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Attualità

pubblicato il 7 agosto 2007

Italia, Paese dalla lunga memoria

Prezzo benzina e pezzi di vita

Italia, Paese dalla lunga memoria

Qualunque sia il colore del Governo di turno sta di fatto che i nostri politici, consci del fatto che presente e futuro di una Nazione poggiano sul Suo passato, si impegnano tenacemente a tenere in vita il ricordo di alcuni significativi accadimenti della vita nazionale.

Stiamo parlando di episodi di varia natura, già universalmente noti e più volte ripresi dalla stampa di questi giorni, ovvero:


1935 - Guerra d'Abissinia, (costo per l'automobilista: lire 1,90)
1956 - Crisi di Suez, lire 14
1963 - Disastro del Vajont, lire 10
1966 - Alluvione di Firenze, lire 10
1968 - Terremoto del Belice, lire 10
1980 - Terremoto del Friuli, lire 99
1983 - Missione in Libano, lire 205
1986 - Missione in Bosnia, lire 22 (totale euro 0,23 euro)


Tali accadimenti, fortunatamente tutti di 'carattere straordinario', hanno richiesto da parte del Paese uno sforzo altrettanto straordinario, che ognuno dei Governi in carica in quei momenti, ci ha imposto sotto forma di prelievo definito (ci ripetiamo) "straordinario" (perché temporaneo o perché straordinariamente durevole?) inglobato nel prezzo dei carburanti.

Comunque non è finita qui, perché a quella lista va aggiunta un'ultima (per ora) voce, di natura ben differente rispetto alle precedenti: quella relativa al rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004. Una bella presa in giro per gli stessi beneficiari del rinnovo ai quali l'aumento (0.022 cents al litro, 32 delle vecchie lirette) veniva corrisposto nello stipendio ma tolto alla pompa (anche se la differenza netta non poteva che essere abbondantemente a favore). Il punto è che una volta di più si è scaricata sulla collettività l'ennesima incapacità di un soggetto di generare profitti nei quali far rientrare l'aumento contrattuale.

Se qualcuno dei nostri Governanti impazzisse all'improvviso e ricordasse il significato di "straordinarietà", "correttezza" e "coerenza"... eliminerebbe questi veri e propri balzelli, facendo di colpo scendere il prezzo alla pompa al di sotto dell'euro.
Sarebbe questo un magnifico argomento per una campagna elettorale. Tanto promettere non costa nulla e non mantenere ancora meno. Tuttavia tutti concordiamo sul fatto che in Italia aumentano i nuovi poveri e che esiste una effettiva necessità di aumentare il potere d'acquisto della popolazione per spingere la ripresa dei consumi. Cosa ci sarebbe di più semplice dell'eliminazione (peraltro dovuta) dal prezzo della benzina di questa cinquantennale e non straordinaria presa in giro?

In Italia nel 2005 si sono consumate 13.461.000 e 24.408.00 tonnellate di benzina e gasolio. Un solo chilo di benzina e di gasolio corrispondono rispettivamente a 0,734 e 0,825 litri, di conseguenza 13.461.000 tonnellate di benzina corrispondono a 18.339.237.057 litri, mentre le 24.408.000 tonnellate di gasolio corrispondono a 29.585.454.545 litri. In totale la bellezza di 47.924.691.612 litri di carburante.

Se ora moltiplichiamo i 47.924.691.612 litri di carburante per 0,25 centesimi avremmo 11.981.172.902 Euro, per non sbagliarsi circa 12 miliardi di euro! Se questi soldi rientrassero nelle tasche degli italiani verrebbero riversati nei consumi, negli investimenti e nel risparmio. In ogni caso attiverebbero un circolo virtuoso che produrrebbe anche nuove entrate fiscali dirette ed indirette nonché finanziamenti allo Stato sotto forma di sottoscrizione di titoli del debito pubblico.

Una simile abbattimento del costo della vita andrebbe incontro, in maniera sensibile, tanto alle famiglie quanto al sistema produttivo (si pensi solamente all'effetto calmierante - salvo speculazioni - sui costi del trasporto su gomma) e potrebbe contribuire ad una diminuzione dell'inflazione reale. Qualsiasi Governo attuasse effettivamente nel corso della propria Legislatura un'operazione del genere, magari non per tutti e 25 i centesimi ma per soli 10 o 15, guadagnerebbe grande credito agli occhi di tutti.

Ma al di là di queste considerazioni relative al fatto che le suddette voci sono, autonomamente, una sonora presa in giro per il cittadino, dobbiamo sottolineare che anche i risultati di alcuni studi confermano comunque un carico fiscale tra i più alti d'Europa. Prendiamo ad esempio la tabella elaborata sulla base di dati Ministero delle attività Produttive e Iefe Bocconi e riportata da Quark che evidenzia la seguente distribuzione percentuale dei costi:

1) 25% materia prima
2) 16,60% spese di produzione (raffinazione, trasporto e distribuzione)
3) 41,70% accisa (Legge 47/04)
4) 16,70% IVA del 20% calcolata su 1 + 2 + 3

Materia prima e costi di trasformazione quindi inciderebbero solamente per il 41,60 % sul prezzo alla pompa. In termini crudi, se un litro di verde costa/va 1,33 euro, 0,864 sono di tasse e contributi straordinari e solamente 0,466 sono pertinenti ai due costi appena citati.

