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Retrospettive

pubblicato il 8 maggio 2016

Audi 80, la rivoluzione compie 30 anni

Un'auto di rottura col passato, una svolta per il marchio che getta le basi per diventare ciò che è oggi

Audi 80, la rivoluzione compie 30 anni
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La strada che porta al premium è costellata (anche) di follie. Quei colpi di testa che sulle prime piacciono tanto solo a noi appassionati e che poi rimangono scolpiti nei cuori di tutti. Proprio da qui vogliamo partire per raccontarvi la storia dell'Audi 80 B3 e B4, quella prodotta fra il 1986 e il 1994 e che rappresenta uno dei primi tasselli della crescita esponenziale dell'Audi negli ultimi trent'anni. Basta dire RS2 per accendere un sorriso a metà fra l'entusiasta e il nostalgico a chiunque l'abbia vista e conosciuta, anche solo platonicamente. Il perché di tanto coinvolgimento è presto detto: si tratta della prima RS (RennSport) dei Quattro Anelli e anche dell'auto che inaugura la "saga" delle SW cattivissime, su base 80 appunto. Ma sono quei cerchi in stile Porsche 911 a entusiasmare, perché rivelano la paternità (o la maternità, decidete voi) di questo progetto. Sì, sono proprio gli ingegneri di Zuffenhausen a trasformare una tranquillissima SW nel peggior incubo di Lancia Delta Integrale, Ford Escort RS Cosworth e, perché no, anche di qualche 911 "basic". Sotto il cofano c'è il glorioso 5 cilindri in linea a benzina di 2,2 litri di cilindrata, a cui la sovralimentazione tira fuori la bellezza di 315 CV. Le prestazioni fanno paura: 262 km/h di velocità massima e 4,8 secondi per scattare da 0 a 100 km/h. Porsche mette mano anche ai freni (by Brembo), alle sospensioni e alla trasmissione e la RS2 entra nella leggenda.

Tutto comincia da una base tranquilla

E pensare che l'Audi 80 era tutto tranne che sportiva. Addirittura, i meccanici Audi dell'epoca erano soliti dire questo, più o meno, ai propri clienti: "ci puoi anche fare 1.000 km in prima marcia e al limitatore, con questa macchina, che tanto non la rompi". Nessuno, ci auguriamo, lo ha mai fatto (più che altro per la sua stessa igiene mentale), ma si tratta di un'affermazione che dà bene la misura dell'affidabilità dell'Audi 80. A dirla tutta, è anche vero che con potenze specifiche da veicolo commerciale, la robustezza era il minimo che ci si poteva aspettare. Qualche esempio: il 1.600 benzina a quattro cilindri non andava oltre i 75 CV, mentre il 1.800 era disponibile in versione da 90 o da 112 CV. Il turbodiesel? C'era un solo 1.600 turbo da 80 CV, a iniezione meccanica e ovviamente indiretta: trent'anni, nell'automotive, sono un'era geologica. Il bello è che la velocità del cambiamento è persino aumentata: una discendente illustre della 80, la A8 di prossima generazione (2018), sarà un grosso passo verso la guida autonoma e farà apparire quasi preistorica la A4 e i suoi sistemi di assistenza alla guida presentati solo lo scorso anno.

Il motore è montato "come si deve"

Ma torniamo alla 80, perché questo modello getta, "a sua insaputa", le basi per una delle chiavi del successo del marchio Audi a partire dalla metà degli anni Novanta in poi: la trazione integrale. In realtà, il merito non è della B3 (ovvero la generazione del 1986), perché storicamente - vale a dire dalla prima generazione del 1972, la B1 - l'Audi 80 ha il motore montato longitudinalmente (davanti, ma questo è ovvio) nonostante la trazione sia solo anteriore. La trazione quattro arriva solo con la B2, ma è proprio con la B3 e il suo restyling B4 del 1991 che inizia a diventare un elemento distintivo dei Quattro Anelli: l'abbinamento con la trazione integrale è disponibile con motore 2.0 da 115 CV, 2.0 16v da 140 e 2.8 V6 da 174. Ebbene, il fatto di avere il propulsore montato in senso longitudinale favorisce lo sviluppo dello schema di trasmissione a tre differenziali che ha contribuito a fare la fortuna del marchio, anche se successivamente la A3, a motore trasversale, con trazione integrale della Haldex.

Il bello della diretta e della qualità Audi

Ci sono altri due ottimi motivi per cui la 80 del 1986 merita un posto speciale nella considerazione degli appassionati di Audi. Il primo è la qualità, il secondo il motore 1.9 TDI. Nell'ordine: negli anni Ottanta il marchio di Ingolstadt non godeva certo della considerazione odierna. Rispetto a BMW e Mercedes, tanto per intenderci, nell'immaginario collettivo era (almeno) un gradino sotto. Però è proprio in questi anni che vengono gettate le basi per il cambiamento. Chi sale su un'Audi 80 B3 e B4 non può non rimanere colpito dalla qualità dei materiali, dalla precisione dell'assemblaggio e dalla solidità dell'insieme: una caratteristica, questa, che si apprezza anche col passare degli anni, che per la 80 sembrano non... passare mai. La qualità è così elevata che alla B3 si può anche perdonare un bagagliaio oggettivamente piccolo (ampliato poi con la B4). Capitolo TDI: il primo turbodiesel a iniezione diretta (con pompa rotativa) della storia del Gruppo Volkswagen lo monta proprio l'Audi 80 in occasione del restyling del 1991; con i suoi 90 CV e 18,1 km/l di consumo medio fa quasi tenerezza, ma è la base tecnica per quella che diventerà una tecnologia imprescindibile per tutto il Gruppo tedesco, anche se negli anni si arriverà al common rail, passando per l'iniettore pompa.

La Cabrio e la S2

La RS2 si è meritata lo spazio d'apertura, ma non è l'unica Audi 80 sportiva. Nel 1991 viene infatti lanciata la Cabriolet (non Audi 80 cabrio, ma proprio Cabriolet): un'auto che segue un percorso tutto suo, commercialmente parlando, visto che rimane in listino fino al 2000. Dotata di capote in tela particolarmente curata, per garantire il massimo comfort, la Cabriolet è offerta con il 2.3 da 133 CV, il 2.8 da 174, il (troppo) pigro 2.0 da 116, sostituito poi da quello da 140 CV, mentre nel 1997 arriva il moderno 1.8 quattro cilindri 20 valvole da 125 CV. Ben più sportiva è la S2, in commercio fra il 1991 e il 1996: 2,2 litri di cilindrata, 5 cilindri turbo come la RS2, eroga però 220 CV. Dotata di trazione integrale, è disponibile con carrozzeria berlina, Avant e coupé.

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Tag: Retrospettive , Audi , auto europee , auto storiche


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