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Curiosità

pubblicato il 17 ottobre 2013

Viaggio nel pianeta McLaren dove nasce la P1

Un giorno indimenticabile a Woking raccontato dal nostro inviato in visita alla catena di montaggio della nuova hypercar inglese

Viaggio nel pianeta McLaren dove nasce la P1
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Woking, Inghilterra, quartier generale McLaren Automotive. La mia prima volta qui. Sapevo che avrei visitato un posto speciale, ma non immaginavo una tale grandeur per questa factory inglese fondata per correre in Formula 1 e ampliatasi come costruttore di supercar nemmeno tre anni fa. Quello che vedete nella foto - che sembra un disco volante - è l’ingresso dell’azienda. Se Norman Foster, l’archistar che lo ha progettato, doveva evocare l’entrata in un altro pianeta c’è riuscito benissimo, perché di terrestre la sede McLaren ha ben poco. Un po’ come la P1, la nuova hypercar che sono venuto a toccare con mano…

CAPOLAVORO ARCHI-TECH
Il cosiddetto Technology Center che accoglie i visitatori esiste dal 2004, dunque non fa più notizia. Ma dal vivo l’effetto wow è assicurato: io l’ho sperimentato sulla mia pelle. L’imponente struttura voluta da Ronn Dennis è una fusione di vetro e alluminio, un tutt’uno difficile da descrivere a parole. Ho in mente tre aggettivi: aerodinamica, futuristica, esagerata! Tanto per capirci, la facciata si erge su un bacino artificiale; l’acqua serve sia per raffreddare gli impianti (la galleria del vento in primis) che per mantenere un… allevamento di carpe. Si avete letto bene! L’interno è ancora più suggestivo perchè oltre alla vista lago, c’è un’esposizione permanente delle McLaren che hanno fatto la storia della Formula 1. Poco più avanti si incontrano le monoposto di domani perché c’è l’area (non fotografabile) dove lavorano gli ingegneri del team di F1. Attraverso delle enormi vetrate si vedono i meccanici in guanti bianchi intenti a plasmare pezzi di carbonio destinati al set up del prossimo GP; oppure gli ingegneri con le fronti aggrottate davanti ai monitor dei loro supercomputer. Quello che colpisce è l’ordine e la pulizia: è tutto esageratamente perfetto. Leggendo lo stupore nei miei occhi un dipendente McLaren mi spiega che a Woking c’è una persona specializzata per controllare gli allineamenti fra i vari oggetti sia in esposizione (le auto storiche, i memorabilia, le luci) che nelle aree di lavoro; e mi fa notare un dettaglio architettonico tendente al feticismo: gli ascensori hanno le sembianze di un pistone e "viaggiano" dentro dei cilindri trasparenti. Come in un motore.

SECONDA DIMENSIONE
Per raggiungere il Production Center si attraversa la più grande collezione del mondo di trofei di Formula 1 e si scende in un tunnel sotterraneo lunghissimo e… bianco. Sembra il portale di accesso ad una dimensione parallela. Occorrono almeno 5 minuti di camminata per sbucare in questa struttura dedicata alla produzione che è stata inaugurata nel 2011. Qui l’uso di parole come “catena di montaggio”, “impianto”, “fabbrica” appare inopportuno. Fino a quando non si mettono a fuoco le auto sembra di stare in un laboratorio di ricerca avanzata di quelli che si vedono nei film di 007. Il bianco candido regna sovrano su 30 mila metri quadri di superficie; non un cacciavite a vista, non una macchia di grasso sul pavimento. Però ogni 10 minuti si sente l’accensione di un V8. In tutto ci sono tre linee di montaggio: sulle prime due vengono assemblate le MP4-12C coupé e Spider e sull’ultima a destra si scorgono gli embrioni di carbonio delle P1. Ed è lì che mi dirigo.

PEZZI RARI
L’assemblaggio della nuova hypercar inglese è iniziato da pochi giorni. In linea ci sono 7 vetture e Alan Foster, Direttore della Produzione McLaren, spiega che ogni postazione ha un ciclo di lavoro da 75 minuti che lavora 6 auto al giorno. Mi avvicino ad un MonoCage ovvero alla monoscocca della P1 che include tetto e prese d’aria, interamente in fibra di carbonio (sulla bilancia pesa appena 90 kg) mentre Alan puntualizza che sebbene le menti del progetto siano inglesi, la McLaren P1 è un capolavoro ingegneristico europeo: il carbonio viene dall’austriaca Carbontech, il motore è dell’inglese Ricardo, la batteria è scozzese, il cambio è della Graziano di Torino e così via per tutta la componentistica. I suoi occhi brillano di soddisfazione mentre parla accompagnando me ed altri giornalisti lungo la linea di montaggio. Le auto non hanno ancora la carrozzeria, ma l’occhio di chi la produce riconosce al volo gli allestimenti: “vedete, questa sarà una P1 gialla, la stessa livrea che abbiamo esposto al Salone di Ginevra; questa invece è grigia con il “carbon pack”. Poi si sofferma davanti ad un telaio di cui si scorge il colore acceso del tetto: “questa sarà molto particolare; il colore è stato sviluppato dalla McLaren Special Operation su richiesta di un cliente: è blu puffo! Il paese di destinazione? Saudi Arabia…”. Su questa linea nasceranno 325 McLaren P1 di cui 300 sono già state vendute, sulla carta, ad altrettanti milionari sparsi per il mondo. Alcuni ci spiega Foster, ne hanno comprata più d’una, una pratica comune fra alcuni facoltosi collezionisti che sono principalmente americani, inglesi, arabi e russi. Ma ci sono anche due clienti in Italia... “Ora vi faccio vedere una P1 finita, la number one!”. E’ il primo esemplare venduto che per questioni di privacy del cliente non è possibile fotografare. Come se non bastasse il nastro attorno all’auto arriva anche la raccomandazione: “Per favore non avvicinatevi troppo, la dobbiamo consegnare fra pochi giorni…”. Foster ci fa notare che questa McLaren P1 è blu scura come la McLaren F1 degli anni Novanta. “Il cliente ne possiede un esemplare e desiderava la stessa livrea: ci abbiamo messo un po’ perché non è facile a distanza di così tanto tempo riprodurre la stessa tinta, ma ce l’abbiamo fatta…”.

