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pubblicato il 17 aprile 2013

Dossier Auto e Salute

Cefalea, un pericolo per la guida

Aldo Ferrara, professore di malattie cardio-polmonari dell’Università di Siena, ci parla del mal di testa al volante e di cosa si rischia

Cefalea, un pericolo per la guida

In macchina col mal di testa, a chi non è mai capitato? La cefalea è la sensazione di dolore gravativo, localizzato in sede cranica o facciale. Il dolore, che di solito è un sintomo espressivo di una qualunque patologia (compressiva nel caso di tumori, infettiva, o degenerativa), spesso nel caso delle cefalee primarie rimane isolato, orfano e costituisce per sé “la malattia”. Chi soffre di mal di testa primitivo (a grappolo per la sua periodicità o muscolare-tensivo) non ha altri segnali morbosi. Il dolore diventa, dunque, proprio perché orfano di patologia che lo sostiene, “la malattia”. Affligge il 10% circa della popolazione italiana, in prevalenza donne e di queste un gran numero in età critica (45-55 anni): non solo questo dato epidemiologico ma anche evidenze sperimentali inducono a ritenere che nella genesi del mal di testa vi sia un innesco o una fenomenologia endocrina. Molti mal di testa si spiegano come sintomo di patologie preesistenti (cefalee secondarie). A spiegarcelo è Aldo Ferrara, professore di malattie cardio-polmonari dell’Università di Siena, e direttore dell’associazione Ego-Vai-Q (European Group On Vehicle Air Indoor).

UN COMPAGNO SCOMODO
“Non c’è influenza o febbre elevata per una qualunque infezione - dice il professor Ferrara - che non comporti il mal di testa. Questo può intervenire in altre condizioni non febbrili ma sistemiche ossia generalizzate come l’ipertensione arteriosa, lo scompenso cardiaco, dismetabolismi (diabete, gotta ecc.) e soprattutto nella condizione di anemia. Infatti, in questa condizione, la riduzione dell’emoglobina, il carrier dell’ossigeno alle cellule, comporta una sofferenza ipossica cellulare con liberazione di mediatori chimici che attivano al livello sinaptico la percezione del dolore. Nell’insufficienza renale - conclude l’esperto - la ritenzione idrica comporta un’imbibizione delle cellule nervose e questo scatena il dolore compressivo”. Esiste poi un numero non irrilevante di condizioni locali che generano cefalea: sono i traumi cranici in cui si liberano mediatori dell’infiammazione che a loro volta attivano l’aumento della percezione del dolore tramite liberazione di prostaglandine. Oppure le iperplasie e neoplasie cerebrali per compressione sulle strutture vascolari. Una patologia spesso dimenticata è la nevralgia del trigemino che evoca dolore facciale e non solo cranico.

CAMPANELLI D’ALLARME
La cefalea è accompagnata da sintomi come sbadigli, senso di irritabilità, alterato benessere nel segno di un’irritazione delle cellule cerebrali. Nelle fasi successive all’acme i sintomi cerebrali sono evidenti (fastidio della luce, ossia fotofobia, e poi nausea, talora anche vomito). “Il paziente - dice il professor Ferrara - tende a isolarsi, gli dà fastidio tutto e soprattutto… tutti”. Un guaio per chi guida, visto che nel traffico le situazioni delicate e stressanti sono numerose.

COSA SCATENA L’ATTACCO
Nei soggetti sensibili è più facile elencare le condizioni che non lo scatenano, tali e tanti sono gli stimoli idonei a far scattare l’attacco. Variazioni di condizioni climatiche, vento, inquinamento acustico sono gli stimoli esterni più frequenti, proprio come accade quando si guida l’auto. Tra quelli endogeni alcuni alimenti (formaggio, cioccolato, alcol) per i loro costituenti atti a eccitare la trasmissione sinaptica. Molto frequente è la comparsa di cefalea in soggetti predisposti come i depressi, i malati di demenza senile ed in Altzheimer, i portatori di neoplasia cerebrale. Va del tutto sfatato, con evidenze epidemiologiche alla mano, che il soggetto sensibile alla cefalea sia predisposto all’ictus. Lo è nella stessa misura di ogni normale soggetto.

IN MACCHINA
“La guida - illustra il professor Ferrara - è per sé una condizione così ricca di stimoli che chi soffre di cefalea dovrebbe astenersi dal mettersi al volante. Le stimolazioni sono acustiche, da stress e da posizione, se il collo non riposa bene sul poggiatesta. Quando l’attacco cefalgico colpisce alla guida, il dolore intenso può modificare bruscamente la capacità reflessogena del guidatore. La sua risposta non è ridotta bensì eccitata, iper-reattiva con conseguenze spesso fatali. La prima tentazione del cefalgico è innanzitutto quella di aumentare la velocità per arrivare prima a destinazione. La guida diventa sconnessa e priva di controllo. Spesso si associa fotofobia e lacrimazione che modificano la percettività visiva. Il consiglio è dunque di fermarsi, detendere il collo, spesso causa di cefalea tensiva, con manovre di mio rilassamento”. Evitare di prendere farmaci la cui azione oltretutto necessita di tempo per un’azione efficace. In molti soggetti candidati alla cardiopatia, la cefalea alla guida comporta anche alterazione della pressione arteriosa e del visus per aumento pressorio nelle cavità oculari. “Il dogma assoluto - dice Ferrara - è l’astensione dal fumo: la nicotina eccita la trasmissione sinaptica e quindi può evocare una maggiore percezione del dolore. Inoltre, la nicotina provoca vasodilatazione con conseguente aumento della compressione di strutture cerebrali atte a provocare sensazione algica. Insomma due dolori in uno”.

Autore: Redazione

Tag: Da Sapere , salute


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