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pubblicato il 27 maggio 2015

Uber, il blocco in Italia e le reazioni nel mondo

Anche in Germania, Francia e USA restrizioni al servizio. Intanto, il Wall Street Journal si schiera contro la sharing economy

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Che Uber Pop sia stata bloccata in tutta Italia dal Tribunale di Milano lo avrete sicuramente sentito o letto. Per il momento hanno dunque avuto ragione i tassisti, in attesa dell'esito del ricorso già annunciato da Uber. E se state pensando che si tratta della solita soluzione all'italiana, dove le lobby hanno avuto la meglio a scapito del consumatore, state sbagliando. Già, perché Uber Pop è stata oscurata anche in Germania (seguita poi dalla Francia), addirittura dal 3 settembre del 2014, in seguito a una sentenza di una corte di Francoforte; anzi, i tedeschi oltre a Uber Pop hanno bloccato anche Uber "classico", quello che mette in contatto viaggiatori e conducenti NCC (quelli dotati di regolare licenza). Motivo: "garantire che tutti competano con le stesse regole", secondo la corte tedesca che ha emesso la sentenza.

Paladini del "prezzo giusto". No: "locuste della sharing economy"

Uber Pop e più in generale l'idea che tutto possa essere condiviso a prezzi più bassi rispetto a quelli di mercato è una sana forma di "new economy", un pungolo alla concorrenza e dunque un bene per la collettività o qualcosa da cui guardarsi e difendersi con attenzione? C'è chi a sentir parlare di regole tira in ballo una sorta di Luddismo moderno (il fenomeno di inizio 1800 per cui gli operai distruggevano le macchine industriali, responsabili del peggioramento delle loro condizioni di lavoro, se non della disoccupazione), chi invece equità e giustizia. I primi, favorevoli a Uber Pop e affini, difendono a spada tratta il diritto del singolo, l'interesse del consumatore a scegliere il servizio che preferisce. I secondi sostengono che in realtà la collettività ha ben poco da guadagnarci, perché ad arricchirsi davvero sarebbero solo le multinazionali come Google e Goldman Sachs (altro che start-up) che stanno dietro, per esempio, proprio a Uber.

Contro Uber e affini, a sorpresa, il Wall Street Journal

Se lo avesse fatto un sindacalista alla Maurizio Landini (per le cui opinioni abbiamo il massimo rispetto, sia chiaro), sarebbe stata una cosa; ma se a mettere in discussione Uber e la sharing economy è un "insospettabile" come il Wall Street Journal allora occorre fermarsi a riflettere. Il quotidiano economico americano non usa mezzi termini: parla addirittura di nuovi servi della gleba e di nuovo feudalesimo, di azzeramento dei diritti dei lavoratori e di drastica riduzione del loro compenso. In pratica, arriva a sostenere che quello di chi si presta alla "sharing economy" non sia nemmeno un lavoro, bensì qualcosa di poco rispettoso per la dignità umana. Non a caso, secondo una ricerca citata nello stesso articolo del WSJ, molti degli autisti di Uber non fanno quello di mestiere: si tratta molto spesso di persone in cerca di un lavoro o di un arrotondamento della propria paga (nella misura, sempre secondo il WSJ, di circa 10 euro all'ora al netto delle spese). La vicenda Uber Pop, ma anche Lyft, Airbnb, TaskRabbit, ecc., prima ancora che legale, è dunque di natura culturale.

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Tag: Attualità , taxi , uber


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