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Retrospettive

pubblicato il 27 gennaio 2013

Gianni Agnelli, la storia dell'Avvocato

Presidente della Fiat e non solo, è protagonista indiscusso della storia d'Italia nel Novecento

Gianni Agnelli, la storia dell'Avvocato
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Mancano pochi giorni alla primavera del 1921 quando la principessa Virginia Bourbon del Monte a Torino dà alla luce il secondogenito nato dall'unione con Edoardo Agnelli. E' il 12 marzo e la giovane coppia battezza il nascituro con il nome del nonno paterno Giovanni, uno dei fondatori della Fiat. In verità l'infante passerà alla storia come Gianni o l'Avvocato. Una storia ricca di eventi di rilievo che inciderà profondamente sulle vicende italiane del Novecento. E che dopo la sua scomparsa il 24 gennaio 2003 gli verranno conferiti appellativi altisonanti, come il “re” d'Italia, il moderno Lorenzo il Magnifico, il patriarca gentiluomo o l'ultimo dei principi.

GLI ANNI DEI LUTTI
Cresciuto in una delle famiglie più influenti della Penisola, Gianni Agnelli è destinato a una vita felice. A renderla più amara è il decesso del padre in un incidente aereo nel 1935 e, poco dopo, il secondo conflitto mondiale che lo porta a guardare gli orrori della guerra sul fronte russo e nord-africano. Rientrato in patria, consegue la laurea di giurisprudenza nel 1943, prima di provare a rifugiarsi dagli sconvolgimenti che seguono l'8 settembre nella tenuta di famiglia in Toscana. Un viaggio interrotto da un grave sinistro stradale nel quale Gianni si frattura la gamba destra. Rimessosi in salute, il giovane Agnelli riversa nuove lacrime per la scomparsa della madre, vittima di un incidente d'auto, e due settimane più tardi del nonno paterno. Orfano a 25 anni, Gianni si trova ad affrontare gli impegni della vita, prima come Sindaco di Villar Perosa, piccola località vicino a Sestriere che “governa” per quasi trent'anni, e poi nel più gravoso incarico di trattare con il Comitato di liberazione nazionale la definizione dei nuovi equilibri dirigenziali in Fiat dopo le vicende belliche. Negoziato che porta alla nomina di Vittorio Valletta ad amministratore delegato. Lo stesso al quale pochi mesi dopo l'erede designato dell'impero Fiat, lascia carta bianca per dirigere l'azienda.

GLI ANNI FELICI
Liberato dal peso societario, Gianni Agnelli, seguendo i consigli del nonno Giovanni, si gode la giovinezza viaggiando per il mondo, intrecciando relazioni con personaggi di fama e dedicandosi a alle passioni per permarranno per tutta la vita, la Juventus (nel 1947 diviene Presidente), lo sci, l'arte e la bellezza. Sono anni felici rovinati soltanto dall'ennesimo incidente d'auto (1952) nel quale rischia l'amputazione della gamba destra, per fortuna scongiurata dopo diversi interventi chirurgici. A ridargli il buonumore è il matrimonio con la principessa Marella Caracciolo di Castagneto (1953) che lo tengono ancora per un po' lontano dagli inderogabili impegni familiari.

AL VERTICE DI FIAT
Dopo anni gioiosi, sul finire degli anni Cinquanta Gianni decide di seguire il suo destino diventando prima presidente dell'Istituto finanziario industriale IFI nel 1959, poi amministratore delegato di Fiat (1963) e infine salendo al comando del marchio automobilistico (1966). I tempi, però, sono cambiati. Se Valletta, al vertice negli anni del boom economico e della motorizzazione dell'Italia, ha vita facile, Agnelli deve affrontare gli anni più duri del dopoguerra, quelli delle rivolte studentesche e delle rivendicazioni operaie. Lo scontro si manifesta evidente nel 1969, anno del rinnovo del contratto di lavoro dei metalmeccanici. La lotta è sempre più aspra fino a sfociare nel cosiddetto “autunno caldo” che vede i lavoratori rivendicare maggiori salari e diritti all'interno della fabbrica. Per ottenerli effettuano scioperi improvvisi con effetti paralizzanti sulla produzione che colgono di sorpresa gli stessi sindacati. La tensione è alta, anche perché parti consistenti della società appoggiano, direttamente o moralmente, gli operai. L'Avvocato ha l'intelligenza di capire che l'atmosfera è cambiata dai tempi di Valletta e non si può più usare il pugno di ferro come era solito fare il predecessore. Ad aiutarlo sono il carattere forte e la capacità di mediazione che evita di esasperare gli scontri. La vertenza è dura, ma si conclude nel 1970 con un contratto che concede molte delle richieste sindacali e consente alla Fiat di riavviare la produzione, ormai ferma da tempo.

