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pubblicato il 13 gennaio 2017

Trump, un bene o un male per l'auto americana?

Il presidente eletto non crede nell’elettrico, pensa all’etanolo e vuole introdurre dazi per le auto prodotte in Messico

Trump, un bene o un male per l'auto americana?

Che cosa farà la nuova amministrazione del presidente eletto degli Stati Uniti d'America, Donald Trump, per l'Automobile? Non è ancora chiaro, ma le sue parole hanno già fatto discutere e – con ogni probabilità – già creato alcuni effetti. I punti caldi sono essenzialmente tre: la localizzazione della produzione, lo sviluppo delle nuove tecnologie e la tassazione.

La ricetta salvifica di Obama

L'industria automobilistica negli USA va bene, come non accadeva da molto tempo. La crisi del 2008 è stata risolta brillantemente dall'amministrazione Obama con un investimento di 79,7 miliardi di dollari dei quali 70,4 sono tornati direttamente a casa, un risultato eccellente per un investimento pubblico che, per di più, ha salvato almeno 2 costruttori, tutelato 7,5 milioni di lavoratori e creato altri 650mila posti di lavoro. Le vendita sono risalite da 10 milioni a oltre 17,5 milioni e la produzione è più che raddoppiata passando da meno di 6 milioni a oltre 12 milioni. L'amministrazione Obama aveva inoltre promesso 4 miliardi per lo sviluppo dell'auto a guida autonoma e la creazione di una rete di ricarica rapida per l'auto elettrica a fronte di un robusto piano di incentivazione per le vendite e a norme ambiziose sulla riduzione dei consumi. Il dollaro debole aveva favorito ulteriormente la produzione interna, ma non ha fermato la delocalizzazione verso il Messico, parte integrante del cosiddetto NAFTA che comprende anche il Canada.

I dazi non ci sono, ma già spaventano

Che cosa rimarrà di tutto questo con Trump? Molti giurano che l'auto elettrica subirà un rallentamento, che ci sarà una deregolamentazione su consumi ed emissioni e un abbassamento delle tasse per i costruttori per dare ulteriormente competitività al sistema produttivo e stimolo alla domanda. Accanto a questo, Trump ha minacciato di applicare dazi del 35% alle merci che provengono dal Messico e, tra queste, c'è ovviamente l'automobile. Di più, il presidente eletto ha puntato il dito su alcuni costruttori come Ford. E – caso strano – a Dearborn hanno cancellato un investimento di 1,6 miliardi preferendo invece spendere 700 milioni su Flat Rock. I vertici della casa hanno voluto precisare che una retromarcia del genere non è correlata alla presa di posizione di Trump, ma è chiaro che la lingua batte dove il dente duole.

Nessuno si sente escluso

E ce l'anno messa anche chi non era stato chiamato in causa, almeno all'inizio, come Toyota, in predicato di spostare parte della produzione relativa alla Corolla dagli USA al paese confinante verso Sud. Il maggiore costruttore estero si è sentito in dovere di snocciolare allora tutti i numeri della propria presenza facendo sapere che il nuovo stabilimento messicano sarebbe stato incrementale e non sostitutivo inoltre Akio Toyoda ha annunciato un investimento di 10 miliardi nel prossimo quinquennio, un'enormità se si considera che in tutti gli anni passati di presenza delle Tre Ellissi in Nordamerica, sono stati spesi 21,9 miliardi. Allo stesso modo, Trump si è detto compiaciuto dell'intenzione di Sergio Marchionne di investire 1 miliardo creando 2mila nuovi posti di lavoro, ma anche da FCA hanno fatto sapere che non hanno avuto pressioni da Trump per preferire gli Usa a Messico o Canada.

I bombardamenti con i tweet

L'unica casa che era rimasta fuori da questo ludibrio attraverso Twitter era la General Motors e la cosa era sembrata abbastanza sospetta per un motivo ben preciso. Il presidente e Ceo Mary Barra fa infatti parte del panel di consulenti sull'economia che Trump sta costruendo e che si riunirà per la prima volta in febbraio. Alla fine però il tweet è arrivato anche per GM, che vuole spostare la produzione della Cruze in Messico dove già assembla una parte consistente dei suoi truck oltre al fatto che nel 2014 ha annunciato un piano di 5 miliardi per il potenziamento dell'apparato produttivo nel paese centroamericano. Ma a temere di più un dazio nei confronti del Messico dovrebbe essere la Nissan, che vi produce oltre 800mila unità all'anno e, per di più, a bassa redditività mentre avrebbe minore impatto sulle Audi Q5 che viene prodotta a San Jose Chiapa e sulle Infiniti e Mercedes che verranno fuori dal nuovo impianto di Aguascalientes tra la fine del 2017 e il 2018.

E intanto il Messico trema

È chiaro che un dazio del 35% potrebbe cambiare i listini, ma soprattutto il tessuto economico del Messico dove nel 2015 sono state prodotte quasi 3,6 milioni di unità, tra auto e mezzi commerciali. E le conseguenze economiche potrebbero riguardare anche altro. Trump infatti sembra essere un estimatore dell'etanolo, un carburante di origine vegetale che ha il pregio di ridurre l'impatto sulla CO2, ma di far schizzare in alto i prezzi delle materie prime come il granturco che è, tra parentesi, uno degli elementi base della dieta dei messicani e di altri paesi dell'America Latina. Tale circostanza si era verificata prima della crisi del 2008 e, tra i sostenitori del biocarburante, c'era anche un certo Rick Wagoneer, ultimo presidente di GM prima del fallimento e che, secondo gli analisti, ha fatto perdere alla propria azienda circa 80 miliardi di dollari, la cifra spesa dal Tesoro americano per rimettere a posto l'industria automobilistica domestica.

Gli annunci che creano incertezza

Si delinea dunque un quadro di incertezza di fronte a cambiamenti potenzialmente dirompenti e anticiclici rispetto ai trend attuali. Bisognerà davvero vedere se, dopo i lampi e tuoni scagliati da Trump, ci sarà davvero la pioggia dei dazi verso chi farà scelte “antiamericane”. Gli analisti e insider del settore, anche guardando alle persone delle quali si sta circondando il presidente eletto per fare le sue scelte, pensano che alla fine prevarranno la ragionevolezza e il pragmatismo, ma ammettono che atteggiamenti e dichiarazioni fatti di recente aumentano l'incertezza con ricadute anche su titoli azionari e previsioni di vendita. Bisogna dunque vedere se la cosiddetta “moral suasion” avrà il sopravvento su una politica che, solo con le parole, è riuscita già a smuovere le acque e i venti.

Autore: Nicola Desiderio

Tag: Mercato , auto americane , dall'estero , dalla rete , produzione


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