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Retrospettive

pubblicato il 8 novembre 2015

Steve McQueen, una vita per i motori

A 35 anni dalla sua morte è in uscita il film-documentario sulla sua ultima avventura

Steve McQueen, una vita per i motori
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"Amava le auto, l'alcool, le donne ed era un uomo interessante, cool". Recita così il trailer del film "Una vita spericolata" che esce nelle sale cinematografiche il 9-10 e 11 novembre, dedicato a Steve McQueen e alla sua grande passione per la velocità. Un'introduzione che sembrerebbe perfetta anche per James Hunt, l'altro anti-eroe di un recente film a sfondo motoristico, vale a dire rush. Sia chiaro: nessuno pensa nemmeno lontanamente di paragonare i due personaggi, attore uno, pilota l'altro. Siccome però in entrambi i casi si parla di cinema e di passione per tutto ciò che vada forte e abbia un motore, l'accostamento viene spontaneo. Anche perché ad accomunare Hunt e McQueen c'è purtroppo la scomparsa prematura per malattia. Dicevamo "Una vita per i motori": a distanza di trentacinque anni dalla sua morte, all'interno del film-documentario la voce di Steve McQueen dà la visione dell'attore sui motivi che l'hanno portato ad ammalarsi di cancro, un male che se l'è preso prematuramente il 7 novembre del 1980, a soli 50 anni. Nel film c'è "materiale" per tutti: per gli appassionati di auto ovviamente, che hanno modo di gustarsi le immagini e il suono di alcuni mostri sacri del passato, ma anche per tutte le donne che non hanno mai smesso di amare, seppur platonicamente, l'attore americano.

Pilota di moto e di auto, stuntman, collezionista

Come si può non ammirare (e invidiare), da appassionati di motori, uno come Steve McQueen? Impossibile. Una su tutte: se può, nelle scene di guida più estreme e negli inseguimenti più folli è lui in prima persona alla guida. E' così ad esempio nel film "Bullitt", un trionfo di sovrasterzi e salti al volante della Ford Mustang GT per le strade di San Francisco. E' così anche nella scena della cattura di Hilts in "La grande fuga" (in questo caso in sella a una moto); solo la sequenza finale con il salto sul filo spinato è opera di uno stuntman, ma solo perché la produzione gli impedisce di prendere rischi troppo grandi. Di più: nel corso della sua carriera cinematografica Steve McQueen prende parte a moltissime competizioni motoristiche e va vicino più volte all'abbandono del grande schermo per il motorsport. Nel 1970 partecipa per esempio alle 12 ore di Sebring al volante di una Porsche 908 spyder. Il risultato ha dell'incredibile: primo di categoria e secondo assoluto, ma soprattutto a soli 23" da un mito come Mario Andretti (su Ferrari). Prima che sulle quattro ruote, l'attore partecipa a diverse gare in moto, la maggior parte delle quali in sella a una Triumph Bonneville e a una Triumph 500cc. Ma Steve McQueen non amava solo il brivido della velocità, era un vero cultore dell'oggetto motocicletta e automobile: al momento della sua morte, la collezione di moto comprendeva oltre 100 modelli e, tra le auto, spiccano le Porsche 908, 917, 356 e 911S. Tra le Ferrari annovera la 512S e la 250 Lusso Berlinetta. Ancora, ci sono la Jaguar D-Type XKSS e la Mercedes W109 300 SEL 6.3.

La triste verità svelata da McQueen in persona

Bello era bello. Ricco non ne parliamo. Amato dalle donne e ricercato come attore di fama mondiale. Ma dannato. E, come spesso accade ai migliori artisti (siano essi pittori, musicisti, cantanti, ecc.), era anche una personalità inquieta, segnata da un'infanzia difficile vissuta da orfano. Questa la sua verità sulle cause del cancro: "Credo che a provocare la mia malattia sia stata la presenza di alluminio nei polmoni, ok, ma anche le pressioni eccessive alle quali sono stato sottoposto in una certa fase della mia vita, quando sono stato tentato di mollare tutto".

Il film definitivo sulla 24 Ore di Le Mans

Le pressioni a cui fa riferimento Steve McQueen nell'audio inedito riportato alla luce dal film sono da collegare alla realizzazione del film sulla 24 Ore di Le Mans, sua vera ossessione. Molto più del cinema in sé. Un progetto che gli costò tanto, troppo, sia in termini economici sia in termini di salute, almeno dal suo punto di vista. Sulla vicenda torna e fa luce il film di Gabriel Clarke e John McKenna "Steve McQueen - Una vita spericolata" ricostruendo il contorno a partire da interviste ai familiari dell'attore-pilota, materiali e filmati di repertorio, alcuni dei quali ricavati dal materiale prodotto sul set del 1970. Una delle testimonianze più importanti e vicine (ma forse anche di parte) è senza dubbio quella del figlio Chad, che ha avuto modo di tornare sui luoghi in cui furono girate le scene. Queste le sue parole: "Il film di Clarke e McKenna su mio padre è come una rivincita per me. Quando "Le 24 ore di Le Mans" uscì, tutti lo bollarono come un fallimento. In realtà, secondo il regista Lee H. Katzin, con cui ebbi modo di parlare due mesi prima della sua morte, l'opera non fu una delusione, se si tiene conto del fatto che parlava di un argomento molto di nicchia".

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Tag: Retrospettive , cinema , auto storiche , VIP


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