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Attualità

pubblicato il 5 giugno 2015

Uber, chi di app ferisce, di app "perisce". Il caso indiano

La polizia di Dehli usa l'app per bloccare gli operatori, considerati abusivi da circa sei mesi

Uber, chi di app ferisce, di app "perisce". Il caso indiano
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Uber e altre aziende simili continuano ad operare sul suolo indiano nonostante ci sia espresso divieto da circa sei mesi? I poliziotti di Dehli hanno ricevuto l'ordine di scaricare le relative app sul proprio smartphone, prenotare una corsa e sequestrare i veicoli al loro arrivo. Un pugno di ferro di fronte al quale le sentenze dei Tribunali di Milano, di Francoforte e di varie altre città del mondo impallidiscono. Leggete cos'ha dichiarato Muktesh Chander, commissario speciale della Polizia stradale di Dehli: "Queste aziende hanno giocato troppo a lungo al gatto col topo, ora siamo determinati ad affrontarle in modo aggressivo". C'è poco da scherzare, insomma, anche perché localizzare i "noleggiatori" è molto semplice: nella sola giornata di mercoledì sono stati sequestrati 120 mezzi.

A determinare il blocco di Uber, ma anche di Ola e TaxiForSure, è stato lo stupro di una passeggera, in dicembre, da parte di un conducente Uber; per la cronaca, l'accusato si è sempre dichiarato estraneo ai fatti. Dopo questo episodio, il corrispettivo del Ministero dei Trasporti ha comunicato a tutte le compagnie che non possono operare servizio di taxi senza regolare licenza. Ad aggravare la situazione - e a spingere verso il pugno di ferro - è stata la denuncia da parte di un'altra donna di aver subito nei giorni scorsi molestie da parte di un autista di Uber a Gurgaon (a pochi km da Dehli). Da parte sua, Uber ha dichiarato che continuerà a supportare, come ha sempre fatto, i propri affiliati; di più: ha inviato un SMS a ciascuno dei suoi autisti rassicurandoli sul fatto che potranno sempre contare sul supporto dell'azienda. Non ci sono invece dichiarazioni ufficiali da parte di esponenti di Ola e TaxiForSure.

Autore: Adriano Tosi

Tag: Attualità , india , uber


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