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Curiosità

pubblicato il 24 aprile 2015

Mercedes 300 SLR, cronaca di un sogno

Alla Mille Miglia con le auto guidate dai piloti Stirling Moss e Hans Herrmann, come 60 anni fa

Mercedes 300 SLR, cronaca di un sogno
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E’ difficile trovare le giuste parole per descrivere quello che è successo ieri tra Firenze e Bologna, lungo uno dei tratti di strada sulla quale sono passate decine di migliaia di cavalli (Cavalli Vapore, non quadrupedi!), prima per la Mille Miglia, poi per il Circuito Stradale del Mugello, infine per la Bologna-Raticosa. Circa ottanta chilometri, alternati a discese e salite, due passi da valicare – il Passo della Futa e quello della Raticosa – e un susseguirsi di curvoni e tornanti dove sono state scritte pagine dell’automobilismo. Di tutte le gesta eroiche, quella che abbiamo celebrato ieri ha un peso fondamentale, soprattutto perché si tratta di un record che rimarrà scolpito nella storia. Per sempre.

La nascita del mito

Ma andiamo con ordine: prima del rientro ufficiale di Mercedes in Formula 1 - nel 2010 - la casa di Stoccarda mancava ufficialmente e continuativamente dalle massime competizioni dal 1955 quando, a seguito del tragico incidente avvenuto alla 24 ore di Le Mans, venne deciso il ritiro dalle competizioni; proprio quell’anno però, precisamente il 1° Maggio, la Casa tedesca festeggiò la vittoria alla Mille Miglia, per opera del giovane pilota inglese Stirling Moss al quale era stata affidata una delle quattro Mercedes 300 SLR. 1 Maggio 1955, Brescia, ore 7.22: la Mercedes-Benz con il numero 722 (il numero rappresentava l’orario di partenza), discese la rampa di partenza pilotata dall'allora ventiseienne pilota, affiancato dal giornalista Denis Jenkinson che ricoprì il ruolo di navigatore. La coppia - anzi il terzetto sarebbe meglio dire - fece ritorno a Brescia in viale Rebuffone dopo 10 ore, 7 minuti e 48 secondi, dopo aver coperto una distanza di quasi 1000 miglia passando per Vicenza, Padova, Ferrara, Ravenna, Rimini, Ancona, Pescara, L’Aquila, Roma, Viterbo, Firenze, Bologna Modena e Mantova alla velocità media 157,65 km/h. Un record rimasto imbattuto grazie mezzo affidabile e una strategia azzeccata.

Il "Dream Team" tedesco

Lo squadrone Mercedes giunto dalla Germania in forze per una delle competizioni più importanti e impegnative al mondo, si era presentato in Italia in grande forma, contando su quattro performanti “frecce d’argento”, le barchette 300 SLR sviluppate sulla base della Formula 1 W196R, dotate di una forma filante e aerodinamica sotto la quale era alloggiato un 8 cilindri, con oltre 300 CV. A guidare le quattro vetture, il direttore sportivo di Mercedes Alfred Neubauer, aveva chiamato i suoi piloti secondo una precisa strategia: due piloti di esperienza, quali Karl Kling e Juan Manuel Fangio (Campione del mondo con la Mercedes nel 54) e due giovani promesse, quali Stirling Moss e Hans Hermann.
Inoltre si era deciso di far correre i due Senior da soli, puntando su esperienza e 70/80 chili in meno, e di affiancare ai due giovani dei navigatori che sarebbero sì stato un peso aggiunto, ma avrebbero aiutato i piloti con le note, soprattutto in quei pezzi guidati degli appennini dove fare una curva a gas aperto o chiuso, faceva la differenza. Moss fu navigato dal giornalista Denis Jenkinson, autore di uno splendido resoconto a fine gara in cui raccontò la sua esperienza a bordo della “722”, che per 10 ore lesse le note prese nei giorni precedenti, perfettamente scritte su un foglio (lungo ben 5 metri!), arrotolato dentro una scatola con due rotelle per lo scorrimento dello stesso.
L’altro giovane pilota della squadra era Hans Herrmann, tedesco, perfetto per puntare alla vittoria poiché anch’egli molto veloce e adatto a guidare sulle strade italiane, dove aveva già corso l’anno precedente con la Porsche 550.
La squadra poi aveva schierato anche tre 300 SL “Ali di Gabbiano”, per puntare alla vittoria Gran Turismo e tre berline 180D, per correre nella classe Turismo con alimentazione a gasolio.

