Test

pubblicato il 11 dicembre 2015

Jeep, l'emozione in fuoristrada dall'Etna agli USA

Due giorni tra sentieri vulcanici, fango e guadi per mettere alla prova il marchio più offroad che ci sia

Jeep, l'emozione in fuoristrada dall'Etna agli USA
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Se non fosse un vulcano, mi verrebbe da dire che l'Etna ha un gran senso dell'umorismo. Vengo invitato ai Jeep Experience Days in Sicilia per una due giorni in fuoristrada con l'intera gamma della Casa americana e lui decide di mettersi a fumare come non faceva da anni proprio quando io devo arrampicarmi sui sentieri che ne segnano le pendici. Simpatico. Arrivo all'aeroporto di Catania e Marco - un vulcanologo che tra barba folta e vestiti tecnici sembra un perfetto Jeeper - mi fa: "È andata bene che vi hanno fatto atterrare a Catania; quando l'Etna fuma, spesso dirottano gli aerei altrove perché la cenere di silice rischia di vetrificarsi e bloccare i motori ". Cominciamo bene. Il primo giorno è dedicato proprio a lui: l'Etna, che gli abitanti locali declinano al femminile chiamandolo semplicemente "a muntagna". Tra tutti i modelli della gamma Jeep, per arrampicarmi sul vulcano fumante sarei potuto andare sul sicuro scegliendo un Wrangler, ma lo spirito avventuroso di questi Jeep Experience Days deve avermi contagiato. Scelgo quindi di mettermi al volante della "piccola di famiglia", la Jeep Renegade, però nell'allestimento più potente e adatto all'offroad Trailhawk. Avventuroso sì ma non troppo, insomma.

Jeep Renegade Trailhawk, più di un mini-SUV

Il look c'è tutto, perché la Jeep Renegade Trailhawk - letteralmente "falco dei sentieri" - con la sua altezza da terra maggiorata (35 mm in più rispetto alle 4x2), i paracolpi e i paraurti specifici per migliorare gli angoli d'attacco e uscita si toglie di dosso l'apparenza quasi da fuoristrada-giocattolo, per assumere un'aura che ti fa capire di poter fare sul serio. Accendo il turbodiesel 2.0 MultiJet da 170 CV, metto il cambio automatico a 9 rapporti in D e parto da Catania verso la base della funivia che si trova a circa 2.000 metri sul livello del mare, sul lato sud dell'Etna. Su strada la Jeep Renegade Trailhawk mi sorprende già nei primi chilometri perché si comporta in modo molto più coerente con la sua apparenza di quanto potessi immaginare: ero pronto a un piccolo SUV cittadino che fa finta di essere un fuoristrada e mi ritrovo invece al volante di qualcosa di molto interessante.
Il comfort e l'agilità ci sono, ma il peso dello sterzo e l'assorbimento un po' rigido delle sospensioni trasmettono - anche se in maniera più "civilizzata" - le tipiche sensazioni che chiunque abbia guidato un fuoristrada conosce bene. Mentre le mie aspettative crescono, il gruppo motore/cambio fa bene il suo lavoro: inutile specificare che 170 CV e 350 Nm di coppia massima su un modello lungo 424 centimetri come il Renegade garantiscono prestazioni piuttosto brillanti. Seguendo le indicazioni di cartelli con la tipica griglia a sette feritoie disseminati per le strade siciliane, mi ritrovo presto ad abbandonare l'asfalto: i sentieri che salgono verso il picco fumante dell'Etna sono pavimentati con lastre di basalto estratto proprio dalle pendici del vulcano. Lascio il selettore della trazione in modalità "Auto" e la Jeep Renegade Trailhawk fa il resto, arrampicandosi e trovando trazione anche quando le lastre lasciano spazio alla ghiaia e ai sassi. Se vi aspettavate qualche drammatica descrizione di passaggi difficili con fossi, grosse pietre e ripide salite sappiate che ci sono stati, ma la Renegade ha saputo superarli con una risoluzione che fa onore ai tecnici Jeep. Solo un paio di volte le condizioni davvero complicate del fondo mi convincono a inserire l'esclusiva modalità Rock con blocco del differenziale e controlli elettronici disattivati.
Tra piccoli slittamenti e i classici e un po' sinistri rumori del sottoscocca martoriato dai colpi delle pietre più grosse, la Renegade Trailhawk prosegue la sua marcia fino alla destinazione, dove ci accoglie lo spettacolo straordinario delle grigie nuvole di cenere del vulcano che si mischiano a quelle bianche in arrivo dal mare. Il fatto che dopo aver "digerito" un percorso da veri fuoristrada e aver derapato su una pista ricavata dentro a una cava di basalto abbandonata - esatto, è divertente almeno quanto immaginate - la Renegade Trailhawk percorra i circa 110 chilometri di strade statali che portano fino a Ragusa in modo rilassato e silenzioso, come una qualsiasi auto da famiglia, non fa che accrescere la mia considerazione per la piccola Jeep. Per quelli che non vanno oltre le strade innevate delle località sciistiche, le versioni più "normali" della Renegade sono più che sufficienti. Per quelli che invece vogliono osare qualcosa di più e avventurarsi davvero, lontani dalla civiltà e dall'asfalto, la Trailhawk con la sua altezza da terra di 210 millimetri e i suoi 30° di angolo d'attacco ha ottime credenziali, cui si aggiungono dimensioni adatte anche all'uso urbano e un comfort di utilizzo a tutto tondo. Insomma, se avete bisogno di un'auto buona per la città, i viaggi e quella baita sperduta tra i monti che vi piace tanto, la versione più avventurosa della Jeep Renegade fa al caso vostro.

