono "maluch" - bambino - e che con lo stesso nome fu successivamente commercializzata, fu prodotta nelle linee polacche per ben 27 anni, fino al 2000, per un totale di oltre 3.300.000 unità, più del doppio rispetto alle omologhe prodotte in Italia (circa 1.350.000).

Tre milioni di 126 polacche, tre milioni di scatolette che significarono, per tanta gente d'Oltrecortina il primo, vero, spiraglio di libertà.

Autore: Salvatore Loiacono

Tag: Retrospettive , Fiat


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