dalla Home

Retrospettive

pubblicato il 5 febbraio 2017

Alboreto, vent'anni fa vinceva la 24 Ore di Le Mans

Storia di un grande uomo, prima che ottimo pilota e vice-campione del mondo con la Ferrari

Alboreto, vent'anni fa vinceva la 24 Ore di Le Mans
Galleria fotografica - Michele Alboreto, storia dell'uomo e del pilotaGalleria fotografica - Michele Alboreto, storia dell'uomo e del pilota
  • Michele Alboreto, storia dell\'uomo e del pilota - anteprima 1
  • Michele Alboreto, storia dell\'uomo e del pilota - anteprima 2
  • Michele Alboreto, storia dell\'uomo e del pilota - anteprima 3
  • Michele Alboreto, storia dell\'uomo e del pilota - anteprima 4
  • Michele Alboreto, storia dell\'uomo e del pilota - anteprima 5
  • Michele Alboreto, storia dell\'uomo e del pilota - anteprima 6

Vent’anni fa, una delle sue più grandi soddisfazioni agonistiche: la vittoria alla 24 Ore di Le Mans con la TWR motorizzata Porsche e gestita dal team Joest. Un successo che vale una carriera, ma che Alboreto non celebra troppo. Non è nel suo stile farlo. Attenzione: non perché non sappia godere delle cose belle che gli succedono nella vita, ma perché in fondo sa che si tratta solo di una gara automobilistica. La vita vera per lui è altro. E’ la sua famiglia, sua moglie e le sue due figlie, e non a caso chi lo ha conosciuto di persona lo ricorda prima di tutto come un papà scrupoloso. Solo, molto più veloce di altri quando si mette al volante di un’auto da corsa: Alboreto è un’automobilista rispettosissimo del Codice della Strada, cosa che non accomuna tutti i piloti, anzi. Gli accade anche di essere fermato, ma solo perché la Ferrari F40 che sta guidando attira la curiosità dei poliziotti, che infatti poi gli chiedono di fare un giro e, soprattutto, di schiacciare quel gas che lui non si azzarda a stuzzicare troppo.

L’automobile, che passione

Prima che dai risultati sportivi - pur di assoluto rilievo - ottenuti nella sua lunghissima carriera, l’uomo Alboreto lo si capisce nel ruolo di collaudatore per le riviste specializzate, quando ha a che fare con auto “normali” e con persone “normali”, non con le star e tutto il mondo fantastico della F1. Un ex pilota di F1 impegnato nell’Endurance con la barchetta più veloce del mondo (l’Audi R8), in quanto tale, è abituato a guidare il meglio, non ha certo bisogno di provare le auto di serie - magari anche sportive - per divertirsi. Ma se c’è di mezzo la passione, allora tutto è possibile. E’ possibile per esempio che accetti la chiamata di Quattroruote e di Auto Oggi (settimanale dedicato alle auto di serie, chiuso nel 2009) per dare il proprio parere tecnico su alcuni modelli di produzione. Ovviamente, Alboreto accetta il ruolo come suo solito: con umiltà e gentilezza. Spesso impegnato per test e gare in giro per il mondo, si rende disponibile a rispondere al telefono in ogni momento del giorno e della notte, per chiarire i dubbi del giornalista che ha la fortuna di lavorare insieme a lui. Il tutto, senza mai sottrarsi a qualche chiacchiera da vero appassionato su automobili del presente e del passato.

Una passione che diventa un lavoro

Il successo più grande di Michele Alboreto, famiglia a parte, è quello di fare della propria passione per le automobili un lavoro. E non senza sacrifici, perché alle spalle non ha una famiglia che può esaudire i sogni di un ragazzo che di mestiere vuole fare il piota. Così il ragazzo si mette al lavoro in prima persona, insieme al fratello e ad alcuni amici, e la macchina da corsa se la mette a posto da solo: una monoposto per correre nella Formula Monza nel 1977, comprata ovviamente usata. Inutile dire che, nonostante la dedizione, le prestazioni della vettura non sono all’altezza di quelle dei rivali. Riesce comunque a mettersi in luce e a trovare un sedile in Formula Italia per la stagione 1978. Da lì, l’ascesa. Nel 1979 è già in F3, categoria in cui nel 1980 vince l’Europeo. Risultato di prestigio che gli consente di essere notato da Cesare Fiorio, che lo inserisce nel programma sportivo Lancia: corre dunque alcune gare nel Campionato del Mondo Sport Prototipi.