Il ritorno sulle strade italiane

Il 23 Aprile 2015, a quasi 60 anni da quella data storica, Mercedes ha voluto riportare in Italia la squadra al gran completo e celebrare il primo e secondo posto assoluto di Moss e Fangio con la 300 SLR, il primo e secondo posto di classe GT di Fitch e Gendebien sulla 300SL e, infine, il primo, secondo e terzo posto di classe per le 180D. Perché il Passo della Futa e della Raticosa? La celebrazione si è svolta volutamente tra Firenze e Bologna poiché era qui che, al netto di incidenti o imprevisti che sarebbero potuti accadere prima di Brescia, si decretava il vincitore; ed è proprio qui che i due piloti che erano in prima e seconda posizione all'epoca – Stirling Moss e Hans Herrmann – hanno raccontato con estrema lucidità ciò che accadde in quei momenti nelle loro rispettive auto… Sembrava quasi che avessero finito la gara la scorsa settimana, invece sono passati 60 anni!

Il racconto dei protagonisti

Herrmann era secondo e stava rimontando, determinato a raggiungere Moss per un duello all’ultima staccata prima di Brescia; ecco cosa sostiene da buon stratega tedesco: “Moss usava i freni al 100% e con più violenza e rischiando di rimanere senza in caso di un duello serrato con me, che invece lo avevo preservati. Purtroppo però, poco dopo Bologna, il tappo della benzina si ruppe e tutto il carburante iniziò a uscire fuori, finendo anche nell’abitacolo. E’ una fortuna che non abbia incontrato una scintilla altrimenti io e il mio navigatore saremo bruciati vivi. Se la mia vittoria più bella nella è la 24 ore di Le Mans con la Porsche 917, il mio più grande dispiacere è non aver vinto quella gara… Ero sicuro ce l’avrei fatta! All’ultimo rifornimento verso Firenze, quando mi avevano detto che avevo 16 minuti di vantaggio su Fangio, ero felicissimo! Invece, purtroppo, è andata così. Ho dovuto lasciare passare Fangio che finì secondo”. Con lo spirito competitivo di un tempo, a tal punto da essere dispiaciuto di non ricordarsi a memoria l’andamento delle curve della strada, Herrmann racconta quanto fosse veloce l’auto ma anche facile da guidare anche grazie ai freni a tamburo; nonostante non fossero i dischi – brevetto Dunlop – a disposizione di Jaguar – facevano il loro dovere e non si scaldavano o consumavano oltre il dovuto. Basti pensare che tutti questi piloti percorsero 1600 km senza mai cambiare le ganasce dei freni. Abbiamo così provato a “punzecchiare” Sir Stirling Moss chiedendo se era vero che il suo amico Hans Herrmann l’avrebbe raggiunto e superato sul finire della corsa: “I miei freni erano ancora a posto, forse Herrmann mi avrebbe anche potuto raggiungere, ma poi doveva anche superarmi per vincere! L’auto era la migliore che un pilota potesse sognare in quegli anni; bastava capire come farla girare e diventava semplicissima: andava guidata in derapata controllata, entrando con il gas, poi lo si toglieva e la macchina sbandava in controsterzo, gas e via, soprattutto in quei tratti del circuito non ancora asfaltati, tra L’Aquila e Roma. Il momento più bello di quell’esperienza? Sono stati i 5 minuti in cui siamo arrivati a Brescia e dovevamo aspettare un po’ di tempo prima di avere la certezza che la vittoria era nostra. La gente si accalcava, era il bello di correre in Italia dove gli appassionati accorrevano per vederci, poi arrivò la notizia ufficiale: avevamo vinto!”

Una vera e propria impresa

L’esperienza a bordo della 300 SLR ci ha fatto capire quanto fossero "pazzi" questi piloti a guidare su quelle strade a quelle velocità, senza nemmeno le cinture di sicurezza! Per la verità Moss ci ha confessato che il casco lo indossava (se “casco” si può definire quella specie di elmetto!) mentre le cinture erano assolutamente pericolose in quegli anni perché in caso di incidente li avrebbero lasciati imprigionati dentro l’abitacolo invece che sbalzarli fuori. Punti di vista di piloti di epoche passate. La guida ad abitacolo aperto, senza vetri, rendeva la comunicazione impossibile: così il navigatore dava le note al pilota con un "gestuario" ben preciso, precedentemente definito tra i due. All’opposto della SLR, l’esperienza alla guida della 180D ci ha fatto capire come fosse difficile tenere una media di oltre 90 km/h con un’auto che in salita andava veramente piano e in discesa contava su dei normalissimi freni a tamburo di una quattroporte da famiglia: anche coloro che hanno a portato a casa la vittoria con la 180D sono stati degli eroi. Si potrebbero raccontare pagine e pagine di questa splendida esperienza vissuta ma le esigenze editoriali non ce lo permettono. Vi invitiamo così a visitare la galleria delle immagini per vivere da vicino l’epica esperienza di allora e di oggi!

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Autore: Enrico Rondinelli

Tag: Curiosità , Mercedes-Benz , auto europee , mille miglia


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