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Retrospettive

pubblicato il 16 dicembre 2012

Corvette, il “batticuore” d’America

La dream car nata nel 1953 e prodotta in sei generazioni è pronta per spegnere 60 candeline

Corvette, il “batticuore” d’America
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Watkins Glen, New York, settembre 1951. Harley Earl, capo del Centro Stile della General Motors e “inventore” delle “pinne” posteriori della Cadillac, sta assistendo a una gara automobilistica e all’improvviso è colto da un’ispirazione: creare un’auto sportiva a due posti. A influenzarlo sono forse i racconti dei militari tornati dall’Europa dopo il secondo conflitto mondiale dove, oltre agli orrori della guerra, hanno ammirato affascinanti modelli pensati per il puro piacere di guida da Alfa Romeo, Maserati, Jaguar e altri costruttori europei. Una visione ancora sconosciuta negli States e che Earl è deciso a inaugurare. Per farlo cerca di estirpare da Harlow Curtice, presidente di GM, l’autorizzazione per realizzare una due posti con marchio Chevrolet. L’assenso non tarda ad arrivare e il 2 giugno del 1952 Curtice dà il via a quella che sarebbe diventata un’icona dell’automobilismo USA, la Corvette.

IL PROTOTIPO EX-122
Negli uffici GM l’impeto per il nuovo progetto è tanto e in breve tempo tecnici e designer preparano il prototipo EX-122. L’intento di Earl, e degli ingegneri Robert McLean e Maurice Olley coordinati Edward Cole, è progettare una sportiva compatta a basso costo in grado di attrarre gli appassionati dei modelli europei che esaltano il piacere di guida. Il team lavora alacremente e la concept è pronta per il Motorama Car Show di New York del gennaio del 1953. La risposta del pubblico alla concept è entusiastica e fornisce nuova linfa alla dirigenza di Detroit che in appena sei mesi realizzano la versione definitiva che esce dalle linee di montaggio dello stabilimento di Flint, in Michigan, il 30 giugno. E’ la Corvette, nome conferito da Myron Scott in omaggio alla corvetta, piccola nave militare dalle elevate capacità di manovra.

UNA ROADSTER IN FIBERGLASS
La sportiva che passerà alla storia con la sigla C1 differisce dal prototipo per pochi dettagli. Si tratta di una roadster, lunga 425 cm, larga 177 e alta 131, dall’estetica affascinante conferita dall’aggressivo frontale con griglia cromata e fari con parasassi e dall’elegante linea che si allunga verso il posteriore per chiudersi con un accenno di “pinne”. A piacere sono pure il parabrezza avvolgente e la strumentazione disposta lungo tutta la plancia, ma a stupire sono alcune soluzioni tecniche. Prima tra tutte, carrozzeria in fibra di vetro, materiale allora insolito scelto sia per la difficoltà di reperire l’acciaio e facilitare i processi produttivi, sia contenere la massa della vettura e lasciare ai progettisti maggiore libertà espressiva. Meno innovativa la parte meccanica, in buona parte derivata da altri modelli Chevrolet, come il 6 cilindri Blue Flame di 3,8 litri e 150 CV in uso su alcuni modelli del marchio. Dalla produzione di serie arrivano pure la trasmissione automatica a due velocità Powerglide, i freni a tamburo e le sospensioni posteriori a ponte rigido.

INIZIA L’ERA DEI V8
Lo sviluppo della Corvette comincia, in pratica, con il debutto sul mercato. A fornire nuovo slancio è l’arrivo nel luglio 1953 di Zora Arkus-Duntov, un giovane tecnico patito di corse che ha le idee molto chiare. Per non fare fallire il progetto Corvette si deve trasformare l’auto in una vera sport car intervenendo su meccanica e motori con l’intento di migliorare maneggevolezza, tenuta di strada e prestazioni. O, più semplicemente, esaltando il piacere di guida. Sotto la supervisione del capo-ingegnere Edward Cole, il neo assunto si mette subito al lavoro intervenendo su sospensioni e altri particolari. La vera svolta, però, giunge con l’introduzione dei V8 High Performance Camshaft che valgono a Duntov il titolo di “Mister Corvette”. La prima unità a debuttare nel 1955 è il V8 Small Block da 4,3 litri e 195 CV che conferisce alla Corvette un brio decisamente superiore a quello 6 cilindri. Un motore che nel corso degli anni vedrà crescere cilindrata e potenza: nel 1957 è maggiorato a 4,6 litri e 290 CV, nel 1962 a 5,3 litri e 360 CV, quanto basta per raggiungere i 241 km/h.

