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pubblicato il 23 ottobre 2017

Tesla, cosa sta succedendo tra licenziamenti e bilanci in rosso

La creatura di Elon Musk alle prese con i problemi di una vera casa automobilistica. E tra poco arrivano le concorrenti vere…

Tesla, cosa sta succedendo tra licenziamenti e bilanci in rosso
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Tesla ha licenziato tra le 400 e le 700 persone la scorsa settimana e tra questi ci sono tute blue, colletti bianchi e persino ingegneri e personale di vendita. La notizia è trapelata attraverso uno dei licenziati, un addetto alla produzione dello stabilimento di Fremont, il quale ha affermato che sono almeno 60 i compagni di reparto lasciati a casa dal costruttore californiano di auto elettriche. Ma non è tutto qui. Le notizie su Tesla in questi giorni si susseguono. Da ultimo c'è l'accordo per costruire una fabbrica a Shanghai che stando al Wall Street Journal, che riporta per primo l'indiscrezione, potrebbe portare ad un taglio netto dei costi di produzione, ma anche ad una tassa del 25% fissata sugli import. Insomma il presente è denso di avvenimenti e per questo vale la pena riassumere il quadro.

Non chiamateli licenziamenti

Interpellata a proposito dei locenziamenti, Tesla ha risposto che si tratta di una risoluzione legata alle performance sul lavoro: in altre parole costoro non renderebbero abbastanza rispetto al totale di 33mila persone e l’azienda sarebbe in piena salute, come sarebbe dimostrato l’elenco di oltre 2mila posizioni da ricoprire, una quindicina delle quali riguardano proprio l’Italia e anche la nuova sede di Padova, la terza nel nostro paese. Questo però non solleva le ombre sulle politiche che Tesla mette in atto verso i propri lavoratori dimostrata nei mesi scorsi dalla resistenza opposta all’ingresso dei sindacati nell’impianto di Fremont e alle polemiche sui livelli di sicurezza su uno stabilimento che, nei piani dell’azienda, dovrebbe raggiungere una capacità produttiva di mezzo milione di unità entro il 2018.

Model 3 con il contagocce

La notizia arriva proprio mentre ci sono evidenti rallentamenti nelle consegne della nuova Model 3: sulle circa 25mila Tesla prodotte nel terzo trimestre, solo 260 unità riguardano l’ultima nata e 220 consegnate sulle 1.500 previste. Decisamente poco considerando le promesse di Elon Musk nei mesi scorsi (l’84% in meno), pochissimo rispetto alle circa 450mila prenotazioni per le quali il tycoon con tre passaporti (sudafricano, canadese e statunitense) ha intascato mille dollari cadauna. Ci sarebbero problemi produttivi che riguardano l’assemblaggio dei pannelli esterni tanto che gli operai starebbero operando a mano in attesa dei necessari aggiustamenti ai macchinari. Forse non succedeva neppure con la Roadster.

Ogni promessa è credito

Non è la prima volta che Tesla porta ritardo sui tempi promessi. L’ultima volta accadde con la Model X per colpa delle porte ad ala di falco, la cui complessità fece gettare la spugna al fornitore preposto che l’azienda americana non ha esitato a portare in tribunale. Più recentemente, il 3% dei crossover elettrici sono stati richiamati per controllare il fissaggio dei sedili mentre l’aprile scorso erano state 53mila tra X ed S a subire la stessa sorte per il freno di stazionamento. Al successo della Model 3 è inoltre legato quello della cosiddetta Gigafactory, l’immenso impianto di produzione che Musk ha realizzato in Nevada per produrre entro il 2020 batterie per una capacità complessiva annua di 50 GWh, abbastanza per almeno per quel mezzo milione di auto elettriche che Musk intende fare a Fremont.

