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pubblicato il 27 aprile 2017

Internet e auto: clienti preparati, aziende "rimandate"

Una ricerca conferma che gli automobilisti sono sempre più digitali, mentre le imprese non lo sono ancora abbastanza

Internet e auto: clienti preparati, aziende "rimandate"

Il settore auto è molto importante per l’economia italiana in termini di occupazione, contributo al PIL e capacità di innovazione tecnologica ma, strutturalmente, presenta debolezze croniche: da un lato avrebbe bisogno di diversi interventi normativi e fiscali che potrebbero aiutarlo a decollare velocemente; dall’altro le aziende hanno ancora difficoltà ad adattarsi alle esigenze dei clienti che sono sempre più preparati e digitali. Durante il Rimini Off Road Show, tra l’altro, sono stati presentati i risultati di due ricerche che affrontano proprio questi temi: l’Osservatorio sulle imprese della mobilità, con un focus sull’Emilia-Romagna, a cura di Format Research; e lo studio di AlixPartner su “Mercato e ambiente” (che ha confermato la prossima "morte" del diesel, qui i dettagli). La prima ricerca, presentata direttamente da Daniele Serio, Direttore di Format Reserch, si riferisce al secondo semestre 2016 e ha dato indicazioni interessanti su cinque ambiti ben precisi: la struttura delle imprese, la demografia delle imprese, la fiducia e la congiuntura, la domanda e l’offerta di credito, le competenze e le risorse umane. Il quadro ricorda tanto uno di quelli di Escher: bianco e nero con simmetrie ipnotizzanti. Rivenditori ancorati al passato, consumatori orientati al futuro e in mezzo un labirinto bancario e un sentiment che danno ancora poco spazio agli investimenti.

Clienti digitali e aziende con personale non preparato alle tendenze in corso

I clienti sono sempre più digitali, una tendenza di cui vi avevamo cominciato a dare notizia già anni fa (qui un articolo del 2012). Quando si deve cambiare auto i consumatori si documentano autonomamente e spesso lo fanno online. Ma dall’altro lato della filiera cosa trovano? I risultati della ricerca parlano chiaro: il 58,2% dei rivenditori punta prevalentemente su canali e modalità tradizionali, l’8,4% punta su canali prevalentemente digitali e il 33,5% punta su entrambi i canali. In realtà il 75,3% dei rivenditori non si sono dotati di personale specificatamente dedicato ai nuovi approcci di vendita e comunque quelli più attenti alle nuove tendenze sono principalmente i rivenditori di dimensioni più grandi e operativi nelle regioni del nord. Un’ampia maggioranza, il 63%, si rende conto del fatto che sia molto importante disporre di specialisti di vendita orientati alle nuove tecnologie digitali ma, dalla ricerca risulta che circa il 93% delle imprese non ha incrementato il proprio organico negli ultimi 12 mesi: di queste oltre il 40% ne avrebbe avuto bisogno ma ha spesso rinunciato proprio a causa della scarsa presenza di personale qualificato sul mercato. Se poi si pensa al sito web però, più dell’80% delle aziende si rende conto di quanto sia importante averne uno in cui sia facile reperire le informazioni e chiaro.

Un settore frammentato che investe poco

Canali tradizionali, addetti non ancora adeguati, ma siti web eccezionali: questo è il quadro di un settore che ha una struttura piuttosto frammentata. In Italia esistono circa 130.000 imprese operative nel comparto della mobilità che rappresentano circa il 4% della totalità delle imprese italiane e possono essere divise in due macro gruppi: l’80% sono riparatori, il restante 20% sono rivenditori, da questi ultimi però deriva ben l’83% del valore aggiunto creato sul mercato. La distribuzione geografica è piuttosto eterogenea: il 27% nel Nord Ovest, il 18% nel Nord Est, il 19% nel centro e il 36% nel Sud e nelle Isole. Con riferimento al clima di fiducia, il sentiment delle imprese dell’automotive è in leggera crescita rispetto alla prima parte dell’anno, con un outlook di sostanziale stabilità anche se non si registra un vero e proprio decollo della fiducia. Il numero degli addetti risulta piuttosto stabile con una situazione di stagnazione prevalentemente per gli operatori del centro e del sud. Anche la situazione lato credito è abbastanza positiva: circa il 20% delle imprese del comparto ha fatto domanda di credito nella seconda parte del 2016 (in calo rispetto al primo semestre) e il 35% ha visto accolta la propria richiesta per un ammontare pari o superiore rispetto a quanto chiesto. La motivazione principale che spinge le imprese dell’automotive a chiedere credito è per esigenze di liquidità e cassa (circa il 74%), sta aumentando anche la quota di coloro che hanno in programma investimenti ma è ancora bassa (circa il 15%).

Automotive: un limone da spremere

Durante l’incontro a Rimini, organizzato da Federmotorizzazione e Confcommercio Imprese per l’Italia di Rimini, Simonpaolo Buongiardino, Presidente di Federmotorizzazione-Confcommercio, ha puntato i riflettori su quello che si potrebbe fare concretamente per aiutare un settore che, anche se ha visto un notevole miglioramento nell’ultimo periodo, è ancora lontano da quel boom che potrebbe raggiungere. Ad esempio si potrebbero fare interventi tesi a armonizzare l’IPT che, ad esempio, è diversa tra diverse regioni e cannibalizza le immatricolazioni. Ancora si potrebbero risolvere i problemi dell’IVA sull’usato, eliminare il doppio registro automobilistico di PRA e Motorizzazione, o ancora si potrebbero inserire misure strutturali come i bonus fiscali presenti per mobili ed elettrodomestici, senza parlare dell’opportunità di abolire il superbollo, che ha distrutto tutto un comparto (qui vi spieghiamo perché conviene a tutti toglierlo). Insomma tante idee che potrebbero favorire un settore che ha numeri enormi per l’Italia, come ricorda anche Pierluigi Bonora nel suo: “Il diavolo non ha quattro ruote”, un libro che si legge molto velocemente, dedicato alla difesa dell’auto che sempre più è passata da simbolo di libertà a capro espiatorio da vietare e tassare. Basti pensare al carico fiscale complessivo gravante sulla motorizzazione italiana che, nel 2015 è arrivato a 71,9 miliardi di euro, una percentuale sul gettito complessivo pari al 16% e la percentuale sul PIL del 4,4%, contro una media europea del 3,4%.

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Tag: Attualità , statistiche


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