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Retrospettive

pubblicato il 8 febbraio 2015

Autobianchi A112 Abarth, cattiveria chic

La storia della variante cattiva dell'utilitaria trendy all'italiana

Autobianchi A112 Abarth, cattiveria chic
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Se pensate che le auto fashion di piccole dimensioni siano un'invenzione relativamente recente, diciamo del 2001, data di nascita della MINI by BMW, siete fuori strada. Oppure in “storia dell'automobile” non siete fortissimi. L'esigenza di vetture a misura di città ma non strettamente utilitaire (nell'immagine, soprattutto) si fa largo già verso la metà degli anni Sessanta. Gli esperti di marketing e sociologia attribuiscono questo nuovo “bisogno” all'emancipazione della donna conseguente al boom economico. Se prima non aveva nemmeno la patente, adesso “lei” non solo guida, ma aspira a qualcosa che le permetta di distinguersi. Un'auto sì facile da guidare, pratica e maneggevole, ma che abbia almeno qualche civetteria. Da questo concetto (e dalla voglia di fare concorrenza alla Mini...) partono in Fiat, quando decidono che è il momento di andare incontro al mercato. Nasce così la Autobianchi A112, la cui storia ve l'abbiamo già ampiamente raccontata. Queste righe sono dedicate invece alla derivazione più interessante per “lui”, la Abarth.

Stilosa sì, ma perché non darle un po' di carattere?

Appunto, why not? A maggior ragione dal momento che nel 1971 Fiat rileva la Abarth e che Karl Abarth, appena un anno prima, aveva presentato, guarda caso, una A112 preparata per le corse. A tutto ciò si aggiunge il fatto che c'è sempre la Mini a cui dare fastidio, nello specifico la Cooper. Certo, da quella A112 con testa radiale e dall'impressionante potenza (per l'epoca) di oltre 100 CV si scende parecchio e si torna nei ranghi di una vettura utilizzabile tutti i giorni, ma la base è validissima e già nell'ottobre del 1971 la A112 Abarth è realtà. E un successo. Il prezzo è di poco inferiore a quello dell'inglese, ma comunque piuttosto elevato. Poco importa: il look della piccola Autobianchi conquista al primo sguardo e il suo carattere fa innamorare i più smanettoni. Rispetto alla versione normale, la Abarth presenta un motore maggiorato nella cilindrata – da 905 a 982 cc, grazie all'allungamento della corsa –, freni anteriori a disco più grandi e adozione del servofreno, mentre rimane invariato il telaio: molle e ammortizzatori sono già abbastanza duri. Dentro, le modifiche sono prima funzionali e solo di conseguenza estetiche. I sedili, specifici, sono più contenitivi. Il volante, con impugnatura più spessa e diametro ridotto, è un invito a nozze (con le curve) e nella console si fanno spazio tre strumenti: manometro e termometro del lubrificante e voltmetro della batteria. Ciliegina sulla torta, il contagiri con zona rossa più in alto.

Sottosterzo o sovrasterzo, nessuna via di mezzo

Chi l'ha guidata lo sa: la piccola tutto pepe non ama le mezze misure. Se si dà gas troppo presto, una “riga” dritta sull'asfalto è cosa certa. Se si rilascia l'acceleratore in appoggio, bisogna esser pronti con il controsterzo. Il passo corto, le gomme strette e il baricentro non esattamente rasoterra si fanno sentire, ma le reazioni non sono impossibili da gestire, anzi. A testimonianza di questo c'è il fatto che della A112 viene fatto ampio uso nei rally, nelle corse in salita e negli slalom; ieri e oggi: la prima omologazione per le competizioni è datata 1972, l'ultima 1990. E non si pensi che la sua carriera è terminata: ancora oggi si arrampica arzilla per qualche gara in salita per auto storiche. L'impegno agonistico della piccola Autobianchi conosce il suo massimo splendore verso la metà degli anni Settanta, quando Fiat istituisce il Campionato Italiano Autobianchi A112 Abarth 70 hp, disputato fra il 1977 e il 1984. Una fucina di talenti, tra i quali spiccano due nomi su tutti: Attilio Bettega e Franco Cunico.

Nel 1975 arriva la 70 hp

Karl Abarth, nel frattempo diventato consulente Fiat per le sportive, viene chiamato in causa per dare una rinfrescata alla A112 che porta il suo nome. È come sfondare una porta aperta. L'austriaco lavora sull'alesaggio – che viene portato da 65 a 67,2 mm, con conseguente aumento della cilindrata da 982 a 1.050 cc – e sulla testata, riuscendo a tirare fuori 12 CV in più. La 70 hp tocca i 160 km/h e guadagna un bel po' di brio nello scatto. Dal punto di vista estetico, le differenze rispetto alla 58 hp si concentrano nei gruppi ottici posteriori, più grandi e bordati di nero, oltre che con luci di retromarcia incorporate, mentre i montanti posteriori presentano una griglia più ampia. Dentro, la differenza principale è costituita dal volante a due e non più a tre razze e l'omologazione per cinque posti (non più quattro).

Sette vite come i gatti

La lunga carriera di questa piccola sportiva, che comincia nel 1971 e termina nel 1984, è merito senza dubbio della validità del progetto di base, ma anche dei numerosi aggiornamenti di cui è stato oggetto nell'arco di sette serie. Le tappe fondamentali, oltre alla già citata crescita di cilindrata e potenza portata dalla terza serie del 1975, sono l'adozione del cambio a 5 marce sulla quinta serie del 1979. La quarta, prodotta per soli 18 mesi fra il 1978 e metà del 1979, si ricorda soprattutto per aver portato al debutto il telaio B, con padiglione rialzato di 20 mm. Nulla di particolare da segnalare sulla sesta serie, se non la nuova impostazione stilistica, meno sportiva (cosa non apprezzata da tutti), mentre la settima e conclusiva Abarth, da molti considerata fin troppo carica di plastica all'esterno, è quella con vita più breve: la Y10 è pronta a sostituirla.

Una passione ancora viva

La A112 Abarth è la classica auto che travalica i confini del prodotto industriale e abbraccia quasi quelli del mito, relativamente (e automobilisticamente) parlando. La sua carriera sportiva non è certo quella della Lancia Delta Integrale, tanto per dirne una. Il suo prestigio, trattandosi di una citycar, non ha mai toccato le vette assolute di alcune icone note in tutte il mondo. Eppure, chi l'ha posseduta la ricorda con un affetto che talvolta sfocia nella lacrima di commozione. Il motivo? Le emozioni che era in grado di trasmettere, quel look inconfondibile, la soddisfazione che regalava quando riusciva a tenere testa, almeno nel misto, a sportive ben più costose. Oppure per i rudimenti insegnati a molti che l'hanno avuta come prima auto e che l'hanno portata in pista fino all'esaurimento: c'è chi narra di duomi delle sospensioni anteriori crepati, a forza di saltare senza ritegno su e giù dai cordoli. Una passione mai domata, che vive ancora oggi, come testimonia il fervente mercato dell'usato che le ruota attorno, l'attività sportiva nella quale è ancora impegnata e la vivacità dei numerosi club ancora attivi.

Autore: Redazione

Tag: Retrospettive , Abarth , auto italiane


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