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Retrospettive

pubblicato il 23 ottobre 2016

Volkswagen Bulli, se quelle "pareti" potessero parlare…

Ecco la storia - più di colore che tecnica - di un simbolo di evasione e libertà, ma anche di lavoro

Volkswagen Bulli, se quelle "pareti" potessero parlare…
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Se le "pareti" dei milioni di Bulli venduti in giro per il mondo potessero parlare, racconterebbero di sostanze lecite e meno lecite consumate in quantità industriali; di effusioni amorose (chiamiamole così visto che siamo in "fascia protetta") di ogni genere e colore; ma anche di vacanze in famiglia stile Mulino Bianco e di un sacco di merci trasportate per lavoro. Duro lavoro. La forza del leggendario veicolo VW sta qui, nella sua capacità di soddisfare le esigenze e i desideri di tutti. L'utile e il dilettevole. Un mezzo capace di accompagnare la rinascita economica della Germania a partire dagli anni Cinquanta (a proposito: nelle righe che seguono tratteremo solo del primo Bulli), ma anche di entrare nell'immaginario collettivo come "casa" dei surfer yankee, come simbolo dell'american way of life e degli hippies e come camper delle famiglie, soprattutto nordeuropee. E pensare che tutto nasce a Wolfsburg, in fabbrica, per un uso molto meno poetico: trasportare carichi pesanti. Immaginatevi un veicolo rudimentale con le ruote agli angoli, il volante, i pedali, una panca per il guidatore e un piano di carico davanti: si chiama Plattenwagen ed è qui la scintilla dalla quale si accende la fiamma della passione Bulli.

Le analogie con un altro mito a quattro ruote

Ha il motore boxer raffreddato ad aria, quattro ruote e una leggenda che gli gravita attorno. Sembrerebbe l'identikit della Porsche 911, invece è un mezzo agli antipodi rispetto alla sportiva di Zuffenhausen, anche se per certi versi un legame di "parentela" tra i due c'è: visto che lo schema meccanico prevede, in entrambi i casi, il motore boxer montato posteriormente a sbalzo (il Maggiolino, da cui il Bulli trae origine, è progettato da un certo Ferdinand Porsche, del resto...). A proposito, il suo essere speciale parte proprio dal nome, perché quando un veicolo riesce a passare alla storia con un nomignolo, allora un segno lo ha lasciato. Bulli in Germania, Samba per gli americani e Kombi in Brasile. Bene: la denominazione ufficiale è dapprima T1, poi T2, fino ad arrivare al T6 odierno.

Nato per caso

Ma torniamo al Plattenwagen e a com'è nata l'idea che poi è diventata un successo industriale su scala globale. Nel 1947, un ristretto gruppo di ingegneri fantasiosi e anche molto ingegnosi, a cui non manca nemmeno lo spirito del "non si butta via niente", decide di prendere motore, assali e trasmissione del Maggiolino e di piazzare il tutto sotto una panca (riservata al guidatore), davanti alla quale c'è un piano di carico. Nasce così il Plattenwagen, letteralmente veicolo piatto, destinato a fare da muletto tra le varie aree della catena di produzione di Wolfsburg con carichi pesanti sempre addosso. Nello stesso anno un certo Ben Pon, importatore Volkswagen per i Paesi Bassi, fa visita agli stabilimenti Volkswagen: folgorato da quel carrello tanto inguardabile quanto pratico, intuisce che se ne può ricavare qualcosa di commercialmente interessante.

Da veicolo da lavoro a leggenda

Il genio risiede nelle piccole cose, nelle intuizioni apparentemente semplici, ma capaci di cogliere il "sentimento" delle persone in un determinato momento. Genio è anche saper dare alle persone ciò che cercano in modo economico, o comunque non troppo dispendioso. Tutti questi fattori si allineano sul pianeta Transporter grazie a Ben Pon, che prima cerca di ottenere l'autorizzazione per far circolare quello strano mezzo sulle strade aperte al traffico. Ricevuto il rifiuto, non si arrende e, matita alla mano, disegna il T1: posto guida avanzato, motore posteriore a sbalzo e, in mezzo, il piano di carico. Il progetto, se così si può definire, convince i piani alti della Volkswagen, nei quali si delibera che il Bulli "s'ha da fare". Il resto è storia.

Un'icona della rinascita tedesca

Dal disco verde alla commercializzazione del Bulli ne passa di tempo: il primo arriva nel 1948, la seconda nel 1950. Il motivo risiede principalmente nel fatto che il telaio del Plattenwagen necessita di parecchie modifiche per offrire la rigidità torsionale compatibile con un utilizzo stradale "vero". Nella primavera del '50 i primi esemplari escono dai cancelli della fabbrica e nessuno si immagina quali pagine di storia automobilistica, ma anche economica e di costume, sono destinati a scrivere. Sì perché il Bulli ha tutto ciò che serve all'epoca. Prima di tutto, è affidabile: per romperlo bisogna uscire di strada. Il Bulli è compatto: costruito sulla base meccanica del Maggiolino, in città si muove agile e svelto; è capiente, se si pensa agli ingombri esterni che sono davvero ridotti. E poi, per l'epoca e per essere un veicolo da trasporto, è anche veloce: quasi 100 km/h di velocità massima.

Il Bulli dà lavoro a tutti

Il fenomeno Bulli, dicevamo, è anche economico. Non solo contribuisce in maniera decisiva, insieme al Maggiolino, a rimpinguare le casse della Volkswagen e a incrementare il PIL di una Germania devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, ma dà anche da lavorare a un sacco di persone. Sì, certo, in Volkswagen, ma anche fuori: insieme al Bulli fioriscono infatti un sacco di allestitori di interni, ovvero artigiani che trasformano lo spazio interno del veicolo VW in un'area tutta da vivere, nei modi più disparati… E qui vi rimandiamo alla lettura delle prime righe di questo articolo. C'è di più, perché il Bulli viene scelto dalla Polizia, anzi dalla Polizei, dalle Poste (per le quali viene allestita una versione apposita), dai Vigili del Fuoco, da milioni di artigiani, da venditori ambulanti di panini e birre (una moda tornata prepotentemente in questi ultimi anni, peraltro)… Il Bulli è vero proprio mondo. Anzi, è "tanti mondi".

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Tag: Retrospettive , Volkswagen , auto europee , auto storiche


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