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Retrospettive

pubblicato il 10 settembre 2017

Suzuki Jimny, altro che “SUV mania”

Fuoristrada vero, anche se piccolo, nasce molto prima degli Sport Utility e, ancora oggi, rimane fedele all'originale

Suzuki Jimny, altro che “SUV mania”
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Ci sono oggetti industriali che vanno oltre il fine per il quale sono progettati. Il Suzuki Jimny è uno di questi, perché non è solo il mezzo di trasporto con le più grandi capacità offroad nel minimo ingombro possibile, ma è anche una filosofia, industriale e di vita. Industriale perché testimonia la dedizione del marchio alla trazione integrale e al fuoristrada. Di vita perché solo i giapponesi, o quasi, potrebbero conservare sul mercato, con così tanta caparbietà, un modello come questo, con queste caratteristiche. Ovviamente, visto che nessuno vuole lavorare in perdita, i suoi utili il Jimny li genera di sicuro, ma altre aziende avrebbero probabilmente conservato solo il nome, qualche tratto stilistico, ma avrebbero puntato già da tempo su una formula molto più attuale, con una base meccanica “civile”, non da offroad dura e pura, per allargare il numero di potenziali clienti. Insomma, se non fosse giapponese, il Jimny sarebbe con tutta probabilità un crossover a due ruote motrici, con la finitura della plancia in tinta con la carrozzeria e lo spoiler posteriore da granturismo. Invece eccolo qua, ancora uguale a sé stesso - con tutto quello che serve ovviamente per ottenere le omologazioni attuali - e tutto da raccontare.

Il concetto di Kei car applicato al 4x4

Suzuki è nota in Giappone, fino agli anni Sessanta, come specialista delle Kei car, macchine di dimensioni particolarmente ridotte che godono di incentivi fiscali, elargiti dal Governo nipponico per cercare di ridurre la congestione delle sue affollatissime città. Finita la Seconda Guerra Mondiale, sull’onda del dilagare del fenomeno fuoristrada (Jeep Willis, Land Rover, Toyota Land Cruiser e Nissan Patrol), Suzuki decide di adeguarsi alla tendenza, ma a modo suo: in scala ridotta.

Nasce con motore a due tempi

Sì avete letto bene, e anzi, tenetevi forte perché anche la cilindrata ha del clamoroso: 359cc. I cilindri sono due e il raffreddamento è ad aria, per 21 CV. Numeri che oggi stanno quasi stretti a una moto da cross, nel 1970 sono quelli di un fuoristrada, leggero (620 kg circa), ma pur sempre tale. Si chiama LJ10 (Light Jeep 10, appunto) sui mercati internazionali mentre internamente ha un altro nome: Jimny. L’LJ10 non nasce però da un progetto Suzuki, bensì HopeStar, e originariamente si chiama ON360. La piccola azienda viene poi assorbita, a fine anni Sessanta, da Suzuki, che dall’LJ10 ricava una storia lunghissima. Tornando un attimo all’HopeStar, viene lanciato nell’aprile del 1968: è un due posti molto rude, senza portiere e privo di tetto, dotato di motore Mitsubishi e di una trasmissione, integrale inseribile, molto robusta. L’ON360 è un mezzo fallimento e HopeStar cede i diritti a Suzuki, che apporta fondamentalmente tre modifiche: 6 CV in più al motore, un piccolo sedile in aggiunta dietro al guidatore e, per far rimanere l’auto nell’ingombro da Kei car, sposta la ruota di scorta dal portellone e dietro il sedile del passeggero. Tanto basta per farne un successo, anche se inizialmente solo in patria.

Si evolve fino al 1977

Due innovazioni molto importanti arrivano nel 1972: il raffreddamento a liquido e la versione con guida a sinistra, segnale chiaro dell’intenzione di esportare. Cosa che puntualmente accade nel 1975 con la presentazione dell’LJ50, dotato di motore tre cilindri da 539cc di cilindrata e 33 CV di potenza, capace di 97 km/h di velocità massima. Nel 1977 arriva la versione finale della prima generazione di Jimny, la LJ80. Il motore è un 4 cilindri 4 tempi, con albero a camme in testa, 800cc di cilindrata per 41 CV di potenza. Importanti modifiche vengono apportate alla trasmissione, per rendere molto più confortevole la guida su asfalto. Resterà in commercio fino al 1981, anno di lancio della seconda generazione

Dal 1981 è un modello globale

E’ ancora una Kei car, ma è tutta un’altra macchina: la SJ30 del 1981 nasce su una base completamente nuova, che fa diminuire il peso nonostante la larghezza aumenti. Il motore? Ce ne sono due: 550 e 650 cc, entrambi a 3 cilindri. La versione d’esportazione è però la Jimny 1000 del 1982, con motore da un litro di cilindrata e 45 CV di potenza, derivato da quello dell’LJ80. Uno dei motivi del successo del modello è senza dubbio la sua carrozzeria da clima vacanziero, ovvero da “pick-up cabriolet”; su alcuni mercati non manca comunque la versione pick-up vera e propria. Curioso il fatto che il Jimny cambi nome - o quasi - su ogni mercato nel quale viene venduto. Ecco alcuni esempi: Samurai in Europa, Sierra in Spagna, Potohar in Pakistan, Caribian in Tailandia, Katana in Indonesia, Drover (con marchio Holedn) in Australia) e Gypsy, marchio Maruti, in India. Numerosi sono anche gli stabilimenti, sparsi in tutto il mondo, dal quale il Jimny esce: Giappone, Colombia, Spagna, Pakistan e altri ancora. Ecco perché, da questo momento in poi, non esiste “una storia” del Jimny, ma tante, tantissime storie, ognuna adattata e plasmata dal luogo nel quale si sviluppa, per andare incontro alle esigenze di clienti molto diversi tra loro. Si arriva così al 1997, al Salone di Tokyo, dove viene presentata la terza generazione del Jimny: si tratta del modello ancora in vendita (ovviamente aggiornato nel corso dei vent’anni trascorsi), orgogliosamente diverso dai SUV/crossover sviluppati sulle linee guida degli uffici marketing.

 

Scheda Versione

Suzuki Jimny
Nome
Jimny
Anno
1998 (restyling del 2012)
Tipo
Normale
Segmento
utilitarie
Carrozzeria
Fuoristrada
Porte
3 porte
Motore
normale
Prezzo
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Tag: Retrospettive , Suzuki , auto giapponesi , auto storiche


Listino Suzuki Jimny

Allestimento Trazione Alim. CV Cil. Posti Prezzo
Jimny 1.3 VVT Street 4WD 3p 4x4 benzina 85 1.3 4 € 19.900

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