Questi dati sono forniti a titolo indicativo ed esemplificativo vista la continua fluttuazione del prezzo della materia prima ed i meccanismi di adeguamento adottati dalle Compagnie e, a trascinamento, i conseguenti effetti sulla fiscalità: perché il Governo, tanto attento nel mantenere in vigore balzelli risalenti al 1935, non impone alle Compagnie petrolifere di applicare la solerzia messa nell'adeguare all'istante il prezzo alla pompa all'aumento del greggio (quindi ricavando un surplus sul costo medio degli stock a magazzino) anche nei casi di fluttuazione in ribasso? Non è forse il tollerare/permettere o addirittura convivere con questo abuso di posizione dominante una ulteriore presa in giro? Non sarà per caso che la tolleranza mostrata al riguardo deriva dal fatto che lasciare le cose così significa trarre indebito, ulteriore introito, sotto forma di maggior gettito fiscale?

L'accisa è di per se una misura fiscale. Pagarci sopra l'IVA, che diviene quindi (limitatamente a questa voce) una tassa sulla tassa, è veramente l'ennesimo raggiro a carico del contribuente indiretto.

Naturalmente questo quadro già sconfortante è aggravato dall'oligopolio praticato dai petrolieri, già ampiamente descritto nell'articolo del 24 gennaio di quest'anno nel quale parlavamo della messa sotto accusa di un certo numero di compagnie da parte dell'Antitrust per violazione della concorrenza. Il Garante ha sottolineato in una intervista al Corriere della Sera come l'istruttoria sia in fase avanzata e che qualche risultato concreto, a vantaggio degli utenti sembrerebbe ipotizzabile. Rischiando "sanzioni che possono arrivare al 10% del loro fatturato" le compagnie sotto inchiesta hanno "presentato una serie di impegni oggi all'esame del mercato. Sul fronte dei prezzi l'Eni, per i distributori self-service, promette un taglio di circa 4 centesimi al litro. L'impegno, per questo tipo di distributori, è di adeguarsi al prezzo medio europeo".

D'altra parte lo scandalo del prezzo dei carburanti in Italia si è spinto talmente avanti da non lasciare indifferente neppure l'UE alle cui "raccomandazioni" in materia sembriamo in questo specifico caso del tutto sordi (comportandoci in modo opposto quando si tratta di giustificare giri di vite fiscali di vario tipo).

E' di questi giorni l'ennesimo scontro fra le parti. Ora il Governo (ora?!?) scopre che stranamente i rincari sembrano avvenire non solo in dipendenza degli aumenti del greggio ma anche in funzione dei periodi di vacanza. Il prezzo alla pompa rilevato in questi giorni (gasolio "over the top in Europe" e benzina verde solamente al terzo posto) è quello che ha fatto scatenare le polemiche che hanno occupato giornali e notiziari di questi giorni e che hanno portato il Governo a convocare per il 10 i petrolieri.
La manovra effettuata dai petrolieri è abbastanza chiara per tutti tranne che, apparentemente, per chi dovrebbe vigilare: come sottollinea Affari Italiani che mette in evidenza il parallelismo tra la manovra effettuata dai petrolieri e quella che si utilizza nel campo del turismo, il cosiddetto "yeld management", a diminuzione del prezzo della benzina corrisponde un aumento di quello del gasolio; poiché il parco circolante è circa al 50/50, il lettore può capire il seguito da sé.

Se la manovra è (sempre per usare le parole di affari italiani) "Gattopardesca", la realtà è invece "Pirandelliana": è un gioco delle parti che vede tanti attori agitarsi in modo apparentemente inconcludente. Tutti hanno ragione e tutti hanno torto, ma l'effetto raggiunto è quello voluto: la presa in giro del consumatore.

Se invece ciascuno degli attori recitasse la sua parte in modo appropriato la compagnia alla fine un applauso potrebbe anche strapparlo. Il copione ideale dovrebbe prevedere i seguenti ruoli e relative azioni:

a) Il Governo dovrebbe agire, come detto prima, sul fronte:

