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Motorsport

pubblicato il 21 dicembre 2006

A Clay

A Clay

Mio padre, 4 anni prima di andarsene, subì un'operazione piuttosto delicata: il risultato specifico fu positivo ma l'imprevista conseguenza collaterale fu la sedia a rotelle. Questi ultimi 4 anni me lo fecero conoscere veramente: un leone quanto a dignità e voglia di vivere in autonomia!

Tutto questo per dire che più di altri ho avuto modo di comprendere il dramma che ha colpito gente come Zanardi e Regazzoni ed apprezzare con maggior cognizione di causa la volontà di recupero e la conseguente capacità di ripresa di queste persone.

Alla mia non più tenera età, ancora mi commuovo quando vedo Zanardi infilarsi nell'abitacolo di una Formula 1 e stessa cosa mi succedeva quando vedevo Regazzoni (classe 1939, non dimentichiamolo) che veniva letteralmente issato, con un paranco, nella cabina del camion con il quale avrebbe cercato di arrivare da Parigi a Dakar.

Clay era un uomo la cui tecnica di pilotaggio colpiva al cuore perché permeata di passione ed ardimento; sembrava aver fatto suo l'assioma di Nuvolari che definiva le curve le risorse del pilota e di conseguenza cercava in tutti i modo di far prevalere l'uomo sulla macchina, anche in un'epoca nella quale il mezzo aveva iniziato ad erodere spazio alla componente umana.
Con la Ferrari conquistò un secondo posto nel mondiale del 1974, lasciandola a fine 76 con una separazione molto chiacchierata a causa di supposti giochi di squadra e preferenze di materiale a favore di Lauda.

Nel dopo-Ferrari, Regazzoni si divise fra Ensign, Shadow, Williams; con la Brabham non si accorderà, nel '78, per problemi di ingaggio. Lui sosteneva che Ecclestone avesse cambiato al ribasso un'offerta già stabilita, sia pur verbalmente.

Nel 1980 riapprodò alla Ensign, una squadra di secondo piano che, grazie alle sue caratteristiche di guida fu portata più di una volta a ridosso ed in lotta con i grandi, polarizzando a volte un'attenzione tecnicamente non meritata.

Era l'uomo dalle staccate a ruote fumanti, dei sorpassi "impossibili" e dell'irrinunciabilità: lottava con caparbietà e determinazione tanto per le posizioni alte di classifica quanto per quelle di rincalzo. In altre parole dava sempre il massimo, come il massimo ha dato - dopo l'inevitabile periodo buio che corre fra la comunicazione del verdetto e l'accettazione dello stesso - nella corsa al recupero di una decente qualità di vita: in questo - ancora una volta - la passione lo ha aiutato.
Probabilmente è proprio per questa sua combattività che le conseguenze dell'incidente che lo privò, il 30 marzo del 1980 (GP di Long-Beach) dell'uso delle gambe, furono così gravi: un "fermo" sarebbe arrivato in quella curva meno "impiccato" e, di nuovo forse, l'epilogo sarebbe stato meno grave.

Comunque del Regazzoni nazionale (anche se nato svizzero venne presto adottato dalla maggior parte di noi appassionati e Lui, d'altra parte, adottò l'Italia) ricordiamo i successi con la Tecno dei fratelli Pederzani in F2 (Campione d'Europa nel 1969) e le 5 vittorie in Formula 1 (su 132 partecipazioni) due delle quali a "casa sua" a Monza, circuito non a caso "da pelo".

Simpatico ed estroverso era soprannominato, negli anni d'oro della gioventù, "il guascone" sia per l'atteggiamento aggressivo ed un po' spavaldo che aveva nei confronti della vita, sia per le burle che combinava con l'aiuto di qualche altro scanzonato collega e sia per le non poche simpatie che riscuoteva dalle rappresentanti del gentil sesso: io allora ancora non mi ero accostato alle corse e Clay - per tutte queste ragioni - era uno dei miei idoli per i risultati ed un modello che, per la sua "guasconeria", piaceva a tanti, me compreso!

Spero che Lassù ci sia un bel circuito e che le macchine siano per anime vere: telaio, motore e gomme strette!

Ciao Clay: grazie!

Autore: Giovanni Notaro

Tag: Motorsport , formula 1 , piloti


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