Jeep Cherokee, in equilibrio tra America ed Europa

Il secondo giorno comincia bene: prendo in mano le chiavi di un Jeep Wrangler Unlimited Rubicon con il turbodiesel 2.8 CRD e il cambio automatico e seguo le indicazioni che mi portano fino a un prato all'apice di una collina nella campagna vicino a Scicli. Da lì parte un percorso di un'ora e mezza tra pietre, guadi, sabbia, fango e canneti che sembrano usciti da qualche foresta tropicale. Con il Wrangler so che avrei vita facile, ma insisto nel mio spirito d'avventura e invece scelgo la Jeep Cherokee. Perché? Primo perché anche questa è Trailhawk, secondo perché monta un motore benzina 3.2 V6 da 272 CV che gira liscio e corposo e terzo perché la Cherokee m'incuriosisce molto.
Il Grand Cherokee è oramai un classico cui siamo abituati, il Wrangler una leggenda, la Renegade una novità. Al centro di tutti questi modelli c'è proprio il Cherokee: nome già sentito ma prodotto completamente nuovo, che ha saputo trasformarsi in un SUV dal design coraggioso e dalle ambizioni elevate. Fino a ora la Jeep Cherokee l'avevo vista solo ai saloni dell'auto internazionali e mettendomi al volante per la prima volta la sensazione è di un prodotto molto "europeo". Il design dell'interno è curato, assemblaggi e materiali mi sembrano di qualità. Tocco un po' in giro - come si fa quando si vuole capire meglio un'auto - e quasi ovunque trovo un'attenzione al dettaglio che zittisce i miei luoghi comuni sulle auto Made in USA.
Anche qui potrei raccontarvi di quante botte abbia preso il sottoscocca della Jeep Cherokee tra tronchi, sassi e fossi, o quanto i programmi del selettore di trazione mi abbiano aiutato a superare situazioni in cui l'unica cosa che si vede dal parabrezza è il cielo, ma credo che la galleria di immagini spieghi meglio di qualunque mio tentativo la bellezza di alcuni passaggi. Tornando da Ragusa all'aeroporto di Catania chiudo la mia esperienza con un'altra Cherokee, decisamente più adatta al mercato italiano: quella che monta il nuovo turbodiesel 2.2 MultiJet da 200 CV e 440 Nm di coppia massima prodotto a Pratola Serra, in provincia di Avellino.
Il cuore italiano è silenzioso, corposo e si sposa bene con il cambio automatico a 9 marce e lo spirito di quest'auto americana. Provo a spostare il selettore in modalità Sport e la gestione elettronica tiene i giri più alti, facendomi apprezzare la risposta sempre pronta del turbodiesel che l'anno prossimo dovrebbe arrivare anche sull'Alfa Romeo Giulia. I dispositivi di sicurezza attiva come l'avviso di angolo cieco, il cruise control adattivo o il sistema che mantiene la corsia di marcia sono un altro colpo ai miei luoghi comuni e mentre mi godo i comandi e le sensazioni da auto "matura", penso che la distanza da certe rivali tedesche sia sempre più psicologica, che reale.

Lasciata la Cherokee 2.2 MultiJet, prima di riprendere l'aereo per tornare a casa guardo per l'ultima volta l'Etna fumante e penso che sì, ho decisamente fatto una Jeep Experience. Ho superato ostacoli difficili e passato due giorni nella natura, non tanto per merito mio, ma grazie a delle auto capaci di trasformare il desiderio di libertà in qualcosa di tangibile. Un po' come quella prima Jeep - la Willys MB - che il prossimo anno compirà 75 anni e che rappresenta ancora un simbolo del mito americano.

Autore: Andrea Fiorello

Tag: Test , Jeep


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