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pubblicato il 9 ottobre 2015

Dossier Dieselgate, lo scandalo dopo il caso Volkswagen

Dieselgate, Horn negli USA: "Cambiare software non basta" [VIDEO]

Il numero uno in America ammette di sapere dal 2014 e si scusa col Congresso

Dieselgate, Horn negli USA: "Cambiare software non basta" [VIDEO]
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Per uscire dal Dieselgate cambiare software non basta, nella maggior parte dei casi bisogna intervenire anche sull’hardware. A sostenerlo è Michael Horn, il numero uno di Volkswagen negli Stati Uniti, che ha parlato davanti al Congresso americano. “A nome dell’azienda e dei miei colleghi in Germania e mio personale, voglio offrire sincere scuse per l’uso da parte della Volkswagen di un software che serviva ad aggirare i test”, ha detto Horn, aggiungendo: “E’ stato qualche ingegnere informatico che l’ha fatto”. Le indagini, sia interne che da parte delle autorità internazionali, stanno andando avanti e nel frattempo in America la richiesta di omologazione EPA 2016 per i diesel 2.0 TDI è stata sospesa. Intanto, nell’attesa del richiamo che ci sarà a gennaio, è stata avviata - anche in Italia - la procedura per verificare se il proprio motore è coinvolto nel Dieselgate (si può telefonare, qui trovate i numeri utili per tutti i brand, oppure si può controllare online, come vi abbiamo spiegato nel video).

Horn: “Ecco come possiamo riparare al danno”

Anche i motori coinvolti nel Dieselgate presto potranno soddisfare le emissioni standard di CO2. Michael Horn ne è convinto e di fronte ai politici statunitensi è entrato in dettaglio. Le auto equipaggiate con la prima generazione del turbodiesel 2.0 EA189 (a partire dalla Jetta TDI del 2009), avranno bisogno di cambiamenti sia hardware sia software; stiamo parlando di circa 325.000 vetture. Poi ci sono altre 90.000 auto dotate della seconda generazione di questo motore (compresa la Passat diesel del 2012), che potrebbero necessitare della stessa procedura, mentre solo 67.000 auto - equipaggiate con la terza generazione del motore - potranno rispondere agli standard sulle emissioni di CO2 soltanto con un aggiornamento del software. Horn ha anche aggiunto dettagli sui tempi delle riparazioni: per le auto più vecchie ci vorranno dalle 5 alle 10 ore di lavoro in officina. Non molto, ma consideranto l’elevato numero di auto coinvolte nel richiamo ci vorrà circa un anno per “aggiustarle” tutte.

Scuse ed ammissioni: “Sapevo dal 2014”

Al Congresso americano Horn ha anche ammesso di essere a conoscenza del fatto da più di un anno. “Nella primavera del 2014, quando lo studio dell'università della West Virginia è stato pubblicato, ero stato informato di possibili non conformità riguardo le emissioni, e che si sarebbe posto rimedio. Ero a conoscenza che le regolamentazioni EPA includevano anche delle sanzioni”... Tuttavia Horn ha detto che, per quanto ne sapeva, gli ingegnieri della compagnia stavano lavorando per risolvere il problema e che lo stavano facendo addirittura in sinergia con l'EPA. Solo dopo avrebbe saputo che si trattava di un vero e proprio trucco. Il 3 settembre scorso, durante una riunione con il California Air resources Board (CARB) e la US Environmental Protection Agency (EPA), emerse “che nelle vetture Diesel quattro cilindri degli anni tra il 2009 ed il 2015, era presente un ‘software di manipolazione’ nascosto che riusciva a riconoscere quando un veicolo si trovasse per strada o in un 'test di laboratorio'. Il software permetteva maggiori emissioni quando si trovava per strada piuttosto che in un test di laboratorio". A questo punto ha ribadito che simili scelte non sono mai state condivise con i vertici dell’azienda e che “Volkswagen è disposta ad accettare le conseguenze di quanto fatto”.

 

Foto: The New York Times

Dieselgate, Michael Horn parla al Congresso Americano

Il numero 1 di Volkswagen in America ammette di sapere dal 2014 e si scusa col Congresso

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Tag: Attualità , Volkswagen , dall'estero , inquinamento


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