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Retrospettive

pubblicato il 11 novembre 2012

Bertone Carabo, un coleottero da sogno

Disegnata da Gandini ed esposta a Parigi nel 1968, è stata l’antesignana della Countach

Bertone Carabo, un coleottero da sogno
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Il segreto di un grande imprenditore non risiede soltanto nelle proprie capacità, ma pure nell’abilità nello scegliersi i collaboratori. Un’attitudine che di certo non manca a Nuccio Bertone che, salito alla guida dell’azienda di famiglia dopo la Seconda Guerra Mondiale, si sa attorniare di autentici geni della matita. Negli anni Cinquanta assume Franco Scaglione con il quale realizza alcune Alfa Romeo passate alla storia, dalla Giulia Sprint ai prototipi BAT. Alla sua dipartita Bertone lo sostituisce con un giovanissimo di appena 20 anni. E’ Giorgetto Giugiaro, che in una manciata di anni traccia sui fogli le linee di modelli di successo, come Alfa 2000 e 2600 e la BMW 3200 CS, e di GT d’eccellenza, come l’Aston Martin DB4, la Maserati 5000 e le Iso Rivolta 300 e 340.

L’ARRIVO DI GANDINI
Lasciato libero Giugiaro di trasferirsi al Centro Stile Ghia, Nuccio sceglie un altro giovane promettente, Marcello Gandini. Una decisione che appare quanto mai ardita. Se Giorgetto prima di approdare alla Bertone aveva maturato una pur breve esperienza alla corte di Dante Giacosa alla Fiat, il coetaneo che lo sostituisce non sembra avere molte credenziali. Prima del 1965 Marcello si dedica al disegno industriale e dei complementi d’arredo dove riversa l’estro “ereditato” dal padre, direttore d’orchestra. In realtà, la sua passione per le auto lo spinge a sperimentare delle rudimentali elaborazioni per gli amici tra cui, si racconta, il taglio del retrotreno di un’Abarth 750 impegnata in gare in salita che, di fatto, anticipa la soluzione della “coda tronca” che sarà resa celebre da altri designer, primo tra tutti Zagato. Sollecitato dai compagni, prova anche ad entrare nel mondo dei motori inviando i propri bozzetti alle più note carrozzerie dell’epoca, dalle milanesi Viotti e Moretti, alla Bertone che, come detto, lo chiama a metà degli anni Sessanta.

L’ORDINE DI STUPIRE
Ricevuta la fiducia di Nuccio, Marcello si mette subito al lavoro e, non ancora trentenne, traccia in breve tempo quelle che sono destinate a diventare due delle sportive più apprezzate di tutti i tempi, l’Alfa Romeo Montreal e, soprattutto, la Lamborghini Miura. Un esordio d’autore che conferma l’intuito di Bertone di scegliersi collaboratori d’eccellenza scovandoli tra i più giovani. E che rafforza l’intesa tra Marcello e Nuccio, che lascia al talentuoso piemontese sempre più carta bianca per esprimere il suo estro. Libertà che Gandini impiega al momento di concepire la concept destinata ad essere esposta al Salone di Parigi del 1968. Unico imperativo imposto da Nuccio è quello di realizzare un prototipo in grado di attirare l’attenzione di visitatori e addetti ai lavori. O meglio, di stupire a tal punto da fare parlare di se e apparire sulla stampa. Ma pure di sperimentare soluzioni che potranno essere riprese nel futuro per la progettazione di modelli di serie.

LA BASE E’ LA 33 STRADALE
Per lo sviluppo del prototipo Gandini prende come base l’Alfa Romeo 33 Stradale, sia per gli ottimi rapporti che legano il costruttore milanese con la carrozzeria torinese, sia perché la fuoriserie derivata dalla Tipo 33 da competizione non ha grande seguito commerciale considerato il prezzo elevato e, quindi, è disponibile per essere “rivestita”. Telaio e meccanica, dunque, sono quelle del biscione che prevede un motore V8 da 2 libri con 230 CV di potenza sistemato in posizione centrale. A cambiare radicalmente è il design. Alle line curvilinee pensate da Scaglione per la Stradale, il designer torinese contrappone tratti tesi e un profilo a cuneo formato dal frontale affusolato che si raccorda senza tagli al parabrezza e dalla coda squadrata e possente. Il tutto con alcuni dettagli di pregio, come i disegni di prese d’aria e sfiati o le lamelle orientabili che proteggono i gruppi ottici anteriori.

IL DEBUTTO A PARIGI
In appena dieci settimane la concept è pronta. Non rimane che dargli un nome. Gli elementi neri del cofano posteriore visti dall’alto ricordano la corazza di una blatta, così come le porte incernierate davanti e apribili verso l’alto assomigliano all’elitra, l’ala del coleottero. Considerata la tinta verde luminescente la denominazione non può che essere Carabo, il coleottero della famiglia dei Carabidi noto per l’analoga colorazione. L’insolito “insetto” è ora pronto per il debutto alla rassegna parigina di ottobre. L’apprensione di Nuccio e Marcello per il responso è breve. A pochi minuti dell’apertura del Salone la Carabo è già attorniata da giornalisti e visitatori dall’aria sbalordita. A stupire, più che le prestazioni dichiarate (250 km/h e 6,5” per passare da 0 a 100 km/h), sono le dimensioni. Lunga 417 cm e larga 178, la Carabo è alta soltanto 99 cm, 6 in meno della Miura che già sembrava bassissima. E poi c’è l’audace profilo a cuneo con frontale penetrante che prosegue la ricerca aerodinamica cominciata vent’anni prima con le BAT.

IL SUCCESSO MONDIALE
L’intento di sbalordire è centrato e la Carabo fa il giro del mondo sulle pagine delle riviste specializzate e non. Il commento unanime è di approvazione, non soltanto per lo studio avveniristico del design, ma pure per l’impiego di nuovi materiali impiegati e per le soluzione tecniche d’avanguardia introdotte. Elementi che fanno della concept Bertone non un puro e semplice esercizio di stile, ma un’accurata ricerca verso le sportive del futuro. Se la Carabo rimarrà un esemplare unico che lentamente cadrà in declino fino al 1989, anno nel quale è restaurata ed esposta al Museo Alfa Romeo ad Arese, le sue discendenti saranno molte. E famose.

ANTICIPA LA COUNTACH
Le linee tese della Carabo, il disegno a cuneo e l’altezza “rasoterra” sono fonte di ispirazione per un altro prototipo Bertone firmato da Gandini, la Stratos Zero, dal quale deriva la Lancia Stratos dominatrice dei rally degli anni Settanta. Ma la Carabo in qualche modo anticipa pure lo stile dell’Autobianchi Runabout, concept che abbozza i futuri tratti della piccola sportiva con motore centrale Fiat, la X1-9. La vera erede della Carabo, però, rimane quella che diventerà l’icona della supercar latina dal 1974, anno del debutto, fino all’inizio degli anni Novanta. Stiamo parlando della Lamborghini Countach, modello che non sarebbe mai esistito senza l’illustre progenitrice che assomigliava tanto a un coleottero.

Autore: Stefano Panzeri

Tag: Retrospettive , Bertone , car design , auto italiane


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