dalla Home

Motorsport

pubblicato il 15 giugno 2015

Rally di Sardegna, un’esperienza unica anche dietro le quinte

Alla tappa del WRC di Sardegna ci siamo stati anche noi. Tra mirto e sterrato vi raccontiamo come è andata

Rally di Sardegna, un’esperienza unica anche dietro le quinte
Galleria fotografica - Rally di Sardegna, WRC 2015Galleria fotografica - Rally di Sardegna, WRC 2015
  • Rally di Sardegna, WRC 2015 - anteprima 1
  • Rally di Sardegna, WRC 2015 - anteprima 2
  • Rally di Sardegna, WRC 2015 - anteprima 3
  • Rally di Sardegna, WRC 2015 - anteprima 4
  • Rally di Sardegna, WRC 2015 - anteprima 5
  • Rally di Sardegna, WRC 2015 - anteprima 6

Il giorno dopo una gara, di solito i piloti si rilassano e rivivono mentalmente la loro prestazione; anche io, come fossi un pilota, ripenso a come è andata la mia gara. Non ho fatto fatica ad accettare l’invito a vivere da vicino il Rally di Sardegna, tappa italiana di quel Mondiale Rally (o WRC) che ha reso famosi campioni del calibro di Colin McRae o Sebastien Loeb e prima ancora ha visto duellare la Lancia Delta HF di Miki Biasion con la Toyota Celica di Carlos Sainz. Veri e propri idoli, di quelli che hai la camera tappezzata di loro poster con la macchina di traverso. Passo il viaggio verso Alghero a studiare il percorso di ogni singola prova speciale e a immaginare le evoluzioni dei maghi del volante che fra poco vedrò finalmente in azione. Appena sceso dalla scaletta dell’aereo si comincia a respirare aria di rally, perché all’ingresso  dell’aeroporto fa bella mostra di sé la Lancia Stratos di Sandro Munari, famosa per la sua livrea tricolore firmata Alitalia. Altri tempi, è vero, perché negli anni ’70 e ‘80 le auto erano molto più simili a quelle che si usano tutti i giorni e stimolavano le idee malsane di molti giovani, che in tempo zero si immaginavano con il freno a mano tirato e la macchina di traverso. E oggi? La storia è un po’ diversa, perché le auto sono più simili a prototipi che a vetture di serie preparate e irrobustite con un roll bar che più o meno chiunque poteva fare. Questo l’ho capito ai box, perché appena è stato possibile mi sono fiondato ai paddock, per vivere assieme a chi da due anni vince il campionato del mondo: Volkswagen Motorsport. Ho davanti a me le tre Polo R WRC nude, quasi imbarazzate a farsi vedere così svestite: i meccanici sembrano capirle e si mettono all’opera per rivestirle con paraurti e ruote nuove. Io però sono stato più veloce di loro e ho fatto in tempo a studiarmeli da vicino i tre mostri che fra poco sfrecceranno fra due muretti stretti stretti, a quasi 200 all’ora. Le Polo in questione hanno prima di tutto la trazione integrale, che le versioni di serie non prevedono e poi hanno ammortizzatori che sembrano quelli di un camion talmente sono grossi. Anche il passo è stato allungato rispetto alla versione di serie e parafanghi così larghi sarebbero manna dal cielo per i vigili… Insomma, di una macchina di serie rimangono solo il nome e la forma.

E adesso? Corriamo verso una prova speciale per vedere le macchine in azione

E’ quasi ora di partire per una delle ultime prove speciali e io sarò dietro a uno di quei due stretti muri di pietra, il più vicino possibile al tracciato e alle macchine. Trovo una posizione magnifica, all’interno di una curva molto veloce, dopo un piccolo salto. Da qui riesco anche a vedere e sentire le macchine alla partenza. Sebastien Ogier, campione del mondo in carica, sarà il primo a cominciare. Qualche sgasata e poi stock, dentro la prima: motore al limitatore e appena Seb molla il freno, la sua Polo WRC parte come una palla di cannone. In davvero troppo poco tempo copre i circa 1000 metri di strada tortuosa che mi separa dalla partenza, mi passa a un paio di metri a una velocità che va contro ogni legge della fisica e sparisce in una nube di terra, come per magia. Assieme a me ci sono molte altre persone, tutte tifose di questo sport. La violenza e l’odio che rovinano il calcio sono lontani anni luce e mi è anche capitato di vedere gente precipitarsi ad aiutare un pilota in difficoltà durante la prova, anche se è il diretto avversario di chi è lì a tifare, anche se quell’aiuto lo potrebbe avvantaggiare nei confronti del loro beniamino.

La festa è finita, gli amici se ne vanno…

Dopo la prova torno al paddock tutto impolverato, aspetto che tornino le macchine e festeggio assieme al team il trionfo di Sebastien Ogier e della Polo R WRC. Nei box i vincitori entrano esibendosi in un derapone da manuale, ma anche molti altri piloti usano questa tecnica per mettere la macchina sul ponte. Curioso in ogni box che anima il paddock e la procedura è sempre la stessa: i meccanici prima accarezzano la macchina, le sussurrano i complimenti e poi si abbracciano attorno al pilota a festeggiare la fine della gara. Termino la mia avventura felice come un bambino e impressionato per la genuinità di un ambiente in cui nessun protagonista è lontano dal pubblico, in cui chiunque può scambiare una battuta coi piloti e in cui non esistono tribune dalle quali vedere la gara, ma si è tutti insieme a tifare, a pochi metri dalle auto. “Vedere e sentire i tifosi che sono lì per noi è una marcia in più che ti carica a molla” mi dice Robert Kubica, a conferma di quanto ho capito in questa trasferta sarda. Se lo vivi una volta, il WRC ti entra nel sangue…

Autore: Federico Lanfranchi

Tag: Motorsport , Volkswagen , rally


Top