1) della fiscalità eliminando o attenuando gli arcaici balzelli citati in apertura evitando così di caricare sul prezzo dei carburanti voci del tutto improprie. Altro intervento, periodicamente evidenziato dai più attenti addetti ai lavori e sottolineato anche dal Sole 24 Ore del 7 c.m., è quello relativo alla "rinuncia al meccanismo automatico che incrementa la tassazione" in base alla crescita della componente industriale del prezzo dei carburanti. Grazie a questo perverso meccanismo di calcolo (iva calcolata su cosi industriali + accise) lo Stato introita un surplus, come dire - terra terra - un guadagno sulla tassa della tassa, che il Sole 24 Ore ha evidenziato in circa 600 milioni nel 2005 (ed analoghi livelli l'anno successivo). Il problema è ben noto da tempo e già nel 2003 l'allora Ministro dell'Industria Marzano e anche lo scorso anno lo stesso Ministro Bersani, tentarono di fare qualcosa, bloccati però (sembrerebbe) dai rispettivi colleghi dell'Economia e Finanze. Oggi però le entrate fiscali fanno registrare ampi surplus tanto da aver accantonato il cosiddetto tesoretto. Possibile che non si voglia fare nulla al riguardo?
2) dell'inflazione reale: come rilevato da fonti quali Associazioni dei Consumatori, Sindacati, Associazioni Pensionati e via dicendo alle cui osservazioni un Governo di sinistra dovrebbe essere sensibil, e il paniere ISTAT non consente di rispondere, sia come composizione che come peso delle singole voci, all'effettivo costo della vita. La voce carburanti, come quella degli affitti, sembra avere un peso distaccato dalla realtà;
3) delle sanzioni: intervenendo più incisivamente, o mettendo l'Antitrust o il Garante per la Concorrenza in grado di farlo adeguatamente, comportamenti scorretti da parte dei petrolieri;
4) delle liberalizzazioni e della rete di distribuzione. Qui qualcosa si sta facendo con l'apertura alla Grande Distribuzione, ma la strada è ancora lunga anche perché...

b) i Petrolieri manifestano timori, attraverso il Presidente della loro Unione, che il passo sia "incompleto" e che il numero degli impianti possa aumentare anziché diminuire. In effetti questi timori potrebbero sottendere una difesa del sistema attualmente in essere. Se ciò fosse (cosa che pochi si augurano a parte i diretti interessati) si andrebbe contro una logica di mercato che invece ha portato qualche beneficio ai consumatori di Paesi diversi dal nostro. Altra cosa alla quale si dovrebbe porre attenzione (pro-utenti ovviamente) è, come già detto, il meccanismo relativo all'adeguamento dei prezzi ed infine occorrerebbe evitare l'attività di concertazione fra compagnie stigmatizzata dall'Antitrust lo scorso gennaio. Va peraltro precisato che, in nome del libero mercato, il Garante per la Concorrenza si oppone a qualsivoglia misura che calmieri artificialmente i prezzi, anche se a favore del consumatore. E' corretto o meglio lo sarebbe se le compagnie venissero accusate di cartello (vedasi sempre l'articolo del 24 gennaio). Possibile che le regole debbano sempre andare a favore del più forte?

c) le diverse Organizzazioni a difesa dei consumatori: fanno qualcosa, ma forse potrebbero fare di più. Ad esempio verificare se non sussistano gli estremi per portare in giudizio l'Italia di fronte alla Corte Europea per il problema dell'IVA sull'accisa. Chi ha avuto la pazienza di leggere l'articolo "E la flotta torna a navigare" pubblicato poco tempo fa, avrà notato come, su istanza di un'azienda che si è opposta all'Agenzia delle Entrate per il pagamento di circa 30.000 euro di IVA indebitamente richiesta, la Corte di Giustizia Europea abbia condannato l'Italia costringendola alla revisione del regime Iva sulle auto aziendali.
Ovviamente questo solamente nel caso in cui il provvedimento che il Governo avrebbe già messo a punto per attenuare la spirale della tassazione, non entri a breve in vigore ma, sopratutto, purchè sia realmente efficace e non sia l'ennesima presa in giro.
Altra arma, che finalmente sta iniziando ad essere suggerita da queste associazioni è quella dello sciopero dei consumi. Noi crediamo che in realtà sia più teorica che pratica. Basta infatti pensare al fatto che le domeniche a piedi o le targhe alterne non hanno prodotto risultati apprezzabili in termini di abbattimento dell'inquinamento o di diminuzione dei consumi. Quindi sciopero inteso come protesta sì, ma nei confronti delle compagnie più speculative. Le varie Associazioni rilevino il comportamento di ognuna delle compagnie presenti sul mercato, indichino quella che peggio si è comportata nei confronti dei consumatori, la mettano alla berlina ed invitino i consumatori a boicottarla per un certo periodo di tempo.

Siamo ancora sicuri di essere cittadini e non piuttosto 'valvassini' o, peggio, 'servi della gleba'?


Fonti:
"Chi dà fuoco alla benzina", Quark agosto 2006, tabella pag. 53, elaborata sulla base di dati Ministero delle attività Produttive e Iefe Bocconi;
"Perché la benzina italiana è la più cara d'Europa", Brianzapopolare.it/sezioni/economia,
Studio Federat-it per l'uso razionale dell'energia;
Documento del CNCU per il controllo del prezzo sui carburanti;
Annuario Statistico ACI
Vari articoli pubblicati sui principali quotidiani nazionali e siti internet.

Autore: Giovanni Notaro

Tag: Attualità


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