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pubblicato il 22 settembre 2015

Dossier Dieselgate, lo scandalo dopo il caso Volkswagen

Volkswagen Dieselgate, cosa rischia il "Made in Germany"

La caduta in borsa, la super multa, ma soprattutto la credibilità di un paese

Volkswagen Dieselgate, cosa rischia il "Made in Germany"
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Lo scandalo dieselgate Volkswagen negli USA è un problema per la Germania che non può più credere in se stessa e in quanto ha di più prezioso: la propria industria, la propria credibilità e la propria immagine di correttezza. È questo il danno più grande che la "furbata" di Wolfsburg ha creato e che va oltre i 37.500 dollari di multa che rischia per ognuna delle 482mila vetture coinvolte, per un totale di 18 miliardi, oltre i 12,9 miliardi di euro polverizzati in borsa direttamente e gli 1,9 rimessi dalla Porsche SE, la holding che controlla il 50,73% del gruppo Volkswagen e che nella sola giornata di ieri ha perso oltre il 12% con punte del 19,4%. Una débacle che ha trascinato del 4,1% l'intero comparto automobilistico europeo, toccando anche Daimler e BMW, anche loro coinvolte in quanto tedesche e impegnate negli ultimi anni a promuovere le virtù del diesel sul mercato americano.

Wolfsburg sotto interrogatorio

Una giornata di quelle tempestose, dove hanno tuonato non solo le voci provenienti da Washington, ma anche quelle da Berlino e da Hannover, capitale del land della Bassa Sassonia che possiede il 12,4% delle azioni di Volkswagen AG, ma ha il 20% del diritto di voto ed esercita un potere proporzionalmente ancora più elevato attraverso il consiglio di sorveglianza. Non per niente è membro di quest'ultimo il presidente del land, Stephen Weil che ieri ha definito la manipolazione sui dati di omologazione da parte di Volkswagen come "totalmente inaccettabile e ingiustificabile" mentre il governo tedesco, attraverso il portavoce del cancelliere Angela Merkel, dopo un iniziale "no comment", ha chiesto direttamente conto su quanto accaduto e, oltre a sollecitare la massima collaborazione di Volkswagen nei confronti dell'EPA, auspica che si tratti di un caso isolato e che le manipolazioni non riguardino anche le auto vendute in Germania e in Europa.

Delitto e castigo alla tedesca

E che l'affaire Volkswagen abbia colpito al cuore la Germania, lo dimostra la presa di posizione di BMW e Daimler che si sono affrettate a dichiarare la perfetta conformità alle fiche di omologazione delle loro vetture equipaggiate con motore diesel. Le concorrenti dunque, piuttosto che fregarsi le mani di fronte ai problemi di Wolfsburg, hanno capito che in gioco c'è molto di più delle semplici quote di mercato e riguarda l'immagine stessa del "Made in Germany", un fattore che sostiene la credibilità e la reputazione dell'industria tedesca – non solo quella automobilistica – ma rischia di trasformarsi in un pericoloso boomerang. Severità mescolata a preoccupazione e determinazione nell'andare fino in fondo emerge anche da altre zone del governo federale. Sigmar Gabriel, ministro dell'Economia e vice cancelliere, parla di "clamoroso inganno ai danni dei consumatori. Siamo preoccupati che ne soffra la reputazione, a ragione eccellente, dell'industria dell'auto tedesca e in particolare quella di Volkswagen". Alexander Dobrindt, ministro dei Trasporti, annuncia "test specifici e approfonditi sui modelli diesel di Volkswagen da parte di esperti indipendenti".

Una potenza arrestabile

Quali possono essere gli effetti sulla solidità di quello che è già di fatto il primo costruttore mondiale? Prima di tutto il rating delle azioni che potrebbe essere declassato dai massimi livelli attuali, guadagnati non solo per i risultati di vendita, ma anche per la presenza massiccia in Cina, per i fondamentali economici e per l'imponente piano di sviluppo che prevede investimenti per 85,6 miliardi di euro entro il 2020. Eppure proprio quelle che sembravano le gambe più solide stanno evidenziando qualche crepa. Il gruppo tedesco sta rallentando più del mercato cinese e lo stesso avviene in altri mercati emergenti mentre negli USA è in ritardo sui piani, sia quelli di vendita sia quelli produttivi. Le buone notizie vengono dalle entrate che verranno dalla cessione di Leaseplan (3,7 miliardi di euro) e dalla rivendita delle azioni Suzuki dopo la sentenza della corte arbitrale di Londra per un valore di 3,8 miliardi di dollari. Inoltre Volkswagen ha dichiarato alla fine del 2014 una liquidità pari a 21,5 miliardi di Euro e nel corso del 2015 ha mantenuto una capacità di generare circa 3 miliardi di cash ogni mese.

Montagna a rischio frana

Conti alla mano, Volkswagen vedrebbe erosi i propri risparmi, ma conterebbe ancora su un bello stipendio e potrebbe pagare la multa dell'EPA mettendo la mano in tasca, ma rimarrebbe l'incognita rappresentata dalle class action che le potentissime associazioni di consumatori americane stanno sicuramente preparando nei confronti del costruttore tedesco. Sempre che le verifiche dell'EPA confermino che si tratta di un fenomeno circoscritto alle dimensioni attuali. Nel frattempo le vendite delle auto diesel del Gruppo sono state bloccate negli USA e questa crisi ridimensiona automaticamente i piani commerciali presenti e futuri. Una serie di conseguenze a cascata che compromette irrimediabilmente i piani di investimento e la capitalizzazione che, prima di ieri, aveva già perso il 14% dall'inizio dell'anno. Aspetti legati a doppio filo che fino ad ora si spingevano l'un l'altro facendo apparire l'avanzata del gruppo tedesco semplicemente irresistibile, tanto da anticipare di 3 anni i target di vendita e leadership fissati per il 2018, anno nel quale era stato fissato anche l'abbandono di Martin Winterkorn, uscito recentemente vincitore apparente dopo la lotta intestina con Ferdinand Piëch.

Il sacrificio annunciato

Il CEO di Volkswagen AG, che si è immediatamente scusato per l'accaduto, vede compromessa la propria leadership di fronte ai fatti che riguardano direttamente gli anni della sua conduzione. Se ne era a conoscenza oppure no, poco cambia di fronte ad un'etica che equipara la responsabilità diretta all'omissione o – ancor peggio – alla mancanza di controllo nei confronti di chi avrebbe deciso di attuare uno stratagemma la cui fraudolenza si sta rivelando esplosiva. Per questo l'ingegnere tedesco potrebbe presto servire "sua sponte" la propria testa al consiglio di amministrazione e a quello di sorveglianza in nome di due ragioni di stato: quella che riguarda un gruppo che nel 2014 ha fatturato 197 miliardi di euro generando margini per 11,7 mld e quella che riguarda la Germania, vera azionista di riferimento di un'azienda che si chiama "Auto del popolo".

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Tag: Attualità , Volkswagen


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