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Retrospettive

pubblicato il 21 agosto 2016

Jaguar XJ220, la più veloce del mondo, anche se per poco

“Sorella” di quella che corre a Le Mans, stupisce il mondo con il suo V6 turbo

Jaguar XJ220, la più veloce del mondo, anche se per poco
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Certi primati sono tanto inutili quanto esaltanti per chi li stabilisce, così come per chi rimane seduto sul divano a leggerli e/o a guardarli; uno di questi è quello di automobile più veloce del mondo. Titolo che Jaguar mette in bacheca nel 1992 con la XJ200, ma che quei “cattivoni" della McLaren le portano via appena due anni dopo con la leggendaria F1 di Gordon Murray. Poco male: una volta apposto il proprio nome “nell’albo d’oro” del Guinnes World Record, nessuno lo può più cancellare, a differenza di ciò che accade nelle corse… Sì perché Jaguar deve sopportare il dolore (si suppone molto grande) di vedersi togliere la vittoria in una delle corse più prestigiose al mondo: la 24 Ore di Le Mans. Siamo nel 1993 e l’equipaggio composto da David Coulthard, David Brabham e John Nielsen taglia per primo il traguardo al volante proprio della XJ220, che però presenta un’irregolarità all’impianto di scarico e per questa ragione viene esclusa dalla classifica. Jaguar fa ricorso, la FIA lo accoglie, ma non la ACO (Automobile Club de l’Ouest, che organizza la gara); il resto è storia. Triste per la Jaguar.

Un progetto molto complicato. Troppo

La storia della Jaguar, prima di entrare nell’orbita del Gruppo indiano Tata, è a dir poco travagliata, a livello societario e, di riflesso, tecnico/progettuale. La progettazione e la messa in produzione della XJ220 sono lo specchio di questa situazione: pensate che la vettura, almeno secondo quanto esposto con il prototipo del 1988, doveva montare un motore V12. Peccato che tre anni dopo, alla presentazione del modello definitivo, il propulsore diventa un V6 (Metro 6R4 V6). La trazione? Integrale nel 1988, posteriore nel 1991. Non basta, perché il retrotreno, nella mente di chi mette giù il primo bozzetto, è a ruote sterzanti: idea che tre anni dopo viene abbandonata, al pari delle altre, per le troppe complicazioni che implica. Ovviamente, dalla bocca degli ingegneri e dell’allora top management, le rinunce vengono “vendute” come delle scelte precise in favore della riduzione del peso (che in effetti è di oltre 100 kg inferiore rispetto a quello del prototipo), ma che nella percezione di tutti rappresentano una “sconfitta” per chi delinea i tratti fondamentali della XJ220 già all’inizio degli anni Ottanta, quando viene cioè deliberato un progetto che deve stupire il mondo.

Il “club del sabato”

Di sicuro la sconfitta non è degli ingegneri che alla XJ220 lavorano a titolo gratuito e al di fuori dell’orario di lavoro. Sì, avete letto bene: l’allora capo dello sviluppo Jim Randle - che viene incaricato dal big boss John Egan di dimostrare che la Jaguar è ancora viva e vegeta - chiede ai suoi uomini di lavorare gratuitamente al progetto di una supercar. L’adesione, come ovvio, è facoltativa e rispondono in 12. Questi 12, denominati il “club del sabato” (e della domenica e della notte…) danno a Egan la possibilità di sviluppare la vettura a costo zero. Il merito è anche di alcuni fornitori come FFD, QCR e Triplex, ai quali viene chiesto di partecipare al progetto su base volontaria, con la promessa che avrebbero ottenuto il lavoro qualora le cose fossero andate per il verso giusto. Dieci mesi dopo l’inizio dei lavori, la XJ220 lascia tutti a bocca aperta al NEC Motor Show di Birmingham del 1988: 220 come le miglia orarie di velocità massima (354 km/h) e, sotto la carrozzeria, come detto, un motore V12, le ruote posteriori sterzanti, le sospensioni ad altezza variabile e la trazione integrale.

Il brusco ritorno alla realtà

Tra un Motor Show e la produzione c’è di mezzo un mare di problemi. Le idee proposte dalla XJ220 sono valide ed efficaci, ma di complessa realizzazione: impossibile per la Jaguar di quel periodo. Da qui, la marcia indietro che vi abbiamo già raccontato. E’ interessante però aggiungere che solo leggendo la scheda tecnica ci si accorge delle differenze. Tagliando sei cilindri su 12, eliminando la trazione integrale e il retrotreno a ruote sterzanti, semplificando l’aerodinamica, la XJ220 non necessita più una carrozzeria lunga quasi 5 metri. Su pressione di Tom Walkinshaw in persona (proprietario della TWR che industrializza la vettura insieme a Jaguar), si decide di non modificare il design originale. Per fortuna, aggiungiamo noi, perché la XJ220 è un capolavoro di stile “piegato” all’aerodinamica, in cui le esigenze della galleria del vento non sporcano lo stile, anzi lo nobilitano.

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Tag: Retrospettive , Jaguar , le mans , auto storiche , auto inglesi , record


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