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pubblicato il 3 gennaio 2013

Auto d'epoca: la fiscalità

Gli italiani hanno paura del "Redditometro". OmniAuto.it vi spiega come funziona e come andrebbe migliorato

Auto d'epoca: la fiscalità

La maggior paura dei proprietari di "veicoli di interesse storico e collezionistico" in Italia è la fiscalità. Il Presidente dell'ASI, Roberto Loi, lo ha detto chiaramente durante un recente convegno indetto dall'Automotoclub Storico Italiano a Roma. Gli aspetti fiscali fanno più "paura" agli automobilisti in quanto negli atti notificati vengono segnalati valori d'acquisto e costi di manutenzione con parametri non adeguati, sostiene l'ASI. Il tema più scottante che interessa il motorismo storico è infatti quello che riguarda la possibilità di incappare in un accertamento sintetico da parte dell’Agenzia delle Entrate. La causa di ciò è il ben noto Redditometro che include auto e moto nel novero dei beni che sono sotto esame per la determinazione del reddito presunto di un lavoratore.

IL REDDITOMETRO E LE AUTO D'EPOCA
La ratio che governa il Redditometro potrebbe essere più o meno accettabile finché si limita a prendere in esame gli autoveicoli moderni, specie quelli indicati come beni strumentali, ma è del tutto fuorviante quando si parla di auto e moto d’epoca. Il motivo è molto semplice e l’Asi si sta battendo da tempo affinché lo stato di cose cambi: il Redditometro funziona in base al principio secondo il quale un contribuente proprietario di un mezzo di trasporto a motore sostiene, per assicurarsi il godimento del bene in oggetto, spese per un correlato ammontare. "In altre parole - scrive nel suo intervento il prof. Gianni Marongiu, Ordinario di Diritto Tributario dell’Università di Genova - si presume che il godimento e la utilizzazione di un’autovettura comporti un certo costo di gestione che presuppone a sua volta il possesso di un reddito che, ove non dichiarato in maniera congrua, può e deve essere sinteticamente accertato". Ciò significa che il meccanismo non prende in considerazione il valore del bene, ma delle spese che statisticamente vengono sostenute nell’arco dell’anno per il suo godimento e mantenimento. Nel caso dei veicoli queste spese sono i costi di consumo e di mantenimento, con determinazione dei costi annuali proporzionali alla percorrenza media secondo i dati statistici Aci e Anfia. E’ proprio questo il punto su cui si sta battendo l’Asi, nel tentativo di dimostrare che il possesso di un veicolo d’interesse storico non è in grado di produrre spese presunte come previsto dal Fisco, proprio perché la stragrande maggioranza dei veicoli storici ha percorrenze annue bassissime, di vari ordini di grandezza inferiori a quelle di un veicolo utilizzato quotidianamente per recarsi a lavoro e quindi non possono generare spese di manutenzione e consumo paragonabili.

UNA NOVITA' AL VAGLIO DEL PARLAMENTO
La questione degli accertamenti sintetici è abbastanza intricata e cercheremo di non addentrarci troppo nei meandri del Diritto Tributario (gli atti del convegno saranno presto resi pubblici e se qualcuno fosse interessato a leggere l’interessante relazione del Prof. Marongiu può scrivere in redazione). Riportiamo però una notizia giunta sotto le Feste e che potrebbe far tirare un respiro di sollievo agli appassionati. In data 21 dicembre, l'Onorevole Enrico Pianetta (PdL) ha presentato alla Camera, nell'ambito del provvedimento sulla stabilità un "Ordine del Giorno" in materia di fisco relativo ai veicoli storici, con il quale chiede che il Governo voglia introdurre il principio per cui questi ultimi non possano costituire un parametro per la determinazione reddituale del proprietario. L’Asi ci ha comunicato in questi giorni che la richiesta di OdG di Pianetta è stata approvata dalla Camera, e quindi potrebbe diventare presto oggetto di discussione parlamentare.

Autore: Lorenzo Gargiulo

Tag: Attualità , auto storiche


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