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pubblicato il 6 dicembre 2008

GM e Chrysler, il fallimento è un'opzione

Le Case si sono rimesse al tavolo per la fusione, ma non escludono i libri in tribunale

GM e Chrysler, il fallimento è un'opzione

General Motors e Chrysler, torna l'accordo o per entrambe c'è il fallimento? Sono queste le voci che si rincorrono nei corridoi di Washington e Detroit e che vorrebbero le due Case di nuovo a un tavolo affinché la prima assorbisse parte della seconda e il resto (Jeep e Viper) venduto a qualche altre casa. Il tutto con l'aiuto dello stato federale e con un sospiro di sollievo da parte di Cerberus, la private equity che dell'auto già non ne può più a soli due anni dall'acquisizione .

Intanto Rick Wagoner (CEO di General Motors) in un'audizione avrebbe ammesso che la bancarotta è il piano B se gli aiuti non arrivassero dallo Stato federale, ma poche ore dopo questa ipotesi è bollata come "fantasia" da Kathryn Marinello, un membro del consiglio di amministrazione di GM, che difende Wagoner nonostante sia quello che in 8 anni ha annunciato 4 piani di salvataggio tutti falliti e GM abbia perso sotto la sua guida 73 miliardi di dollari dal 2004 ad oggi. Uno così sarà oggettivamente poco credibile quando chiederà a 1750 concessionari americani di chiudere mentre cerca di vendere Saab e Hummer e preme il pulsante che decreta lo spegnimento di Pontiac e Saturn, anche se ha promesso di non usare più il jet privato per muoversi ed è pronto ad accettare una paga simbolica di 1 dollaro all'anno. La mossa, tra le altre cose, non è nuova visto che Lee Iacocca fece lo stesso nel 1979 guidando il salvataggio di Chrysler al grido di "Buy American!".

Anche i presidenti e CEO di Ford e Chrysler, rispettivamente Alan Mullally e Bob Nardelli, fanno ammenda e si dicono pronti a lavorare un anno per 1 dollaro e a non utilizzare più i jet aziendali. Non un grande sacrificio per chi, come Mullally, nel 2007 ha dichiarato 21,7 milioni di dollari di compenso. Il CEO di Ford sarebbe anche quello che ha speso più di tutti per volare sull'aereo di casa, forse perché viene da Boeing e perdere certe abitudini è più difficile: 752.203 dollari contro i 256.793 spesi complessivamente da Wagoner, dal suo vice Bob Lutz e dal presidente Fritz Henderson. Mullaly, Nardelli e Wagoner hanno viaggiato 10 ore da Detroit a Washington in automobile per dimostrare la loro buona volontà.

Chrysler ha già incaricato più di un consulente specializzato in procedure di fallimento, ma questa è la prassi, fanno sapere gli esperti, soprattutto quando ti presenti di fronte allo Stato federale dicendo che per sopravvivere hai bisogno di 7 miliardi di dollari nel più breve tempo possibile per l'indispensabile perché i tuoi investitori non vogliono più mettere denaro in un'impresa che al momento è solo in perdita. Nel frattempo solo nel 2008 hanno chiuso 240 concessionari che vendono i prodotti di Auburn Hill e Nardelli fa sapere che altri 250 sono in pericolo, diretta conseguenza di una contrazione delle vendite negli USA nel 27,7% pari a oltre mezzo milione di pezzi in meno da gennaio a novembre. E poi c'è la strategia di uscita di Cerberus fatta essenzialmente da una doppia partita di giro: l'eventuale fusione con GM (al quale corrisponderebbe la cessione del restante 51% di GMAC, la finanziaria di GM già detenuto al 49% dalla private equità di New York) e per l'acquisizione del restante 19,9% da Daimler. Sempre che non ci sia il fallimento...

GM chiede 12 miliardi e una linea di credito per 6 miliardi dollari mentre la meno esosa sembra Ford che chiede unicamente una linea di credito per 9 miliardi di dollari per traghettare il passaggio industriale e produttivo verso una gamma di veicoli più piccoli, meno assetati e più ecologici. In tutto fanno 34 miliardi di dollari, ma il Congresso sembra intenzionato ad assicurare la copertura di queste azioni solo per 15 miliardi, meno della metà. La votazione è attesa per la prossima settimana, ma non sono esclusi colpi di scena.

Autore: Nicola Desiderio

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