LA STRATEGIA ITALIANA
Con l'avvento di Gianni Agnelli al timone del Gruppo cambia pure la strategia industriale. L'Avvocato dismette progressivamente i rami impegnati nel mercato nautico e aereo, che richiedono forti investimenti e sono poco redditizi, per concentrarsi sull'auto. In Italia l'idea è di potenziare il ruolo di Fiat, profittando anche delle agevolazioni concesse dallo Stato, con l'apertura di nuovi stabilimenti nel Mezzogiorno, come Termini Imerese, Termoli e Cassino. Nel contempo Agnelli è abile ad acquisire le aziende in difficoltà: nel 1968 a entrare sotto l'egida del marchio di Torino è l'Autobianchi, l'anno dopo la più prestigiosa Ferrari e nel 1970 è la volta di un altro nome illustre dell'industria nazionale prossima al fallimento, la Lancia. Marchi che consentono a Gianni Agnelli di allargare l'offerta di modelli e consolidare la leadership di mercato del Gruppo.

UNA FIAT GLOBALE
Sui mercati esteri l'Avvocato è deciso a rendere Fiat sempre più internazionale o, come si dice adesso, “globale”. Il primo tentativo per allargare i propri confini è del 1968, quando Agnelli prova la scalata a Citroën, allora controllata da Michelin e in cattive acque finanziarie. Le trattative procedono bene fino a quando la politica francese, in particolare i gollisti, contrastano l'accordo per evitare che il marchio del double chevron cada in mano straniera. Indispettivo dal comportamento dei governanti d'oltralpe, Gianni Agnelli si sposta a oriente concludendo degli accordi per produrre le Fiat nell'est europeo. In pochi anni si avviano gli assemblaggi della 124 con la Tofas in Turchia e la Vaz in Russia e si rafforzano gli accordi con la Zastava in Jugoslavia per realizzare la 128 e con la Polski in Polonia per fare la 126. L'espansione è diretta anche verso il Sud America, dove agli stabilimenti argentini si affiancano quelli di Belo Horizonte in Brasile dove si produce la 147, variante della 127 nostrana.

L'ERA DELLA HOLDING
A rovinare i piani produttivi di Gianni Agnelli sono la riduzione dei dazi all'interno della CEE che apre le porte dell'Italia alle rivali straniere, la concorrenza “sleale” di Alfa Romeo che entra nel mercato delle auto medie con l'Alfasud con i soldi dei contribuenti e l'avvento della prima crisi energetica del 1973. A trasformarsi è pure il settore automotive, che richiede investimenti sempre più cospicui per lo sviluppo di nuovi modelli proprio in un momento di crisi delle vendite. Agnelli intuisce l'impossibilità di continuare ad autofinanziarsi e cerca capitali sul mercato. Nel 1974 nomina un nuovo responsabile finanziario, Cesare Romiti, e trasforma Fiat in una Holding, dando a ogni divisione una propria autonomia societaria. Nascono così l'Iveco nel comparto dei veicoli industriali, la Fiat-Allis per le macchine movimento terra e la Fiat Auto per vetture e veicoli commerciali. Una formula che sarà ripresa da altre società e che contribuisce ad accrescere la stima verso Gianni Agnelli, considerato abile industriale, ottimo mediatore e figura autorevole. Non a caso nel 1974 la Confindustria lo nomina Presidente, carica che mantiene fino al 1976, per sfruttare le sue doti di conciliazione in un periodo di forti conflitti sociali e politici. Un mandato che l'Avvocato compie con impegno, salvo venire più tardi criticato dagli stessi industriali per avere fatto concessioni troppo ampie senza, per altro, arrestare le proteste operaie.

I LEGAMI CON GHEDDAFI E BERLINGUER
La seconda metà degli anni Settanta è altrettanto impegnativa e ricca di eventi. I principali riguardano la decisione di Gianni Agnelli di cedere la società di assicurazione SAI e di fare arrivare capitali esteri, in particolare della Lafico, banca controllata dal capo libico Gheddafi, che acquista il 9% delle azioni Fiat. Operazione, quest'ultima, che risolve i problemi di liquidità di Torino, ma che crea qualche problema diplomatico, in particolare con gli Stati Uniti. A complicare nuovamente la situazione è la seconda crisi petrolifera del 1979 che costringe a prendere decisioni drastiche per salvare l'azienda. Per fronteggiare l'emergenza c'è un piano di 14.000 licenziamenti, quanto basta per scatenare la reazione dei sindacati. Che è durissima: 35 giorni di sciopero con picchetti agli ingressi per impedire a chiunque di entrare. A districare la situazione sono i buoni rapporti tra Gianni Agnelli ed Enrico Berlinguer, leader del Partito Comunista Italiano che assicura il proprio sostegno in caso di occupazione delle fabbriche, e la “marcia dei quarantamila”, la protesta inscenata dai colletti bianchi di Fiat il 14 ottobre 1980 per rivendicare il diritto di “potere andare a lavorare”.