Una borsa piena e una vuota

Tali notizie hanno ovviamente avuto un riflesso sul pilastro principale del business case Tesla, ovvero la sua capitalizzazione in borsa che, con il titolo poco sotto i 351 dollari dopo aver superato i 362 e il cui valore è cresciuto nell’ultima anno dell’83% e di ben 10 volte rispetto al 2013 quando neppure superava i 35, è pari a 60 miliardi, una cifra che secondo molti la rende l’azienda automobilistica più potente al mondo dal punto di vista finanziario nonostante i conti non siano mai stati in nero. Nel 2015 il passivo era di 885 milioni di dollari, nel 2016 si sono ridotti a 330, anche se fatturato e flusso di cassa sono – a detta di Tesla – aumentati considerevolmente e gli investimenti maggiori sono alle spalle, rimane il fatto che molti giudicano la “venture” Tesla ampiamente sopravvalutata. Insomma: per una borsa che scoppia ce n’è una che è sempre vuota.

Alimentare il mito del futuro

Qualcuno parla apertamente di bolla finanziaria, gonfiata grazie all’abile comunicazione di Elon Musk contraddistinta da continui rilanci sui destini non solo di Tesla, ma di tutti gli altri business come SpaceX che promette viaggi su Marte entro il 2025, di Solar City – accorpata a Tesla lo scorso anno con un’operazione assai criticata – e OpenAI senza contare il progetto Hyperloop, un treno che viaggia a 1.200 km/h all’interno di un tubo ad aria compressa. C’è poi lo storico da re mida dell’ineffabile Elon, capace di trasformare i 28mila dollari prestati dal padre in Zip2, un’azienda di software venduta 4 anni dopo a 341 milioni dei quali 10 investiti successivamente in X.com, quella che sarebbe diventata PayPal, venduta ad eBay per 1,5 miliardi. Può succedere solo in America e nella Silicon Valley, dove l’incrocio tra denaro, tecnologia e idee creano gas nobili che, al momento opportuno, quelli bravi sanno riportare allo stato liquido.

È l’industria bellezza

Stavolta però la questione è differente perché Tesla e il suo mentore, abilissimi in operazioni finanziarie e di comunicazione, si trovano avere a che fare con la dura realtà, intesa non solo come difficoltà, ma come materia e metallo da trasformare, ovvero la produzione, con i suoi processi da costruire, affinare e migliorare, e tutte le logiche industriali. Finora Musk ha potuto agire subordinando queste logiche alle sue, che sono quelle di un capitano di ventura della Silicon Valley dove le possibilità finanziarie sono immense, ma anche le volontà di realizzo hanno scadenze brevi. La sua bravura è stata quella di mediare tra la realtà interna della sua azienda, che non può non avere le difficoltà date da un business complicatissimo come quello dell’automobile quando vuole uscire dalle dimensioni della nicchia, e quella dei mercati ai cui levrieri ha offerto lepri sempre più veloci da inseguire.

Fine della beata solitudine

Musk però ora si trova ad un bivio: uscire dalla logica della start-up che vende 100 o mille volte il suo valore iniziale dopo qualche anno e affrontare tutti i nodi correlati ad una casa automobilistica vera. Il diktat non arriva solo dalle viscere di un organismo sempre più complesso, ma dalla realtà circostante che ha iniziato a muoversi: Audi, BMW, Jaguar Land Rover, Mercedes e Porsche hanno in canna le loro auto elettriche, il cui arrivo è previsto dal 2019, con il vantaggio che provengono da pistole d’oro tenute con mani ferme da realtà industriali solidissime, capaci anche per questo di raggiungere volumi ed economie di scala con velocità assai maggiore e di offrire ai clienti alternative più che valide a ciò che prima alternative non aveva. Tutto questo, ovviamente, non sfuggirà ad analisti ed investitori con potenziali conseguenze sulla capitalizzazione e sul credito rappresentato dall’attesa di un successo che, al momento di esplodere, vede spegnere la miccia.

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Tag: Mercato , Tesla , produzione


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