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Retrospettive

pubblicato il 8 marzo 2009

Abarth 6000 Prototipo: uccisa nella culla

Avrebbe dovuto battagliare con Porsche 917, Ford GT40 e Ferrari P4

Abarth 6000 Prototipo: uccisa nella culla
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Correva il 1967 e il Costruttore torinese era già da tempo assurto al rango di mito (l'attività era iniziata già negli anni '40 con una collaborazione con Porsche e Cisitalia). Sarebbe ingiusto e irriverente definire Abarth un semplice tuner: era invece un autentico costruttore che iniziando dalle competizioni, scendeva la scala "gerarchica" dei titoli onorifici spettanti a un fabbricante di veicoli a quattro ruote (campione delle corse, costruttore di auto sportive, costruttore di utilitarie) fino a offrire auto stradali, kit di potenziamento e "accessori".

IL SOGNO
Nel 1965, all'età di 57 anni, Carlo Abarth aveva conquistato sul circuito di Monza il centesimo record per la Casa dello scorpione con una monoposto motorizzata con un 4 cilindri di 2 litri. Senza contare le innumerevoli vittorie conquistate nelle competizioni di tutto il mondo grazie all'attività di piloti ufficiali e piloti-clienti, imbattibili grazie alle piccole vetture torinesi di cilindrata minore: 750, 850 e 1000, ma anche 1.600 e 2.000 cc. Carlo Abarth, tuttavia, fin dai tempi della collaborazione con Cisitalia, sognava un motore grandioso, che sarebbe andato ad equipaggiare un'auto altrettanto grandiosa: un'unità motrice che fosse in grado di competere ai massimi livelli dell'automobilismo sportivo, contro le Ferrari Prototipo, le Ford GT40 e le Porsche 917 che animavano la più famosa ed eccitante serie sportiva dell'epoca, il Campionato Mondiale Marche. Tutti questi costruttori si scontravano a furia di centinaia di cavalli scatenati dai loro motori plurifrazionati da 8 o 12 cilindri con cilindrate fino a 7 litri (quelli del motore Ford). Abarth non avrebbe potuto essere da meno.

NASCE IL V12 ABARTH
Dopo mesi di studi febbrili, sul finire del febbraio 1967, il primo prototipo di questo motore era pronto per i primi collaudi al banco. Si trattava di un 12 cilindri con disposizione a V aperta a 120°, codice interno MC6000 - 240A. Aveva misure caratteristiche di 92 x 75 mm per una cilindrata complessiva di 5.982 cc. La distribuzione si articolava in due alberi a camme in testa per ogni bancata con due valvole per ogni cilindro. L'alimentazione era affidata a 4 carburatori triplo corpo Weber 40 IDA 3 CI. La potenza massima sprigionata era pari a ben 610 CV a 6.700 giri.
Di concerto, l'Abarth progettò il telaio, a tralicci di tubi, e la carrozzeria, di cui fu creata una maquette in legno naturale per una sua successiva esposizione alla stampa specializzata. La vettura era lunga 410 cm, larga 185, alta appena 103 cm e con un passo di 245. Il peso dichiarato, in assetto da pista era di 1.110 kg. Con la disposizione del motore, ovviamente in posizione centrale sul posteriore, proponeva forme piuttosto classiche e invero così estreme per un'Abarth, così facilmente associabile a una Fiat 500, una 600, una 750: muso piccolo e spiovente per schiacciare l'avantreno al suolo, coda larga e possente. La trazione era ovviamente posteriore, il cambio a 5 marce, l'impianto freni a 4 dischi. Teoricamente, una macchina simile avrebbe potuto sfondare i 300 km/h.
Secondo i programmi, l'Abarth 6000 Prototipo potuto partecipare ad alcune delle gare conclusive della stagione '67.

L'IMPREVISTO
Dopo la 24 Ore di Le Mans del 10 e 11 giugno '67 (vinta dalla Ford GT40 del team di Carroll Shelby e guidata da Dan Gurney e A.J. Foyt; la Ferrari subì un pesante smacco arrivando 2ª e 3ª con due Ferrari 330 P4 guidate da Scarfiotti-Parkes e Mairesse-Blaton) accadde l'irreparabile: le autorità sportive decisero di limitare la cilindrata delle vetture "prototipo" a 3 litri di cilindrata, decretando, di fatto, la cancellazione del progetto dell'Abarth 6000 senza alcune possibilità di recupero.

Così si leggeva nel comunicato ufficiale dell'Abarth per il Salone di Torino del '67 a proposito della vettura che non vide mai la luce: "tempo addietro la nostra Casa si impegnò a fondo per studiare e realizzare, sulla base del regolamento sportivo allora vigente in materia di prototipi, una vettura da competizione destinata alle gare internazionali di durata. E' noto che verso la metà del 1967, in spregio alla norma che prevede un minimo di preavviso all'entrata in vigore di modifiche al regolamento, il limite della cilindrata per vetture prototipo fu ridotto a 3.000 cc. Fu per noi una vera delusione; andavano perdute ore e ore di appassionata fatica senza parlare, poi, del danno materiale. Tanto più fummo spiacenti in quanto la costruzione era giunta a un punto molto avanzato. Nonostante la forzata sistemazione giudichiamo che alcune peculiarità e certe caratteristiche del motore siano davvero d'avanguardia; in coscienza speravamo di poterci presentare alla ribalta del 1968 con una macchina capace di far ben figurare i colori italiani nelle competizioni internazionali. Si trattava di una vettura con telaio tubolare e carrozzeria in poliestere, del cui motore alleghiamo una fotografia. E' un 12 cilindri a V, largo 120°, 5.982,3 cc, potenza 610 CV a 6.700 giri minuto".

Autore: Alvise Marco-Seno

Tag: Retrospettive , Abarth


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