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pubblicato il 25 novembre 2016

Motore diesel: il “prepensionamento” parte dagli USA

Volkswagen non ne venderà più in America, Mercedes potrebbe fare altrettanto. Con conseguenze anche in Europa

Motore diesel: il “prepensionamento” parte dagli USA

Per il diesel potrebbe essere iniziato il conto alla rovescia verso la pensione. Il condizionale è d’obbligo perché, a minacce di questa portata, il motore ad accensione spontanea è abituato almeno dagli anni Ottanta. Questa volta però la questione pare essere decisamente più seria, perché gli attacchi arrivano da ogni parte: dai marchi che storicamente ci hanno creduto di più e dalle istituzioni nazionali e locali un po' in tutto il mondo, per esempio Francia, UK, USA (o almeno in alcuni suoi Stati, come la California). Ma andiamo con ordine. Una brutta aria, per il diesel, tira da un po’ di tempo, da prima dello scoppio del Dieselgate nel settembre del 2015: le cose hanno iniziato a farsi difficili quando si è capito che le polveri sottili sono dannose, e molto, per la salute umana. Da lì, magari “cavalcando” tematiche molto utili in fase elettorale, candidati politici di ogni colore e in ogni angolo del mondo hanno annunciato la propria crociata contro il propulsore a gasolio.

Dieselgate: la causa scatenante, ma non l’unica

Poi, certo, il caso delle emissioni falsate (sui NOx, peraltro, quindi su qualcosa di ignoto ai più, fino a quel momento) da parte del Gruppo Volkswagen ha fornito un assist incredibile a chi nel diesel ha sempre visto un nemico da sconfiggere, al punto che proprio Volkswagen, che in questa tecnologia ha investito tantissimo, contribuendo a portarla a un livello incredibile di prestazioni, efficienza e comfort, adesso la sta abbandonando: l'annuncio ufficiale è di ieri. Negli USA, certo, ma anche in Europa: nel corso della presentazione del restyling della Golf VII, così come nel materiale stampa ad esso dedicato, le parole “diesel”, “turbodiesel” e “TDI” brillano per la loro assenza. La cosa ha dell’incredibile - apparentemente - se si pensa che non solo nel listino le unità a gasolio sono ancora tante, ma che anche nelle vendite riscuotono ancora una percentuale di gradimento molto alta. Questa strategia di comunicazione diventa immediatamente più comprensibile se invece si tiene conto del fatto che il danno d’immagine (ed economico) per il Gruppo tedesco è stato fortissimo e che l’esigenza di guardare al futuro viene prima di tutto. Un futuro che non può che essere elettrificato (ibride plug-in con motori a benzina) ed elettrico al 100%, ma che per diventare realtà ha bisogno di forti investimenti, soldi che sono stati dirottati dal diesel all’elettrico (qui tutte le news sul Dieselgate).

Mercedes: un altro “pioniere” potrebbe cambiare idea

Uno dei primi marchi a credere con convinzione nel diesel sulle automobili è stato Mercedes, ma come Volkswagen potrebbe decidere di ritirarlo dal mercato USA. Un primo “indizio” è il ritardo di Classe C e GLC a gasolio sul mercato americano: dovevano arrivare a inizio 2016, si dice che arriveranno a metà del prossimo anno. Se mai arriveranno, visto che c’è chi ha qualche dubbio in merito. Perché? Una risposta ufficiale non esiste (il che non stupisce, visto che la Casa di Stoccarda ha appena lanciato una nuova famiglia di motori), di sicuro però i motori a gasolio rappresentano l’1,2% delle Mercedes vendute negli USA, il che potrebbe essere una valida motivazione, per la Stella, per smettere di insistere su una tecnologia che gli americani non hanno mai amato e che potrebbe non essere una buona vetrina (al di là dei suoi meriti o demeriti effettivi) per l’immagine del marchio, anzi…

Il colpo definitivo potrebbero darlo le istituzioni

I top manager delle Case automobilistiche, non è un mistero, hanno il numero di telefono dei rappresentanti dei governi degli Stati nei quali operano (o dove comunque hanno stabilimenti): si consultano ed esercitano potere di lobby (inteso non per forza con accezione negativa, come siamo abituati a interpretarlo in Italia), influenzandone le decisioni. Talvolta, come accade in Francia, lo Stato è addirittura azionista delle aziende automobilistiche nazionali; eppure, proprio lì, il sindaco di Parigi ha “tuonato” che vuole vietare le auto a gasolio entro il 2020. Non va meglio a Londra, dove l’amministrazione comunale ha già introdotto una tassazione specifica e, in futuro, potrebbe vietare del tutto i diesel. Insomma, se il doppio filo tra Case auto e Governi funziona come dovrebbe funzionare, e non c’è motivo di dubitare che sia così, all’orecchio dei manager potrebbero essere già arrivati segnali ben più espliciti di quelli che sono passati a mezzo stampa…

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Tag: Attualità , dall'estero , mobilità sostenibile


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