EVOLUZIONE COSTANTE
Accanto all’evoluzione motoristica, i responsabili GM introducono altre importanti novità, quali telai più evoluti in grado di supportare l’aumentata cavalleria, un impianto elettrico a 12 Volt (1955), l’alimentazione ad iniezione e il cambio manuale a tre (1956) o quattro (1957) marce, le testate in alluminio (1960) e il contenitore in alluminio del cambio automatico (1962). A subire modifiche è pure l’estetica. Il restyling più importante si ha nel 1956, quando spariscono le “pinne” posteriori e debuttano l’hard top e la verniciatura bicolore che si estende dopo le ruote anteriori e che diventerà tanto celebre. Tra le altre novità citiamo i gruppi ottici anteriori e i parafanghi posteriori di nuovo disegno, la comparsa delle maniglie e dei finestrini, a richiesta elettrici. Altri interventi di rilievo sono l’introduzione dei quattro fari anteriori (1958) e dei quattro gruppi ottici circolari nel posteriore (1961) che diventeranno una costante sulle future generazioni.

UNO SQUALO CHIAMATO C2
La C1 esce di scena nell’agosto del 1962 dopo 69.015 esemplari venduti. Un decennio iniziato tra grandi difficoltà dovute alla scarse prestazioni del 6 cilindri (appena 170 km/h di velocità massima) e dell’assetto, considerato deludente come i freni, lo sterzo e la trasmissione Powerglide. Forti critiche arrivano anche per il complicato meccanismo di apertura della capotte e per l’assenza di finestrini, sostituiti da scomodi elementi in plexiglas. Una serie di limiti che rischiano di concludere già nel 1954 l’avventura Corvette e che solo le novità introdotte da Duntov e il restyling del 1956 riescono a scongiurare. L’errore di impostazione iniziale della C1 è ben presente ai responsabili Chevrolet che devono progettare la seconda generazione della Corvette, la C2, nota pure come Sting Ray. Per questo decidono di rivoluzionare il modello a cominciare dal design. Per tracciare le linee della futura sportiva Chevrolet Larry Shinoda si rifà ad alcuni prototipi, come la Q-Corvette del 1957, la Stingray del 1959 e la Mako Shark del 1961, pensati da Bill Mitchell, capo progettista GM. Concept che, secondo le leggende si ispirano alla sagoma di uno squalo come confermano la linea cuneiforme con il frontale a forma di bocca e fari a scomparsa e gli scarichi con la foggia delle branchie. Uno stile ripreso in buona parte per la C2 che debutta nel 1963, ma con le prese d’aria laterali a fungere da branchie. Altra novità di rilievo è il debutto della versione coupé contraddistinta dall’originale disegno del lunotto posteriore sdoppiato, soluzione affascinate, ma sostituita da un cristallo unico nel 1964 per favorire la visibilità posteriore.

ARRIVA IL BIG BLOCK
A segnare un salto evolutivo è pure la meccanica, ora con un telaio più sportivo e con sospensioni indipendenti con balestra trasversale nel posteriore. Soluzioni che, insieme al differenziale montato sul telaio, conferiscono alla nuova Corvette un ottimo comportamento dinamico. A salvarsi dal passato è il solo motore V8 5.3 con potenza elevata prima a 365, poi a 375 CV. La vera svolta si ha nel 1965 con l’arrivo del Big Block, un poderoso V8 6.5 con 425 CV e una coppia di 554 Nm reso evidente esteticamente da un rialzo sul cofano. Le prestazioni sono di pregio e costringono a introdurre un impianto frenante più potente dotato di quattro freni a disco che si rivela utile anche per arrestare la Corvette equipaggiata con l’evoluzione del motore del 1966: 7 litri, 450 CV e 640 Nm. Tra le numerose novità introdotte sulla C2 meritano una citazione la disponibilità dell’aria condizionata (1963), del piantone di sterzo telescopico e del doppio circuito franante (1965) e dei poggiatesta (1966). La C2 esce di produzione nel 1967 dopo 117.964 immatricolazioni, delle quali 45.546 coupé.