Pilota veloce e molto tecnico

Dopo ottimi risultati a ruote scoperte e a ruote coperte, il grande salto in F.1 con la Tyrrel. Il debutto avviene a Imola nel 1981 e con la scuderia inglese rimarrà fino alla fine del 1983, cogliendo due vittorie nonostante la competitività della sua monoposto sia solo discreta; ad Alboreto tutti riconoscono, oltre alla velocità naturale, una grande sensibilità tecnica, che gli permette di raccontare fin nei dettagli cosa va e cosa no agli ingegneri. Nel 1984, la svolta: viene scelto da Enzo Ferrari in persona. Nonostante le aspettative di inizio stagione sono molto alte, la realtà si dimostra ben diversa: la 126 C4 non solo offre prestazioni altalenanti e molto legate alla tipologia di pista, ma è anche molto fragile e costringe troppo spesso al ritiro i suoi piloti. Il 1985 rappresenta la grande occasione per Alboreto, per la Ferrari e, più in generale, per la vittoria di un pilota italiano al volante di una monoposto italiana. La prima parte di stagione sembra andare per il meglio e Alboreto, dopo il secondo posto in Portogallo (colto sotto al diluvio), è in testa al campionato. Non accadeva a un italiano dal 1958. Peccato però che per la fine della stagione la Ferrari decide di cambiare il motore della monoposto: il risultato sono cinque ritiri in altrettanti GP. E il mondiale lo vince Alain Prost su McLaren. Polemiche? Zero, confermando ancora una volta il suo grande spessore umano. Nel 1985 Alboreto coglie anche la sua ultima vittoria, nonostante la sua carriera in F1 continui addirittura fino al 1994; fino al termine della stagione 1988 è un pilota del Cavallino, poi torna alla Tyrrell e successivamente corre per Larrousse, Arrows, Scuderia Italia e Minardi.

Grande professionista, va forte a ruote coperte e scoperte

Finita l’esperienza in F1, la passione di Alboreto per le corse e per le auto continua. Nel 1995 corre qualche gara nel DTM con l’Alfa Romeo 155, corre nel campionato endurance americano IMSA e, nel 1996, persino la 500 Miglia di Indianapolis, chiudendola al quarto posto. Nel 1997, in equipaggio con Stefan Johansson e Tom Kristensen, vince la 24 Ore di Le Mans. Nel 1999 diventa pilota Audi (sempre tramite il team Joest) e, nel 2001, ottiene la sua ultima vittoria della carriera: la 12 Ore di Sebring con Capello e Aiello. Piccolo aneddoto: Alboreto è anche appassionato di moto, ha un’Harley-Davidson, ma ligio alle regole imposte da Audi non la tocca più, nel momento in cui firma il contratto con i tedeschi.

L’ultima gara con una Lamborghini Diablo e un progetto per aiutare i giovani

Pochi giorni prima di quel maledetto 25 aprile 2001, che sulla pista del Lausitzring si è portato via Michele Alboreto mentre collaudava la Audi per Le Mans (a causa di un problema a un pneumatico), Michele Alboreto è a Monza per correre una gara minore con una Lamborghini Diablo. Obiettivo: divertirsi. Questo era Alboreto. Anzi, era molto di più: era uomo che pensava anche al futuro del suo sport e dei piloti italiani. Ecco perché, da membro CSAI, si era messo in testa di far tornare il sistema Italia a investire sui più giovani, creando un progetto strutturato che potesse permettere di allevare talenti e fornire continuità. Cosa che purtroppo non si è mai realizzata e rispetto alla quale il solo Antonio Giovinazzi, terzo pilota Ferrari per il 2017, rappresenta una bella (e speriamo concreta) eccezione.

Autore:

Tag: Retrospettive , anniversari , formula 1 , le mans , piloti


Top