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pubblicato il 4 novembre 2008

General Motors, Chrysler e Ford

Quale futuro per l'industria americana tra crisi e fine dell'era Bush

General Motors, Chrysler e Ford

Tra meno di 24 ore gli Stati Uniti d'America avranno un nuovo Presidente. Chiunque verrà scelto per sedere dietro quella scrivania nello Studio Ovale, che sia il democratico Barack Obama o il repubblicano John McCain, è certo che dovrà "fare i conti" con l'industria dell'auto, e non si tratta di una semplice espressione verbale, ma di un dato di fatto. I posti di lavoro di più di 3 milioni di americani dipendono da questo settore industriale, che ha chiuso il mese di ottobre con appena 10,56 milioni di auto vendute negli States, una quota che lo ha riportato ai minimi dal febbraio 1983. C'è bisogno di una svolta e il fatto che il 4 novembre è davvero un giorno molto atteso è dimostrato dall'affluenza da record alle urne: si stima che dei circa 213 milioni di cittadini aventi diritto al voto, il 64% esprimerà la propria preferenza e, se così fosse, sarà in termini assoluti la più alta partecipazione della storia americana. La voglia di cambiamento è molto forte.

Durante la campagna elettorale entrambi i candidati alla Casa Bianca hanno detto di essere pronti ad aiutare l'industria dell'auto e, a prescindere dal mantenimento di queste promesse, è molto probabile che il nuovo Presidente degli Stati Uniti si troverà subito di fronte ad una doppia richiesta: alzare il contributo di 25 miliardi di dollari stanziati dall'amministrazione Bush e riconsiderare la possibilità di versare 10 miliardi di dollari per la fusione tra i due colossi dell'auto, General Motors e Chrysler; un'ipotesi al momento rifiutata dall'esecutivo Bush.

Tuttavia, l'aiuto del governo, che avrà pesanti ripercussioni sociali e strategiche, sembra sempre più necessario per la sopravvivenza del settore. Secondo le stime di Automotive News, ogni posto di lavoro direttamente dipendente dall'industria dell'auto ne crea altri 4. Nessun'altra industria americana possiede questa significativa capacità di impatto. Il settore industriale più connesso all'automotive è quello dell'high tech, nonché quello della ricerca. Il contributo dei costruttori all'innovazione ha una portata talmente rilevante che può essere paragonato soltanto a quello dei governi: circa 18,5 milioni di dollari spesi ogni anno, l'85% dei quali circola nel Michigan, inutile quindi sottolinearne l'importanza per questo solo, singolo Stato americano.

"Se GM e Chrysler falliranno, l'America dovrà vedersela con un'enorme buco nero", ha detto Sean McAlinden, noto economista e vice presidente del Center for Automotive Research ad Ann Arbor. La situazione è tutt'altro che rosea per entrambi i colossi, vicini ad una fusione per salvarsi, così come anche per Ford, il terzo pilastro americano, che ha gravi difficoltà. Nell'ipotesi di un fallimento, oltre all'aggravarsi della crisi nel Michigan, si aprirebbero nuovi varchi alla concorrenza asiatica ed europea nel mercato nord americano, messo a dura prova dalla crisi finanziaria e dal crollo della domanda dei consumatori. Visti da vicino, la situazione attuale dei tre protagonisti appare la seguente.

