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Retrospettive

pubblicato il 19 ottobre 2007

La storia della Jaguar XJ

Sofisticata berlina di classe britannica

La storia della Jaguar XJ
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La resistenza allo scorrere del tempo, non è caratteristica inerente i prodotti industriali. E più complessi sono i beni, più sono soggetti alla cosiddetta "obsolescenza": pensate quanto sia fragile un'automobile, se vista da quest'aspetto. Per questo è ampiamente giustificabile l'evidenza che assume un'automobile le cui linee - e la cui impostazione originaria - sono rimaste pressoché immutate in quasi quarant'anni. E se quest'auto non è l'utilitaria intelligente di turno, ma una sofisticata berlina di classe l'evento assume importanza particolare. Particolare come le Jaguar della serie XJ.

La stirpe di berline che si nasconde dietro questa magica sigla, vide la luce nel settembre del 1968, dopo anni di studi, fortemente voluta da William Lyons, fondatore della Casa, e dalla nuova dirigenza della BMC, la holding che aveva da poco acquisito la Jaguar. Per la casa di Coventry, XJ volle dire da subito "razionalità", nelle logiche commerciali e nei processi produttivi, dopo anni di confusione che non hanno fatto altro che minare, da più lati, l'immagine del giaguaro. D'altra parte, per il mercato, XJ significò un adeguamento della gamma Jaguar ai vicini anni Settanta, motorizzazioni efficienti, "understatement" diffuso e l'impegno, perlomeno nelle intenzioni, a perfezionare gli standard qualitativi.

L'estetica della nuova berlina era inequivocabilmente Jaguar. Il frontale riprendeva, con poche varianti, quello della grossa berlina 420, mentre il padiglione e la coda sono la naturale evoluzione dei classici stilemi delle serie 420 e Mk10/420G. Anche l'abitacolo, non presentava rivoluzioni rispetto alle berline precedenti, ma l'ambiente, seppur ovattato ed opulento, presentava particolari un po' sottotono. Alcune plastiche e, soprattutto, la selleria in similpelle, erano in contrasto con l'immagine del marchio, ma in un contesto come quello degli ultimi anni Sessanta, risultarono quasi un punto di forza.

Sotto pelle, la XJ sfruttava un nuovo pianale, su cui vennero installate sospensioni anteriori a quadrilatero di tipo "anti-dive" e lo schema posteriore a ruote indipendenti, con bracci triangolari e doppio elemento elastico: praticamente lo schema della vecchia berlina 420G e della Jaguar E-Type. I motori erano due, il sei cilindri in linea 4.2 da 245 CV un nuovo 2.8 che di cavalli ne aveva 142, entrambi destinati alla XJ6. Il motore più piccolo, a causa di una sperimentazione inadeguata, risultò strutturalmente fragile, al punto da offuscare - nuovamente - l'immagine del marchio. A risollevare il tutto ci pensò nel 1972 la XJ12, che con il collaudato motore da cinque litri della E-Type, 269cv e 224 km/h di velocità massima divenne una delle berline più veloci del mercato e regalò nuovo smalto alla Casa. Allo stesso modo, le carenze in termini di finitura vennero totalmente colmate dalle raffinatissime versioni Daimler, la Sovereign (ovvero la XJ6) e la DoubleSix (la XJ12), quest'ultima disponibile anche a passo lungo (DoubleSix VandenPlas) e in versione XJ6L e XJ12L con il marchio Jaguar. Con una gamma sufficientemente articolata, la XJ di fatto relegò alla pensione le precedenti berline derivate dalle vetuste Mk2/Mk10, ormai inadeguate alle nuove esigenze del mercato.

Gli anni Settanta arrivarono velocemente e portarono con loro il pesante vento delle crisi energetiche. Nel 1973 la XJ subì il primo restyling: nuovi paraurti che, riposizionati in onore alle norme di sicurezza USA, ridisegnavano il frontale, rendendolo più sportivo. Furono rinnovati anche gli interni, con la strumentazione raccolta davanti al guidatore e un nuovo impianto di climatizzazione dotato di un maggior numero di bocchette. Contemporaneamente fu avviata la progressiva sostituzione dell'inaffidabile 2.8 con il collaudato 3.4 litri. La XJ12 della seconda serie, disponibile solo in versione a passo lungo, usufruì dell'iniezione elettronica Lucas, installata nel disperato tentativo di aumentare il rendimento del poderoso plurifrazionato inglese. Ma la vera novità della seconda serie di XJ restò la XJC, versione coupè della berlina inglese, ottenuta mediante un poderoso lavoro di irrobustimento del pianale e dei montanti posteriori. Due anni dopo nacque l'imponente XJ-S, ambiziosa coupè, sempre su base XJ, che nelle intenzioni avrebbe dovuto rinverdire i fasti della E-Type, ma che nei fatti risultò sempre inadeguata a sostenere la pesante eredità della storica sportiva del giaguaro, nonostante la carriera lunga più di vent'anni.