C3, ICONA SENZA TEMPO
L’arrivo delle nuove norme federali in tema di consumi, emissioni e sicurezza costringono la dirigenza Chevrolet ad anticipare i tempi del debutto della C3, conosciuta anche come Shark o Stingray (questa volta in un'unica parola). Come per la generazione precedente, il design del modello introdotto a fine 1967 è preceduto da alcuni prototipi realizzati sotto la supervisione di Bill Mitchell, come la XP-833 del 1964 o la Mako Shark II del 1965. Esemplari da esposizione con stile deciso e fogge arrotondate che vengono riprese da David Holls per definire i tratti della C3, modello che sarà chiamato pure "Coca Cola Corvette" per via della linea che ricorda le forme delle famosa bottiglietta ideata da Raymond Loewy. Con la terza generazione le maniglie delle porte sono “nascoste”, i fari hanno apertura pneumatica e arriva la versione coupé T-Top con tettuccio e lunotto posteriore asportabili per trasformarli in una Targa.

SUPERA QUOTA 500.000
I motori della Shark sono gli stessi dell’antesignana, anche se nel corso degli anni le cilindrate sono elevate a 5,8 e 7,4 litri, mentre le potenze si stabilizzano in 370 e 425 CV. In realtà, negli anni successivi i “cavalli” scenderanno in modo sensibile a causa delle diverse regole di misurazione internazionali e dell’introduzione della benzina senza piombo, dei catalizzatori e delle norme americane sempre più stringenti sulle emissioni. La novità meccanica di maggiore rilievo è il cambio automatico a tre velocità disponibile a richiesta al posto della poco amata trasmissione Powerglide, nonché l’adozione delle sospensioni con balestre in materiali compositi (1981) più leggere ed efficienti delle antesignane. La C3 rimane in produzione, con continui aggiornamenti, fino al 1982, quando lascia il posto alla C4 con un record di 543.000 esemplari venduti, della quali solo 70.586 spider poiché realizzate esclusivamente dal 1967 al 1975.

C4, LA CORVETTE “MODERNA”
La storia della C4 inizia con un episodio insolito. A causa del ritardo dell’avvio della produzione, avvenuta nel marzo del 1983, o forse per il desiderio di uscire con un modello già in regola con le norme antinquinamento in vigore nel 1984, la nuova Corvette debutta come Model Year 1984, di fatto, saltando la MY 1983. Un “buco” che non incide sulle attese degli estimatori della muscle car USA, questa volta uscita dalla matita di Jerry Palmer. Un modello dalla linea filante ed efficiente (Cx di 0,34) grazie allo sviluppo in galleria del vento e al parabrezza fortemente inclinato (64 gradi). A caratterizzarla sono il lungo cofano, l’immenso lunotto/portellone e la ridotta altezza (appena 119 cm). Ma più che per lo stile, la C4 si fa apprezzare per i contenuti tecnici e per l’elevate doti di maneggevolezza che esaltano il piacere di guida. Un risultato ottenuto alleggerendo la massa, creando una migliore ripartizione dei pesi con l’arretramento del motore, prevedendo una maggiore rigidità torsionale e adottando albero di trasmissione, sospensioni, servosterzo e altri componenti in alluminio. E se il motore rimane lo stesso del 1982, il V8 5.7 da 205 CV (230 dal 1985, poi arriveranno unità più potenti), il cambio è un insolito 4+3, cioè un tradizionale 4 marce con i tre rapporti superiori abbinati ad altrettanti overdrive abbinati. Una soluzione che crea qualche problema, ma consente di ridurre consumi ed emissioni. Un obiettivo che sarà raggiunto in maniera più efficiente (-11% di consumi) dalla trasmissione ZF a 6 velocità introdotta nel 1989. Con la C4 si ha il ritorno della versione scoperta (1986) e l’arrivo di componenti moderni, quali l’ABS (1987), il Selective Ride Control (1989) e il controllo della trazione (1992).

UN MITO LUNGO 60 ANNI
Dopo 358.180 unità prodotte (74.651 cabriolet), la C4 esce dalla catena di montaggio nel 1996 per lasciare posto alla C5 (1997) prima e alla C6 (2005) poi. Due modelli dalla storia recente che proseguono la tradizione Corvette fatta di innovazione e stile che l’hanno resa una delle auto sportive più amate dagli americani (e non solo) tanto da conquistarsi il nomignolo di “batticuore d'America”. A contribuire al suo successo sono pure le innumerevoli vittorie sportive e le tantissime versioni speciali, dalla SS del 1957 pensata per le competizioni alla Z06 Race Car del 1963, dalla B2K Callaway Turbo del 1987 alla ZR1 del 1990, fino agli esemplari commemorativi dei 35, 40 e 50 anni di produzione. Un mito enfatizzato pure dal cinema nel quale, secondo alcune stime, la Corvette veste il ruolo di protagonista in 1.434 pellicole.

Autore: Stefano Panzeri

Tag: Retrospettive , Chevrolet , auto americane


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