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pubblicato il 3 novembre 2015

Dossier Tokyo Motor Show 2015

Grandi e piccoli, il Giappone dell’auto non ha una dimensione

Toyota, Honda e Nissan ma anche Mazda, Mitsubishi, Subaru e Suzuki: nel Sol Levante non importa quanto una casa sia grande

Grandi e piccoli, il Giappone dell’auto non ha una dimensione
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La casa automobilistica più grande del mondo e altri costruttori che, nonostante le dimensioni notevolmente più piccole, sono pieni di vitalità e voglia di vivere e ad affermarsi. Questo è uno dei paradossi del Giappone che si riflette perfettamente nel Salone di Tokyo dove, accanto alle novità dei giganti Toyota e Nissan, hanno avuto un ruolo da assolute protagoniste anche quelle di Mazda, Mitsubishi, Subaru e Suzuki che, oltre a conti in nero e vendite in crescita, hanno messo in vetrina novità numerose quanto interessanti. E che insieme superano di poco la metà di Toyota. Un’anomalia tutta Giapponese mentre nel resto del mondo la scala tipica è più grande oltre al fatto che molti ritengono che la massa critica delle aziende automobilistiche debba essere aumentata in nome del contenimento dei costi e dei risparmi necessari per liberare risorse utili agli investimenti. Il pensiero va subito a Sergio Marchionne, che da anni parla di questi concetti e da mesi sta facendo pressione sulla General Motors per convincere la più grande delle Big Three di Detroit ad una fusione che farebbe nascere il gruppo automobilistico più grande al mondo.

La giusta misura non è XL per tutti

Stando a sentire questi, case come Mazda (1,3 milioni), Mitsubishi (1,2 milioni) Subaru (825mila) e Suzuki (3 milioni) avrebbero un destino segnato o perlomeno obbligato, ma la realtà dice l’esatto contrario, soprattutto nei giorni in cui una casa come Volkswagen si accorge che le dimensioni possono essere un problema. Non a caso, il nuovo CEO Müller ha stabilito tra le nuove direttive strategiche una maggiore autonomia decisionale. Senza dimenticare che anche all’inizio degli anni ’90 le grandi concentrazioni apparivano ancora più inevitabili di oggi, ma la maggior parte è naufragata portando alcuni costruttori sul ciglio del baratro o ad affrontare complicate ristrutturazioni. Anche Mazda, Mitsubishi, Subaru e Suzuki sono state oggetto di tale manovre, ma oggi sono sole, libere e ben felici. Ovvio che hanno rapporti con case più grandi, ma agiscono e sono vissute come indipendenti e, pur con risorse necessariamente ridotte, vengono percepite per le loro peculiarità e a dar loro ragione ci sono dati di vendita e di bilancio lusinghieri oltre che a profili di immagine ben definiti. Per riuscirci hanno sofferto, ma oggi appaiono solide e più protese che mai verso il futuro.

L’importante è partecipare

Alla base di questo fenomeno ci sono diverse analogie, ma anche differenze specifiche. Mazda si sta ancora liberando dai legami con Ford e, grazie a nuovi motori e a prodotti esteticamente quanto tecnicamente rimarchevoli, mentre Suzuki, dopo aver tentato un’alleanza con Volkswagen, ci ha subito dopo ripensato. Più simili tra di loro i casi di Mitsubishi e Subaru: entrambe fanno parte di “keiretsu”, grandi gruppi industriali, all’interno dei quali i loro passivi possono essere ampiamente consolidati. Nel caso delle Pleiadi inoltre c’è una compartecipazione sul 16,5% da parte di Toyota che fornisce ulteriore solidità, senza vincoli sullo sviluppo dei prodotti e delle attività industriali o commerciali che pure esistono, soprattutto negli USA dove le Tre Ellissi assemblano Camry (ma fino al prossimo anno) nello stabilimento Fuji nello stato dell’Indiana. Subaru ne ha bisogno per dare seguito all’offensiva che sta già dando grandi risultati commerciali, mentre ad accomunare i due costruttori a livello di prodotto ci sono la GT 86-MRZ-Scion FR-S e la Verso S-Justy. Sembra strano, ma neppure le Impreza e il nuovo Suv avranno “underpins” Toyota.

Una stretta di mano più di una firma

Si tratta comunque di meccanismi tipici giapponesi e asiatici, dove valgono normative antitrust più permissive e certi accordi di cartello valgono più dei contratti. Anche per questo l’accordo tra Suzuki e Volkswagen è naufragato: mancanza di fiducia e rottura di patti non scritti, così il gruppo giapponese si riprenderà il suo 20% dopo la sentenza della Corte di Londra andando alla ricerca di un altro partner. FCA? Con Torino ci sono pregressi positivi che riguardano in particolare il diesel e potrebbero essere estesi, ad esempio per la parte bassa della gamma, dove Suzuki è maestra e dove Marchionne esita ad investire lasciando invecchiare la Grande Punto. Il gruppo torinese ha già un accordo con Mazda per produrre in Giappone la prossima 124 Spider su base MX-5 (doveva essere inizialmente l’Alfa Romeo Duetto), ma Hiroshima nel frattempo ha trovato in Toyota il partner più affine per i prossimi anni. Tra le due esistono già accordi che riguardano l’ibrido (ma resi operativi solo in Giappone) e per lo sfruttamento dello stabilimento messicano di Mazda. Quest’ultima ha ottimi motori, ma gli manca una base produttiva in Europa.

Intrecci inestricabili, ma forti

Nel Giappone dunque gli intrecci, con fili che si annodano all’interno e al di fuori dell’arcipelago nipponico, ci sono, ma raramente assumono la forma della conquista da parte di un’azienda nei confronti dell’altra. Una lezione che la General Motors aveva fatto sua alla perfezione con le compartecipazioni in Subaru e in Suzuki delle quali fu in grado di disfarsi quando ebbe bisogno di fare cassa, proprio in nome di accordi non scritti. Sembra incredibile è strano, eppure è questo il modo in cui l’industria giapponese fa affari anche ai massimi livelli e si spalleggia facendo in modo che anche costruttori dotati di una massa critica oggettivamente insufficiente possano vivere e prosperare sviluppando prodotti e soluzioni che risultano appetibili anche per i grandi attori. Merito anche di una politica industriale da parte del Ministero dell’Industria che riesce a creare un consenso e una comunanza d’intenti che potrebbero apparire dirigisti, ma consentono al sistema industriale nipponico di creare integrazione verticali e orizzontali che lo rendono estremamente resistente agli attacchi e alle crisi, anche se si è piccoli.

Autore: Nicola Desiderio

Tag: Live , auto giapponesi , tokyo


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