Il terzo restyling della berlina arrivò nel 1979. I paraurti in metallo cedettero il posto ad elementi in resina, più moderni ma in contrasto con l'immagine della berlina, mentre le linee del padiglione furono tese ulteriormente dalla sapiente mano dei designer Pinifarina, che eliminò anche i deflettori anteriori. La coda potè fregiarsi di nuovi gruppi ottici e l'abitacolo subì un ulteriore ammodernamento, con finiture in plastica nera in luogo dei profili cromati e il climatizzatore automatico. Sul fronte meccanico, si segnalano solo affinamenti (nuovi cambi di origine Rover sui sei cilindri in linea), mentre la gamma si arricchì dell'elitaria Daimler Sovereign H.E., con il 12 cilindri portato a 5,3 litri e una dotazione principesca. Furono gli ultimi respiri della XJ "prima maniera", che nel 1986 fu sostituita da un modello interamente nuovo: la XJ40.

Dietro questa sigla si nasconde quella che può facilmente essere definita come la XJ made in Leyland. Nata dopo una serie impressionante di studi sul design, alcuni anche controversi, e presentata al Salone di Parigi del 1986, questa nuova XJ fu un'auto totalmente nuova, seppur realizzata sulla falsariga del precedente modello. Stesse proporzioni, con i dovuti affinamenti del caso, linee omologhe (con l'eccezione della terza luce laterale), stessa aura elegante e dinamica, ma nuova scocca, sospensioni e meccanica affinate e una ritrovata regalità. La fintapelle della vecchia XJ degli esordi rimase solo un ricordo, la plancia un po' raffazzonata delle versioni precedenti venne sostituita da un cruscotto moderno ed elegante, con una sofisticata strumentazione che combinava i due strumenti principali analogici ad elementi di tipo opto-elettronico (sostituita dopo pochi anni con una totalmente analogica). Una miriade di gadget e servomeccanismi elettrici, a partire dal sofisticato impianto di climatizzazione, completarono il quadro di un'ammiraglia pienamente capace di affrontare gli anni Ottanta.
Le versioni disponibili erano tre, con i nuovi sei cilindri ad alto rendimento denominati "fire-ball" con cilindrate di 2,9 e 3,6 litri (165 e 221 CV), denominate XJ6, Sovereign e Daimler, a seconda degli allestimenti. Nel 1988 fu la volta della XJR, con motore 3.600 e allestimento sportivo. L'anno dopo il motore 3.6 venne portato a quattro litri, mentre nel 1990 arrivò un nuovo 3.2 in sostituzione dell'unità più piccola.

Sul fronte XJ12, rimase in produzione la precedente serie, in attesa degli adeguamenti strutturali necessari ad installare il V12 nella nuova scocca. Le nuove XJ12 e Daimler DoubleSix da sei litri e 313 CV, arrivarono solo nel 1992, seguite a ruota dai nuovi allestimenti sportivi S e dalle versioni a passo lungo Majestic.

Naturale evoluzione della XJ40 fu la X300. Quinto capitolo della storia della XJ, la X300 fu un riuscito affinamento della serie precedente. Nata sotto la gestione Ford, la nuova serie potè fregiarsi di nuovi, elevati, standard qualitativi. Grande attenzione fu riservata al design, che ritrovò le morbide superfici delle Jaguar degli anni Sessanta, soprattutto nel riuscito frontale, con quattro fari tondi e scudi paraurti integrati. Anche l'interno fu un'evoluzione della precedente serie, con la medesima impostazione e linee di poco ammorbidite. La XJ6, declinata in quattro allestimenti (Standard, Sovereign, Sport e DaimlerSix) e due motorizzazioni 3.2 e 4.0, costituiva il grosso di una gamma composta anche dalla XJ12, DaimlerDoubleSix e XJR. Di maggior pregio le versione a passo lungo LWB e le serie speciali Daimler Century e XJ Executive.

Ancora pochi anni, e il 1997 regalò l'ennesimo salto di qualità alla serie XJ. Sempre basata sull'ottima base X300 (già XJ40), nacque la X308. Con piccoli affinamenti all'estetica - nuovi scudi e gruppi ottici - e all'abitacolo, con una bella plancia totalmente nuova, la XJ tipo X308 nascondeva nuove sospensioni derivate dalla coupè XK e nuove unità V8 in luogo dei vecchi motori Jaguar 6 e 12 cilindri. Con tre motori (3.2, 4.0 e 4.0 sovralimentato) e allestimenti standard, Sovereign, Sport, DaimlerEight, S. E. e XJR l'ormai classica berlina Jaguar riuscì superare di slancio il millennio.

Tuttavia per la raffinata clientela di Coventry, la componentistica di origine Ford e le dimensioni dell'abitacolo (in difficoltà soprattutto a causa della ridotta altezza rispetto alla concorrenza), costituirono piccoli nei a cui si trovò rimedio solo nel 2003 con la nuova berlina X350: l'attuale, e forse ultima erede dalla brillante dinastia XJ, dopo quasi 900.000 esemplari prodotti in 39 anni.

Autore: Salvatore Loiacono

Tag: Retrospettive , Jaguar , inghilterra , auto inglesi


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