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Retrospettive

pubblicato il 8 marzo 2015

Dacia, dieci anni e tanta voglia di crescere

Ne ha fatta di strada, dalla Logan del 2005. E tanta ne può e ne vuole ancora fare...

Dacia, dieci anni e tanta voglia di crescere
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C'era una volta una Dacia. Quella che nacque nel 1966 e che costruiva Renault su licenza per il mercato interno. E poi ne è nata un'altra, che Ginevra ha festeggiato i dieci anni di attività. Stesso marchio, stessa bandiera – rumena - ma destino completamente diverso. Se l'originale fu costretta alla chiusura in seguito al domino politico originato dalla caduta del muro di Berlino e della rivoluzione rumena, oltre che dalla "pochezza" dei prodotti, la Dacia 2.0 è ormai un business-case di successo su scala globale, dopo che il marchio è stato assorbito da Renault nel 1999. Già, perché in controtendenza con la larghissima maggioranza dei Gruppi automobilistici, i francesi intuiscono, all'inizio degli anni Duemila, che c'è spazio per un marchio low-cost. Sì, low cost; tutti a sgomitare per entrare nella cerchia premium – che a quanto pare non ne vuole proprio sapere di allargarsi ad altri, nonostante gli sforzi profusi – e Renault piazza la mossa opposta. Ironia della sorte, ha pure successo. Un successo, a dirla tutta, che forse ha stupito persino i più strenui sostenitori dell'operazione Dacia; sì, perché non solo il marchio rumeno ha in un certo senso motorizzato la Romania del post Ceauçescu, ma ora comincia a infastidire persino alcuni modelli affermati di marchi generalisti ben più “nobili”.

Da brutto anatroccolo...

E dire che l'esordio della “nuova” Dacia non lascia presagire scintille. La Logan, che nasce nel 2005, appare vecchia già dieci anni fa; non perché manchino l'aria condizionata e gli alzacristalli elettrici (ricordiamo il prezzo: 7.950 euro...), quanto perché il design è a dir poco... "Sovietico". La carrozzeria è quasi “spezzata” nei suoi tre volumi classici, mentre le poche colorazioni disponibili alternate alle ampie superfici di nero (non) colorate sui paraurti la fanno apparire davvero come una fuoriuscita degli anni Ottanta. In Dacia non si perdono d'animo: se la berlina riesce ad affermarsi davvero solo in alcuni mercati dell'Europa dell'Est, ecco la soluzione: la station wagon. Ma non una SW come le altre, bensì un vero e proprio “container” su quattro ruote, con tanto di doppia spondina posteriore per facilitare il carico e sette posti veri. Una manna per i tassisti, ma anche per le famiglie più razionali, quelle per cui i Quattro Anelli, l'Elica o la Stella sul cofano sono un di più, ammesso che ne conoscano l'esistenza. Gente che con i soldi con cui gli “altri” comprano i sedili in pelle, salda la vettura intera. E che magari, con malcelato orgoglio, si offre di portare le valigie rimaste fuori dal bagagliaio della station premium e rifinita però mai abbastanza capiente.

… A mire (quasi) SUV

L'avessero annunciata nei primi anni di rinascita del marchio, nessuno ci avrebbe creduto. La versione Stepway appare, almeno sulle prime, in contraddizione con lo spirito stesso del marchio: che senso ha, ci si chiede, una Sandero (la proposta Dacia di segmento B) con il look di una Sport Utility? Un senso ce l'ha eccome e glielo danno gli automobilisti, che la apprezzano parecchio: in Italia, nel 2014, ha rappresentato il 54% di vendite del marchio. Così come apprezzano l'evoluzione tecnologica del marchio, su cui cominciano a spuntare l'aria condizionata, sistemi di infotainment via via più raffinati, un'ergonomia al passo coi tempi (i tasti degli alzacristalli elettrici “migrano” dalla zona bassa della console ai pannelli porta) e qualche piccola attenzione per il look anche dentro, come qualche abbozzo di profilo nero lucido.

Il lavoro paga

Il processo di lenta trasformazione appena esposto vale alla Dacia una reputazione in costante ascesa anche fra i più scettici. Una credibilità fondata anche e soprattutto sull'affidabilità del prodotto, che grazie all'utilizzo di tecnologie ben conosciute e collaudate dalla Renault non riserva sorprese. E qualora non bastassero tutte queste credenziali, in Dacia spazzano anche gli ultimi dubbi con una garanzia jap-style di 3 anni/100.000 km. Questo dal punto di vista del prodotto. Ma Dacia logora chi non ce l'ha (inteso come Gruppo automobilistico) anche e soprattutto per un altro aspetto: la redditività su ogni unità prodotta. I numeri li custodiscono gelosamente, ma i vertici dell'azienda assicurano che i margini di profitto sono elevati, grazie all'azzeramento della dispersione di risorse in modelli di nicchia, all'elevato impiego della capacità produttiva (la presenza commerciale in 43 Paesi non è casuale) e all'ampio archivio di componenti della Renault al quale possono attingere. Non solo: Dacia ha in un certo senso creato un nuovo genere di consumatore-automobilista, quello che in tempo di crisi non ha la minima intenzione di spendere grosse cifre per un oggetto che si svaluta con rapidità disarmante.

Il futuro le sorride

Fin qui, i suoi “primi” dieci anni. Il tempo è dunque dalla sua parte e i vertici dell'azienda ne sono consapevoli. Ecco dunque, per esempio, che l'apprezzata versione Stepway si allarga alla monovolume Lodgy ed alla multispazio Dokker. Obiettivo, manco a dirlo, è quello di continuare a crescere, come è naturale voler fare a dieci anni, partendo da un 2014 in cui la quota di mercato in Europa è stata del 2,9% (poco meno della metà di quella di tutto il Gruppo FCA, per intenderci) pari a 359.141 unità vendute, ovvero il 23,9% in più rispetto alle 289.795 dell'anno precedente. Ancora, sotto i riflettori del Salone di Ginevra l'intera gamma Dacia si è mostrata, con malcelato orgoglio, di Prime Special “vestita”: Sandero, Duster, Lodgy, Dokker e Logan MCV si distinguono grazie al Blu Cosmo della carrozzeria e ad alcuni allestimento specifici, fra cui il navigatore satellitare con schermo touch da 7”.

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Tag: Retrospettive , Dacia , auto europee , ginevra , saloni dell'auto


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