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Retrospettive

pubblicato il 7 ottobre 2012

McLaren M6-GT, la prima stradale di Bruce

Derivata da un’auto da corsa, ha prestazioni eccelse. Una supercar in anticipo su F1 e P1, rimasta però prototipo

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Nato ad Auckland, in Nuova Zelanda, il 30 agosto del 1937, Bruce Leslie McLaren cresce respirando il “profumo” dei motori nell’officina del padre Les. Un odore che gli fa scorrere nelle vene la passione per pistoni e cilindri fin dall’infanzia, amore che permane anche dopo la malattia all’anca che lo costringe a innumerevoli cure e lo lascia con la gamba sinistra più corta di quella destra. Ripresosi, si incammina senza esitazione verso il mondo delle corse, dove esordisce a soli 15 anni in una gara in salita al volante di una vecchia Austin 7 Ulster preparata dal padre. Da allora la carriera di pilota è un susseguirsi di successi che lo portano a vincere nel 1957 il trofeo “Un pilota per l’Europa”, un programma che premia i più promettenti giovani neozelandesi a fare esperienza nel Vecchio Continente. Un’opportunità che Bruce non si lascia scappare e, aiutato da Jack Brabham, esordisce in Formula 1 al Gran Premio di Germania del 1958, disputato con una Cooper di F2 e concluso al primo posto di categoria e quinto assoluto. La prima vittoria arriva, a soli 22 anni, due anni dopo a Sebring, appuntamento mondiale degli Stati Uniti.

DA CORRIDORE A COSTRUTTORE
Se con cambio e volante il giovane Bruce se la cava egregiamente, la sua abilità nel mettere a punto motori e nel trovare soluzioni tecniche innovative non è da meno. Un talento appreso nell’officina paterna che porta McLaren spesso a discutere con i meccanici e a suggerire ai tecnici modifiche per andare più forte. Un vizio che lo porta a fondare una propria scuderia, la Bruce McLaren Motor Racing Ltd con sede vicino a Londra, dove ormai si è stabilito. La nuova attività si avvia preparando alcune Cooper, ma passa poco tempo che Bruce, che prosegue la carriera in Formula 1 con le Cooper, decide di diventare costruttore. Il primo modello creato dal suo ingegno è una Sport con motore Oldsmobile di 4500 cc, la M1A del 1964. Vettura che lo stesso neozelandese porta al debutto sul circuito canadese di Mosport cogliendo un’imprevista vittoria. Non contento, Bruce decide di avviare una piccola produzione in serie di modelli da competizione dalle cui vendite ricavare i finanziamenti per l’attività agonistica. Per farlo si accorda nel 1965 con la Elva Cars, società appartenente al Gruppo Trojan Limited che per costruire la M1B.

L’AVVENTURA IN CAM-AM
I modelli, come i successi, si susseguono rapidamente, fattore che aumenta l’intraprendenza di McLaren, che nel 1966 lascia la Cooper e debutta in Formula 1 con vetture che portano il suo nome. Gli affari vanno bene e l’imprenditore estende il suo impegno al Nord America, in particolare al campionato Cam-Am che sta riscuotendo grande interesse di pubblico e investitori. Dopo una partecipazione con i vecchi modelli europei adattati per le gare Oltreoceano, nel 1967 Bruce realizza un modello apposito per disputare la rassegna americana, la M6A. Una barchetta con telaio monoscocca e carrozzeria in fibra di vetro e poliestere che la rendono molto leggera. Ad assicurare prestazioni elevate è pure il poderoso Chevrolet V8 di 5,9 litri con più di 500 CV di potenza. Un binomio, quello di leggerezza e potenza, che consentirà alla M6 e alle sue eredi, le M8, di dominare la categoria per anni e a Bruce di ricavare un bel gruzzolo con la vendita degli esemplari ai clienti sportivi.

UNA COUPE’ PER LE MANS
Mai pago di vittorie, McLaren vuole tentare la fortuna anche nelle gare di durata del Vecchio Continente. L’obiettivo principale è conquistare la mitica 24 Ore di Le Mans, in particolare nell’agguerrito Gruppo 4 dove si sfidano i bolidi di Alfa Romeo, Ferrari e Porsche. Il regolamento, però, ammette alla competizione soltanto modelli di derivazione stradale, fattore che costringe Bruce a pensare a un’auto sportiva da vendere sul mercato. L’idea, in verità, piace al neozelandese, anche perché lo farebbe diventare un costruttore di modelli esclusivi al pari dell’ammirato Enzo Ferrari. Insieme all’amico Gordon Coppuck, capo design di McLaren, inizia la realizzazione di una coupé con carrozzeria in resina poliestere rinforzata derivata dalla barchetta M6A. Da quest’ultima eredita il telaio monoscocca in lega di alluminio e gran parte delle componenti meccanici. Per il motore il duo opta per un Ford V8 da 5,7 litri che sviluppa più di 370 CV, unità affidabile e dalle ottime performance.

NASCE LA M6-GT
La progettazione e lo sviluppo della nuova sportiva procedono rapidamente e alla fine del 1968 è pronto il primo prototipo colorato con la tipica livrea arancione che è diventata tipica delle McLaren dal debutto nelle gare Cam-Am sul circuito di Elkhart Lake. E’ la M6-GT, supersportiva dal peso piuma (appena 725 kg) che assicura prestazioni da corsa: 165 miglia/h (circa 265 km/h) di velocità massima e un’accelerazione di appena 8” per passare da 0 a 100 miglia/h (0-160 km/h). A renderla attrattiva è pure l’eccelsa erogazione di coppia, il comportamento stradale ineccepibile e la grande maneggevolezza per un’auto di quella categoria. In McLaren l’entusiasmo per il risultato ottenuto è altissimo, e rimane tale anche dopo molti anni quando Gordon Coppuck la descrisse con queste parole: “Andava benissimo. Era eccezionalmente veloce per essere un’automobile stradale a quei tempi. Pesava quanto una Mini e aveva una potenza dieci volte maggiore!”.

IL SOGNO E’ RIMANDATO
A guastare i programmi di Bruce è la FIA, la Federazione internazionale dell’automobile, che nel 1969 cambia il regolamento per l’iscrizione delle Sport del Gruppo 4, imponendo l’omologazione di un minimo di 50 esemplari. Per la giovane azienda con possibilità di investimento limitate è un traguardo irraggiungibile, almeno nel breve periodo. A porre definitivamente fine ai sogni di realizzare una sportiva stradale con il marchio McLaren è il tragico incidente del 2 giugno 1970 nel quale Bruce perde la vita sul circuito di Goodwood mentre collauda una M8D per il campionato Cam-Am. Della M6-GT rimane un unico esemplare prodotto dalla McLaren e altri due costruiti dalla Trojan, uno per le gare e l’altro come veicolo promozionale, nonché diverse repliche realizzate negli anni Settanta. Per vedere una supercar stradale McLaren, invece, si dovranno attendere più di 20 anni, quando nel 1993 debutterà la F1, o la P1 dell’ultimo Salone di Parigi. Ma questa è un’altra storia.

Autore: Stefano Panzeri

Tag: Retrospettive , McLaren , auto inglesi


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