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pubblicato il 6 giugno 2012

Demotorizzazione: un processo inesorabile?

Per la prima volta il parco circolante italiano si riduce. Quali le cause alla base di una crisi sempre più evidente?

Demotorizzazione: un processo inesorabile?

Demotorizzazione: non è un neologismo, ma è un termine che nel mondo dell'auto in queste ore è sulla bocca di tutti. Lo ha usato l'UNRAE per dire che per la prima volta nella storia d'Italia il parco circolante ha cominciato a diminuire. Secondo l'associazione che rappresenta i costruttori esteri nel nostro paese, nei primi quattro mesi del 2012 sono state immatricolate 26.600 unità in meno. Sarà anche una goccia (in meno) nel mare rispetto alle 37.138.990 auto che al 31 dicembre del 2011 risultavano iscritte al Pra, ma è una svolta davvero epocale se si considera che da quando nel 1892 fu immatricolata la prima, il Bel Paese di anno in anno ha avuto sempre più auto fino a raggiungere un rapporto record di 690 vetture ogni 1.000 abitanti. Oggi nel mondo siamo secondi solo agli Stati Uniti, che ne hanno 815.

QUANDO L'AUTO SI POTEVA COMPRARE
Appena cinque anni fa ne circolavano quasi 1,5 milioni in meno e scorrendo a ritroso gli annali si scopre che la crescita è stata davvero impetuosa: nel 2002 erano 3,5 milioni in meno, nel 1992 erano circa 29 milioni e mezzo, nel 1982 19,6 milioni, quasi 20 milioni in meno. Il boom dell'auto, come noto, arriva nel dopoguerra: dalle quasi 150.000 auto del '46 si passa alle 425.283 del 1951, ma gli italiani devono ancora innamorarsi delle quattro ruote. Succede quando Vittorio Valletta stanzia 300 miliardi di lire, un'enormità, e crea nel 1955 la Fiat 600, la prima utilitaria italiana: può essere comprata a rate, tanto bastano appena due anni di cambiali. Parte così la motorizzazione di massa. Due vetture su tre vendute tra la metà degli anni '50 e l'inizio dei '60 sono 600 e nel 1961 le auto circolanti nel nostro paese balzano a 2.450.000. La 600 è un successone, ma prepara il terreno al "ciclone" con la Nuova 500, la vettura che diventerà sinonimo dell'Italia a motore. La sua forza è il prezzo: all'inizio degli anni '60 costa meno di 400.000 lire, una cifra che permette anche a un operaio, che ne guadagna circa 40.000 al mese, di permettersi un'automobile. Gli esemplari prodotti fino al 1975, nei suoi 18 anni di carriera, saranno 3.900.000. In quell'anno il parco circolante ha già superato di poco i 15 milioni di pezzi e sarà destinato a lievitare anno dopo anno al ritmo di circa 1 milione di unità.

NON E' UN PAESE PER GIOVANI
Un ritmo che però sembra oggi arrestarsi per effetto di fattori diversi. Gli addetti ai lavori, costruttori e concessionari, ne fanno soprattutto un problema di costi e fiscalità: "E' una conseguenza degli insostenibili costi di gestione dell'auto che gravano sui bilanci delle famiglie. Inoltre, l'attuale sistema fiscale frena anche il rinnovo dei parchi aziendali", commenta il Presidente dell'UNRAE Jacques Bousquet, mentre per il Presidente di Federauto Filippo Pavan Bernacchi "A colpi di tasse si muore, bisogna pensare ad azioni volte al rilancio del nostro Paese. Possiamo farcela ma la politica deve fare la sua parte operando le giuste scelte". Pochi però sembrano rendersi conto che se i conti vanno in rosso è perché l'auto non fa più presa su una clientela che fu la protagonista negli anni del boom economico: i giovani. E per un semplice motivo: non possono più permettersela. Secondo i recenti dati Ocse un giovane italiano su tre è disoccupato e coloro che hanno un lavoro devono scontrarsi con due problemi: quasi tutti sono precari, quindi non hanno accesso al credito, e guadagnano pochissimo: mediamente 836 euro al mese secondo un recente studio della CGIA di Mestre. E l'italiano che ha un contratto più o meno fisso percepisce lo stipendio più basso d'Europa, come di recente ha rilevato Eurostat. Lo sa anche Sergio Marchionne, che più volte ha sottolineato come il problema odierno dell'industria dell'auto europea sia l'eccesso di capacità produttiva. Ed è ovvio che domanda e offerta non coincidono più se per i giovani l'auto nuova è diventata una chimera.

LA MOBILITA' PERDUTA
Oltre alle difficoltà economiche, c'è poi una crescente disaffezione nei confronti delle quattro ruote. Lo ammettono gli stessi costruttori: "Le percorrenze medie si sono drasticamente ridotte, la mobilità individuale si sta modificando e molti si disfano della propria vettura senza sostituirla con una nuova" ha detto Bousquet dell'UNRAE. Oltre a tasse e caro benzina pare che gli italiani ne abbiano ben donde per altri motivi. Le auto sono dappertutto: i 183.705 km di strade extraurbane e ogni 1.000 metri ospitano, in media, 225 veicoli. Nel 1970, quando il parco ammontava a poco meno di 15 milioni, ne circolavano appena 81. In città, invece, secondo un recente ed effficace paragone di Confcommercio, i 15 km/h di velocità media degli spostamenti cittadini nei centri maggiori equivalgono ad una "rapidità" pari a quella di una carrozza di fine '700 ed in auto trascorriamo 10 giorni all'anno. E che dire della stretta sulle multe dei Comuni con i bilanci sempre più in rosso, dei nuovi pedaggi non solo in autostrada ma anche in città, dell'inquinamento e dei conseguenti (e poco utili) blocchi del traffico? Messi in fila tutti questi elementi, non riesce difficile poi pensare che, prima o poi, questo fenomeno chiamato "demotorizzazione" doveva arrivare.

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Tag: Mercato , mobilità sostenibile , immatricolazioni , produzione , tasse


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