L'EREDITA' DI AGNELLI
Superata l'ennesima vertenza sindacale, la Fiat riparte con slancio. Gianni Agnelli promuove la ristrutturazione degli stabilimenti avviando l'era delle robotizzazione e richiama al vertice del settore auto Vittorio Ghidella. L'ingegnere piemontese ripaga la fiducia sostenendo modelli che riscuoteranno grande successo, come le Fiat Uno e Croma, la Lancia Delta e Thema o l'Autobianchi Y10. E che, con l'acquisizione dell'Alfa Romeo nel 1986, consentiranno a Fiat di diventare leader del mercato europeo e quinto costruttore al mondo. Un successo che l'Avvocato decide di mettere al sicuro nelle mani della famiglia costituendo Società in accomandita per azioni Giovanni Agnelli che, di fatto, assicura il controllo di Fiat da parte degli eredi. Negli anni successivi l'Avvocato continua a dirigere l'azienda con lucidità fino alla soglia del nuovo millennio, rimanendo un punto di riferimento anche durante le sofferenze generate dalla scomparsa del nipote Giovannino, erede predestinato dell'impero Agnelli, e del figlio Edoardo. E di quelle causate dal cancro che lo porterà al decesso.

IL GIANNI POLITICO E MECENATE
Se la presidenza di Fiat ha dominato l'esistenza di Gianni Agnelli, non si possono dimenticare altri ruoli ricoperti dall'Avvocato, quali influente editore tramite La Stampa e la quota azionaria in Rizzoli o austero politico grazie alla nomina a Senatore a vita avuta nel 1991 dal Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Un incarico nel quale Gianni suscita scalpore per avere votato la fiducia a Berlusconi nel 1994 per poi appoggiare il governo D'Alema nel 1998, dichiarando “oggi in Italia un governo di sinistra è l'unico che possa fare politiche di destra”. Ma Agnelli è pure un mecenate dell'arte, passione che gli vale la “Medaglia d'oro ai benemeriti della cultura e dell'arte” e che lascia in “eredità” ai torinesi con la Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli inaugurata nel 2002 sopra il Lingotto.

LA SINFONIA DI MOZART
Oltre che uomo pubblico, Gianni Agnelli è un uomo privato. E come spesso accade nel nostro Paese, alla sua scomparsa i commenti sull'Uomo Agnelli si dividono tra chi lo accusa di essere stato un monarca avido e profittatore del denaro pubblico e chi lo ritiene un benefattore del Paese che ha creato migliaia di posti di lavoro e promosso l'Italia nel mondo. Per una parte è uno snob conservatore, per un'altra un uomo dalla gentilezza nobile. Di certo Gianni Agnelli è una persona eccentrica con uno stile antico e signorile forse estinto con la sua dipartita. Per svelare la sua essenza, però, vale la pena citare il ricordo di Henry Kissinger, ex Segretario di Stato degli Stati Uniti e grande amico dell'Avvocato. Che lo descrive come persona dotata di un carisma innato e di un intelligenza straordinaria, ma pure divertente e amante della vita. Un uomo di grande socievolezza e cordialità, ma poco amante delle occasioni mondane e intimamente solitario. Un amico premuroso e attento, ma di grande riserbo. Un fervido sostenitore dell'Europa unita e delle moneta unica e nel contempo un orgoglioso patriota che ha lottato per conservare la “italianità” di Fiat senza cedere alle allettanti offerte economiche. Un uomo dagli svariati interessi, accalorato tifoso di calcio e di Formula 1, ma pure un devoto dell'arte e della bellezza, un appassionato della politica priva d'ipocrisia e un imprenditore responsabile consapevole del suo ruolo e della sua fortuna. “Frequentare Gianni”, scrive Kissinger in un articolo su La Stampa, “era come assorbire una sinfonia di Mozart: leggero in superficie; serio, forse persino malinconico, nel profondo”.

Autore: Stefano Panzeri

Tag: Retrospettive , VIP , torino


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