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pubblicato il 30 dicembre 2014

Petrolio "regalato", carburante ugualmente caro

Il greggio cala, ma il costo del pieno subisce solo lievi variazioni. Almeno per ora, ecco perchè

Petrolio "regalato", carburante ugualmente caro

La regola matematica ce l’hanno spiegata i petrolieri: se il greggio sale, noi Compagnie non possiamo fare altro che alzare il prezzo alla pompa, visto che dobbiamo sopportare un costo superiore per acquistare la materia prima. Un ragionamento che appare condivisibile. Però il castello di carta crolla se constatiamo quanto accade in questi giorni: il greggio scende notevolmente, ed è lecito attendersi che la suddetta regola matematica (proprio perché tale) venga rispettata. E invece? Sorpresa. Il costo del pieno va giù di poco: siamo attorno a 1,52 euro/litro per il diesel e 1,62 per la benzina. Questa almeno è la situazione attuale, e magari gli effetti del minor prezzo del petrolio potrebbero dispiegarsi più sul lungo periodo. Intanto Maurizio Micheli, presidente Nazionale di Figisc Confcommercio (sindacato gestori) ha dichiarato qualche giorno fa: “In una settimana la quotazione internazionale dei prodotti lavorati è scesa di -3,1 cent/litro per la benzina e di -2,8 cent/litro per il gasolio, ivati. A sua volta il greggio Brent è ancora in arretramento in confronto al fine settimana scorso e, con un cambio euro/dollaro in diminuzione, si attesta su 48 euro/barile rispetto ai 52 di venerdì scorso. Rispetto alle dinamiche dei prodotti sulla piazza internazionale del Mediterraneo, i prezzi alla pompa in Italia da venerdì 12 dicembre [al venerdì dopo] sono discesi di -4,2 cent/litro per la benzina e di -3,2 cent/litro per il gasolio”. Ma vediamo cosa sta succedendo e perché.

Turbolenze internazionali

Come evidenzia l’Unione petrolifera, nel 2014 la domanda di greggio mondiale, pari a 92,4 milioni barili/giorno, ha rilevato la crescita più bassa degli ultimi 5 anni (+0,7%) per la riduzione della domanda nei Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (?0,9% rispetto al +0,3% del 2013) e un rallentamento in quelli non?Ocse (+2,4% rispetto al 3,5% del 2013). Il contributo dei Paesi Opec (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) è rimasto sostanzialmente invariato, mentre è cresciuto quello dei Paesi non Opec, trainati dagli Stati Uniti che, con quasi 12 milioni barili/giorno, sono diventati il primo produttore mondiale e coperto l’83% dell’incremento totale dell’offerta nel 2014. Per la seconda volta in questo decennio il consistente surplus verso la domanda ha consentito una buona costituzione di scorte in un mercato già molto ben approvvigionato. Non solo: nel 2014 il prezzo del Brent nel solo ultimo quadrimestre dell’anno ha perso oltre il 40%, tornando sui livelli minimi dal 2009; in media annua nel 2014, per la prima volta dal 2010, è sceso sotto la soglia dei 100 dollari/barile (?8,8% rispetto al 2013), attestandosi a 99,1 dollari/barile. C’è poi il discorso raffinazione a incidere: quella mondiale continua ad essere caratterizzata da dinamiche molto diverse da area ad area per le profonde differenze normative e regolamentari, soprattutto ambientali, che impattano sulla struttura dei costi e dunque sui rapporti competitivi. Particolarmente critica la situazione in Europa dove negli ultimi cinque anni è già stata chiusa capacità per 1,7 milioni barili/giorno, di cui 300 mila barili/giorno in Italia (pari a circa il 18% del totale). L’Italia continua ad essere il Paese più esposto alla concorrenza internazionale in una posizione di crescente svantaggio competitivo.

Quelle tasse maledette

Nonostante il calo del petrolio, quindi, i ribassi alla pompa sono minimi. Perché alla fine, a picchiare duro sono le tasse. A oggi, l’84/85% degli aumenti registrati dal 2010 sono stati di natura fiscale. Attualmente in Italia la tassazione sulla benzina è pari al 63% del prezzo finale contro una media europea del 58%; sul gasolio del 58% contro il 51%. Lo “stacco fiscale con l’Europa”, attualmente intorno ai 22 centesimi, è destinato ad aumentare tenuto conto che nuovi aumenti delle accise sono previsti dal 1° gennaio 2015 (decreto del 2013), stimati in 2,5?3 centesimi. Ulteriori aumenti sono previsti fino al 2021 in virtù di diverse clausole di salvaguardia contenute in vari provvedimenti legislativi per un ammontare totale di oltre 3,2 miliardi di euro (al netto dell’Iva anch’essa destinata ad aumentare) Se tutte le clausole previste dovessero essere esercitate, l’aumento complessivamente sarebbe pari a 10/12 centesimi euro/litro. Inoltre, c’è il guaio della mancata razionalizzazione degli impianti. Quelli insicuri e di quelli marginali (secondo i dati ministeriali in 5.000 hanno un erogato inferiore a 350 metri cubi) incontra molte resistenze, soprattutto da parte dei retisti indipendenti. Il ministero dello Sviluppo economico nel mese di novembre ha comunque riattivato un tavolo con le rappresentanze non solo di tutti gli operatori ma anche delle amministrazioni locali per individuare le iniziative più opportune per la chiusura di tali impianti.

Autore: Redazione

Tag: Attualità , carburanti


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