GENERAL MOTORS
Anche se l'accordo con Chrysler sembra vicino, per GM la situazione si sta complicando giorno dopo giorno. La Casa Bianca ha escluso, almeno per il momento, la possibilità di aiutare con 10 miliardi di dollari la fusione tra i due colossi e GM, che continua a perdere un miliardo di dollari al mese, ha ormai abbandonato la speranza di una rivincita su Toyota, che le ha strappato il primato mondiale. Sulla convenienza del "matrimonio" con Chrysler, da cui nascerebbe un gigante senza rivali al mondo (almeno in termini di quote di mercato), gli analisti si sono divisi, ma ci si aspetta che, dopo le elezioni, le trattative prenderanno una piega decisiva. GM ha bisogno di una svolta. Solo per mantenere gli attuali volumi e le "normali" operazioni di sempre, le occorrono tra gli 11 e i 14 miliardi di dollari. Questo significa, per Automotive News, che potrebbero essere adottate delle misure "disperate" per far fronte al calo della domanda dei consumatori, che ad ottobre ha significato per il Gruppo un crollo nelle vendite statunitensi del 45%, il più alto dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.
"Nelle prossime sei settimane o un anno, molti modelli potrebbero essere cancellati", ha detto una fonte interna all'azienda. Al momento il gigante di Detroit starebbe lavorando sodo per confermare il debutto della Chevrolet Cruze, previsto per la fine del 2009, ma niente è certo, se non che la Chevrolet Volt e la Camaro sono "troppo importanti per essere cancellate", così come il debutto della Buick LaCrosse, previsto per il 2009. Intanto, General Motors ha messo in vendita l'ACDelco, la sua consociata di parti di primo equipaggiamento e post-vendita, come prevede il suo piano di dismissione, anche di altri asset, che dovrebbe contribuire ad attuare il piano di risparmio per 15 miliardi di dollari messo in atto dal suo presidente e Chief Operating Officer, Frederick A. Henderson con l'assistenza della banca d'affari Merril Lynch.

CHRYSLER
"Chrysler come la conosciamo noi oggi tra poco non esisterà più", aveva detto Kimberly Rodriguez, uno dei responsabili della Grant Thomton's. Stando alle previsioni di questo revisore, tra i più celebri del mondo, se l'accordo con GM venisse siglato, molte cose potrebbero cambiare: dei 26 modelli attuali ne resterebbero sul mercato appena 11; alle tre fabbriche di cui è stata già annunciata la chiusura, se ne aggiungerebbero altre 11; mentre i 5 mila licenziamenti salirebbero a quota 24 mila, tra operai e personale amministrativo.
Inoltre, il negoziato è stato reso ancora più complesso dalla brusca decisione di Carlos Ghosn, chief executive della Nissan - Renault, di interrompere le trattative per l'acquisto di una partecipazione nella terza industria di Detroit. Come riportato dall'importante quotidiano locale, Detroit News, se all'inizio della settimana scorsa sembrava che Ghosn puntasse a rivelare una parte del gruppo, in modo da garantirsi uno strumento di accesso nel mercato degli Stati Uniti, ora tutto è svanito e Chrysler continua a perdere in volumi di vendita, soprattutto in America. Solo ad ottobre ha chiuso con un -35%.

FORD
In un contesto duramente colpito dalla crisi, Ford appare il costruttore che versa in condizioni meno drammatiche, ma non di certo positive: ad ottobre le vendite negli USA sono calate del 30,2%. Alan Mulally, CEO di Ford, intervistato da Automotive News, ha confermato che per risollevare l'azienda proseguirà con il downsizing della gamma. "Anche se il prezzo del petrolio dovesse scendere ancora, quello dei carburanti resterà comunque alto e gli automobilisti vorranno sempre di più auto a basso consumo", ha detto.
La priorità di Ford, adesso, è quella di lanciare in Nord America la nuova Fiesta. Dopo di lei, spetterà alla Focus farsi conoscere negli States e non è escluso che anche la più piccola di Casa, la neo debuttante in Europa Ka, possa sbarcare al di là dell'Atlantico. Tuttavia, anche se il piano d'attacco di Ford, è ben preciso, la sua liquidità, fino ad ora migliore rispetto alla concorrenza connazionale, sta diminuendo rapidamente. Inoltre, la vendita delle auto è in calo, tanto che alla fine di giugno Ford ha perso 8,7 miliardi di dollari. Il compito della strategia downsizing sarà proprio quello di risollevare questa situazione, ma sui volumi di vendita del 2009 Mulally non si è sbilanciato e non ha potuto promettere che per quella data Ford ritornerà agli alti profitti di un tempo.

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Tag: Mercato , Ford , auto americane , detroit , new york , VIP , dall'estero


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