LA P1 DA VICINO
Ci spostiamo di pochi metri in un’area adiacente alla zona di produzione, dove troviamo parcheggiata una P1 grigia opaca. A questa possiamo avvinarci: è uno degli esemplari di preserie utilizzati negli ultimi collaudi, peraltro appena rientrato da un test. Il motore emana ancora calore. Alain Foster cede la parola a Frank Stephenson, direttore del Design McLaren e papà del design della P1. Con altrettanta passione inizia a raccontarci il suo “punto di vista”. La sua prima precisazione è che per quanto il brief progettuale fosse quello di reinterpretare la mitica McLaren F1, “la P1 è una filosofia completamente diversa, è un’hypercar pensata per spingersi oltre i limiti, ma prima di raccontarvela ve la voglio far sentire”. Ed ecco quello che ho sentito all’accensione del V8 biturbo inglese…



“I miei colleghi ingegneri della Formula 1 hanno lavorato sulla tecnologia, noi abbiamo creato la pelle per rendere quest’auto un oggetto tremendamente emozionale”. Sul grado di emozionalità percepita non posso che non concordare con Stephenson: la P1sembra urlare le sue prestazioni (350 km/h di velocità massima e meno di 3 secondi nello 0-100 km/h) anche quando è parcheggiata. E’ enorme, schiacciata al terreno, cattiva, ma al contempo semplice e minimalista nelle forme. Perché, come fa notare il designer inglese, la carrozzeria è composta solo da quattro pezzi: il cofano anteriore, quello posteriore e le porte. E la forma di ogni elemento è funzionale all’aerodinamica che è stata sviluppata in galleria del vento. Le linee risultanti sono tremendamente sinuose, dal disegno dei fari a quella delle prese d’aria. Ed proprio questa fluidità d’insieme, secondo me, che da carattere alla P1 compensando la mancanza di un heritage stilistico. “Il frontale è la parte che mi piace di più – prosegue Stephenson – Vedete: i fari hanno la forma del logo McLaren; è una stilizzazione facile, ma funziona”. Il designer inglese fa poi notare le enormi prese d’aria “i nostri progettisti hanno studiato tantissime ore per convogliare nel modo più efficace i flussi d’aria che passano sopra le spalle della carrozzeria, dunque abbiamo potuto disegnare un tetto molto pulito con questa forma a goccia che integra uno snorkel al centro”. La zona posteriore è ancora più estrema in termini di funzionalità aerodinamica: è un unico enorme sfogo da cui esce l’aria che raffredda il motore; al centro di tutto c’è il terminale di scarico. I contorni di questa “grigliona” sono tracciati da un fascio di LED che disegnano un’illuminazione spettacolare. E poi c’è l’ala retrattile, impressionante per dimensioni e capacità: è in grado di produrre un carico aerodinamico di 600 chilogrammi. Ovviamente l’inclinazione dell’ala è attiva durante la guida (riduce la deportanza all’aumentare della velocità sul rettilineo) e lavora in sinergia con due deflettori posti sotto la scocca davanti alle ruote anteriori che possono essere angolati da 0 a 60°.

PER "TUTTI" I GIORNI
Preoccuparsi della praticità di utilizzo a me sembra assurdo quando si parla di un’hypercar che vale quanto un trilocale in centro a Milano, ma in McLaren insistono: “la P1 è fruibile anche nella guida di tutti i giorni”. A tal proposito Stephenson ci ricorda la peculiarità tecnica di questa McLaren: è un’auto ibrida plug-in che alla bisogna può viaggiare anche in modalità full elettric per 20 chilometri fino a 48 km/h. Immaginate che sciccheria poter entrare in una zona a traffico limitato senza inquinare e senza far rumore con un auto del genere! Stephenson ci fa poi notare l’estensione delle superfici vetrate “le abbiamo pensate così per garantire una buona visibilità, ma anche per rendere l’abitacolo luminoso, non claustrofobico come molte supersportive”. Non potendoci salire mi sono accontentato di osservarlo chinato vicino alla portiera aperta. Dentro la P1 è ancora più minimal: zero orpelli, pochi comandi (rivolti rigorosamente verso chi guida) e tanto, tanto carbonio a vista. I due bottoni che servono davvero sono sul volante, uno è rosso e l’altro blu. Schiacciando il primo si ottiene la massima potenza con l’intervento immediato del motore elettrico che porta la potenza complessiva a 917 CV. Il blu, invece, attiva l’ala mobile posteriore. Inutile dire che entrambi vanno sperimentati in pista e solo chi la compra e pochi altri fortunati sapranno cosa si prova e potranno raccontarlo. Se avete 900 mila euro siete ancora in tempo per ordinarla. Altrimenti fate come me: alla prima occasione (vi suggerisco un Salone dell’auto) guardatela bene, avvicinatevi senza toccarla e poi fate correre la fantasia. E' per questo che si definiscono auto da sogno!

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Scheda Versione

McLaren P1
Nome
P1
Anno
2013
Tipo
Extralusso
Segmento
sportive
Carrozzeria
coupé
Porte
2 porte
Motore
Prezzo
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Autore:

Tag: Curiosità , McLaren , auto europee , car design , produzione , auto ibride


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