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pubblicato il 2 settembre 2014

Incidente, chi non si ferma rischia 3 anni di carcere

In caso di vittime anche illese è bene restare fino al completamento delle indagini. Ecco un caso su cui riflettere

Incidente, chi non si ferma rischia 3 anni di carcere

L'obbligo di fermata sul posto del sinistro deve durare per tutto il tempo necessario all’espletamento delle prime indagini rivolte a identificare il conducente e il veicolo: lo ha stabilito la Cassazione, con sentenza 34495/2014. Quindi, rischia il carcere fino a tre anni e la sospensione della patente chi, dopo aver investito un pedone, non ottempera all’obbligo di fermarsie di prestare assistenza: questo si sapeva. Ma il reato c’è pure se la vittima, dopo l’impatto con il veicolo, non cade per terra e si reca al pronto soccorso in un secondo momento. Così, gli ermellini dichiarano inammissibile il ricorso di un imputato, condannato già in secondo grado dalla Corte d’appello di Lecce. Che, comunque, aveva riformato la sentenza di primo grado, riducendo la pena inflitta al ricorrente, colpevole, secondo il Tribunale di Brindisi, di aver investito un anziano che riportava di alcune lesioni personali gravi e di non aver prestato assistenza.

Il dovere di fermarsi

Nel caso in questione l’uomo, anche se finito con una gamba sul cofano della vettura, non ha perso l'equilibrio perché si è aiutato prontamente con l'ombrello: ecco perché l’imputato si diceva innocente. Ma l’articolo 189 del Codice della strada, per la Cassazione, impone il dovere di fermarsi sul posto dell’incidente deve durare per tutto il tempo necessario all’espletamento delle prime indagini rivolte ai fini dell’identificazione del conducente stesso e del veicolo condotto. Il motivo? Dove si ritenesse che la durata della fermata possa essere anche talmente breve da non consentire né l’identificazione del conducente, né quella del veicolo, né lo svolgimento di un qualsiasi accertamento sulle modalità dell’incidente e sulle responsabilità, la norma stessa sarebbe priva di logica. Per gli ermellini, c’era anche il consapevole rifiuto di verificare la necessità di assistenza dell’investito, l’avanzata età del quale, peraltro, consigliava particolare cautela.

Il dramma dei pirati

Una sentenza condivisibile, anche alla luce del numero di casi di pirateria stradale in Italia, un fenomeno in espansione. Nel nostro Paese, siamo a circa 900 episodi di pirateria stradale l’anno: come minimo, un terzo per l’alcol. Perché, su 100 pirati acciuffati, 35 erano ubriachi. Intanto, si attende l’introduzione del reato di omicidio stradale, ventilato anche dal premier Renzi. Oggi, nel caso di sinistro mortale o con gravi lesioni fisiche provocato da un guidatore in pesante stato d'ebbrezza o sotto l'effetto di stupefacenti, scatta il reato di omicidio colposo (dovuto cioè a imperizia, negligenza o imprudenza): così il Codice penale. E la reclusione va da tre anni (la scelta più frequente dai giudici) a teorici 10 anni (ma questa pena massima non viene mai applicata, e resta sulla carta). Inoltre, la patente viene revocata temporaneamente. Invece, col reato di omicidio stradale (si configura se il conducente aveva un tasso alcolemico oltre 1,5 grammi era sotto effetto di droghe), la reclusione andrebbe da 8 a 18 anni (e la patente verrebbe revocata per tutta la vita). L'obiettivo è assimilare quanto più possibile il reato di omicidio stradale a quello doloso (ossia volontario), in quanto il guidatore sa di avere elevate probabilità di causare incidenti mortali, ponendosi al volante in stato alterato. Vedremo se, almeno in autunno, il Governo manterrà fede ai propositi.

Autore: Redazione

Tag: Attualità , codice della strada


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