dalla Home

Attualità

pubblicato il 24 settembre 2015

Dossier Dieselgate, lo scandalo dopo il caso Volkswagen

Volkswagen Dieselgate, 4 ragioni per non essere felici dello scandalo

Il caso delle centraline truccate è destinato ad avere pesanti ripercussioni in Europa e in Italia

Volkswagen Dieselgate, 4 ragioni per non essere felici dello scandalo
Galleria fotografica - Volkswagen, i protagonisti dello scandaloGalleria fotografica - Volkswagen, i protagonisti dello scandalo
  • Volkswagen Passat Variant 2010 - anteprima 1
  • Volkswagen Golf VI - anteprima 2
  • Martin Winterkorn    - anteprima 3
  • Matthias Muller	   - anteprima 4
  • Volkswagen, i protagonisti dello scandalo - anteprima 5
  • Motore Volkswagen TDI   - anteprima 6

Il Dieselgate di Volkswagen sta assumendo dimensioni gigantesche e ha legittimamente suscitato, sia dal mondo dei media sia da quello dell’uomo della strada, reazioni dure, indignate e talvolta anche scompostamente nazionalistiche o di parte, che poco hanno a che fare con una questione le cui conseguenze toccano non solo un’azienda o un paese, ma un intero continente e un’industria il cui andamento è essenziale anche per l’economia e i livelli di occupazione in Italia. Quella perpetrata da Volkswagen è una truffa, ma ci sono almeno 4 ragioni per le quali questo scandalo non deve far esultare nessuno. Eccole di seguito.

1. E' un caso "industriale"

Mettere nel mirino il diesel è mettere in discussione non solo Volkswagen o l’industria tedesca, ma l’intera industria europea e i costruttori che fanno base sul Vecchio Continente, FCA compresa. Tutti basano la maggior parte delle proprie vendite su questa propulsione, anche nel nostro paese dove nei primi 6 mesi del 2015 il 55,6% delle vetture vendute ha nel cofano un motore ad autoaccensione. Tale quota nel 2014 in Europa è stata del 53% e in alcuni paesi supera il 60%. Non solo i costruttori tedeschi, ma anche quelli francesi ed FCA hanno nel diesel un investimento fondamentale, sia per le vendite sia per il futuro perché è il tipo di motore tradizionale che assicura le emissioni di CO2 e i consumi inferiori.

2. Il diesel parla italiano

Il diesel è un motore tedesco di nome – fu inventato nel da Rudolph Diesel nel 1892 – ma l’ultima generazione ha molto di italiano poiché nel nostro paese è stato ideato e sviluppato il sistema di alimentazione “common rail” per merito del Centro Ricerche Fiat, l’Elasis e la Magneti Marelli. La prima auto ad averlo montato in forma spuria nel 1994 è stata la Fiat Croma, in quella definitiva invece ha trovato la sua prima applicazione nel 1997 sull’Alfa Romeo 156. La capitale mondiale delle pompe diesel common rail è Modugno (BA), dove lo stabilimento Bosch impiega 2.200 persone. General Motors progetta tutti i diesel per tutti i mercati del mondo (USA compresi) a Torino dove lavorano oltre 600 persone, con piani di ulteriore crescita. FCA vende a Suzuki la licenza per produrre l’1,3 diesel per le proprie vetture in Europa e in India.

3. Radici forti in Italia

Volkswagen è un marchio tedesco che occupa oltre 600mila persone nel mondo, 900 della quali in Italia e il gruppo ha sul nostro territorio 2mila tra concessionari e punti assistenza che impiegano circa 25mila persone. Il gruppo Volkswagen controlla inoltre, attraverso Audi, Ducati Lamborghini. La prima ha oltre mille lavoratori, la seconda supera i 1.200 e si prepara ad assumerne altri 500 per produrre il terzo modello con un investimento di 7-800 milioni di investimento, 80 di supporto pubblico. Wolfsburg inoltre possiede la Italdesign, fondata da Giorgio Giugiaro, altre mille persone che sviluppano design e industrializzazione dei modelli di tutto il gruppo in sinergia con i rispettivi centri stile dei marchi.

4. Preoccupanti ricadute sull'indotto

Volkswagen è un player globale che lo scorso anno ha fatturato 197 miliardi di euro e nel suo bilancio circa 1,5 miliardi viene speso verso i fornitori che il gruppo tedesco ha in Italia, direttamente o attraverso le proprie consociate. Per questo Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, si dice preoccupato per le pesanti ripercussioni che la crisi di Volkswagen potrebbe creare al sistema delle imprese italiane in un settore ad alto valore aggiunto, sia dal punto di vista tecnologico sia economico. Il settore della componentistica in Italia, secondo una valutazione dell’Unrae, ha un fatturato di 38 miliardi di euro e impiega circa 160mila addetti.

Ce n’è abbastanza per dire che l’Italia, insieme e forse più dell’Europa, avrebbe solo da perdere da una débacle di Volkswagen, non solo in termini economici, ma anche di immagine. E la condanna acritica nonché una perdita di credibilità del motore diesel sarebbero un grande danno per l’economia del nostro paese. Dunque attenzione a non "buttare via il bambino con l'acqua sporca"...

Autore:

Tag: Attualità , nuovi motori


Top