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Tuning

pubblicato il 17 gennaio 2009

Reynard Inverter

Torna un nome storico delle corse, con una belvetta da 4G laterali

Reynard Inverter
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Se il nome Reynard non vi è nuovo significa che qualcosa di auto da corsa ne masticate, visto che la factory inglese fondata nel 1974 da Adrian Reynard ha sfornato per quasi trent'anni monoposto e sport prototipo vincenti, fino all'arrivo in Formula 1 con il team BAR. Se invece non avete mai sentito parlare di una Reynard stradale, non vuol dire che la vostra cultura automobilistica ha delle lacune, ma solo che non è mai esistita.

Dopo un silenzio che durava dal 2002, anno dello scioglimento della società, Adrian Reynard torna alla ribalta delle cronache automobilistiche annunciando la nascita della Reynard Inverter, sportiva stradale di scuola anglosassone, tutta leggerezza, potenza e gioia di guidare. Come da tradizione, la piccola sport inglese si può definire stradale solo perché ha un alloggiamento per la targa posteriore e un pizzico di fanaleria, mentre per il resto ripropone l'impianto progettuale tipico delle GT da competizione: leggero ma robusto telaio in tubi d'acciaio, aerodinamica carrozzeria in materiali compositi, due posti ridotti e un peso record di soli 400 chilogrammi in ordine di marcia. Per chi non avesse ben inteso il valore di una massa così ridotta, ricordiamo che la leggendaria Caterham Superlight R300 pesa 115 chili in più e che l'Ariel Atom supera la Inverter di 235 kg!

Ancor più spartana e leggera della già famosa Radical e, come questa, progettata per essere spinta da un propulsore motociclistico, la Inverter prende il proprio insolito nome dal fatto che i test svolti in galleria del vento hanno dimostrato che la sua aerodinamica e il carico aerodinamico pari a quattro volte il suo peso le permetterebbe di viaggiare a 160 km/h a testa in giù, su di un ipotetico circuito "sul soffitto". Questo piccolo mostro stradale è pensato per avere al posteriore un motore motociclistico, in particolar modo quelli della Honda Fireblade (175 CV) e della Suzuki Hayabusa (250 CV), ma con qualche modifica al telaio posteriore sarà possibile utilizzare anche motori d'automobile. Il cambio è un 6 marce sequenziale con bilancieri al volante, le gomme possono essere stradali o slick per scendere in pista e la velocità massima è di 241 km/h.

Non osiamo quasi immaginare il piacere fisico che potrà provare colui che si diletterà a stuzzicare col piede destro i 14.000 giri del Fireblade, avendo soprattutto chiaro che un rapporto potenza/peso di 360 CV/t (530 CV/t per l'Hayabusa) non è cosa da tutti i giorni. Impressionante è anche il valore massimo di G laterali che si possono sperimentare al volante della Inverter dotata di gomme Avon slick è pari a 4, un valore vicino a quello di una Formula 1. Una così bizzarra creatura di libera circolazione e omologabile probabilmente solo in Inghilterra nasce in realtà da un campionato inglese piuttosto noto, il Motor Club Bike Sports Championship riservato a prototipi dal motore motociclistico.

Per la pista sono previste ruote 8" x 13" davanti e 10" x 13" dietro, mentre la circolazione su strada avviene su cerchi ben più grandi, rispettivamente da 7" x 16" e 9" x 17". Scendendo nel dettaglio tecnico scopriamo che il telaio tubolare è sagomato con macchine a controllo numerico, saldato con metodo TIG (MIG nella versione di serie) e rinforzato con due pannelli laterali in sandwich d'alluminio laminati in Tegris per maggiore resistenza agli urti laterali. La trasmissione finale avviene tramite cinghia dentata collegata a un differenziale Quaife, mentre la retromarcia è fornita da un motore elettrico da 12v accoppiato alla frizione; la bassissima scocca a coda lunga può essere scelta in vetroresina o in fibra di carbonio.

Come ha dichiarato lo stesso Reynard durante la presentazione della Inverter nella prima settimana del 2009, la vettura è stata realizzata e progettata cercando di mantenere al minimo i "costi irrecuperabili" di sviluppo, quelli che spesso bloccano sul nascere la possibilità produttive di molte supercar. L'idea di fondo è quella di offrire una vettura efficace e vincente nei week-end in pista, in grado però di raggiungere autonomamente su strada il circuito di gara, proprio come avveniva nei tempi pionieristici del motorismo sportivo o nella tradizione dei "gentlemen driver".

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