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pubblicato il 22 dicembre 2014

Termini Imerese, oggi è il giorno del giudizio

Dopo la serie di fallimenti, c’è l’ultimo vertice prima dei licenziamenti collettivi

Termini Imerese, oggi è il giorno del giudizio

Sarà un Mezzogiorno di fuoco per gli operai di Termini Imerese. A quell’ora una delegazione sindacale ha appuntamento al Ministero dello Sviluppo Economico per discutere la proposta del gruppo Metec, che nell’occasione presenta il piano industriale nel dettaglio. Questa potrebbe essere l’ultima spiaggia, perché ormai la cassa integrazione sta per finire e, se non si trova un accordo per riaprire lo stabilimento messo in vendita da Fiat nel 2010, a gennaio scattano i licenziamenti collettivi. La tensione è al massimo, i sindacati sono divisi e, visto che a rischiare sono 1.200 operai più l’indotto, Maurizio Landini della Fiom ha chiesto al premier Matteo Renzi di concedere “più tempo per valutare il piano industriale dell'azienda, prorogando di qualche mese la cassa integrazione in deroga per tutti i lavoratori, Fiat e indotto”.

Perché Fiat ha chiuso Termini Imerese

Questione di soldi, anzi, di "costi logistici". Ogni singola auto prodotta negli stabilimenti siciliani costerebbe, secondo la Fiat, circa 1.000 euro in più per le dicotomie infrastrutturali. Strategico, inoltre, sarebbe il ruolo dell'indotto, perchè il costo di ogni vettura assemblata è composto all'80% da componentistica, al 15% da spese generali e solo al 5% è rappresentato dal costo del lavoro. Eppure in questi ultimi 40 anni sono nate nell'area dello stabilimento quattro aziende che lavorano per Fiat: la Lear, che fa sedili; la Ergom, del Gruppo Magneti Marelli; la Biennesud, che vernicia paraurti, e la Clerpem, che produce le spugne per i sedili. Tuttavia, il problema logistico dei trasporti, sottolineato da molto tempo dal Lingotto, non è da sottovalutare. Le auto prodotte a Termini Imerese venivano caricate sulle bisarche dei treni merci alla stazione di Fiumetorto e trasportate a Catania, prendendo la via del mare. Ed è nell'ottica di ridurre questo costoso viaggio che è stato lanciato il progetto di aumentare la profondità dei fondali del porto di Termini Imerese, per consentire l'attracco di navi con maggiore portata. Per farlo ci vorrebbe un investimento da 21 milioni di euro già deliberati dal Cipe, ma a questo punto si apre una lunga parentesi burocratica. Il rapporto tra l'azienda e il territorio è infatti denso di patti sottoscritti e mai rispettati o di inefficienze e ritardi della pubblica amministrazione.

Dopo DR, gli appelli anche dei parroci

Lo stabilimento messo in vendita da Fiat doveva passare a Dr Motor, per assicurare una continuità lavorativa nel settore auto. Si dovevano produrre quattro modelli: DR2, DR3, il restyling della DR5 e la berlina DR4, mentre Macchia d'Isernia si sarebbe continuato a produrre la DR1, la DR2 e la DR5. Peccato che è tutto finito, il progetto è fallito e da allora gli operai hanno continuato a protestare per chiedere di tornare a lavoro. Insieme a loro c’è sempre stata la comunità locale, tanto che i parroci di Termini Imerese hanno chiamato a raccolta i fedeli invitandoli ad uno sciopero generale. "Vi chiediamo di partecipare e di far partecipare le persone che incontrerete, certi che il Signore non delude le speranze del popolo che lo invoca con fiducia", si leggeva nel comunicato di febbraio 2014, rivolto "a tutti gli uomini di buona volontà".

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Tag: Attualità , lavoro , scioperi


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