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Retrospettive

pubblicato il 4 marzo 2012

Il Modulo lunare di Pinin

La dream car Pininfarina che ha segnato una svolta nel design

Il Modulo lunare di Pinin
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Marzo 1970: come oggi è il mese del Salone di Ginevra. L'evento ha aperto da poco i battenti e già un brusio crescente riempie la fiera. A suscitarlo è un'insolita concept car che poco somiglia ad una vettura. E' la Pininfarina Ferrari Modulo. Un prototipo alto meno di un metro con una linea monovolume avveniristica che ricorda una scialuppa spaziale uscita da "2001: Odissea nello Spazio", il film di fantascienza di Stanley Kubrick del 1968. A dirlo è Lorenzo Ramaciotti, il designer che sarà per 17 anni al vertice del Centro Stile della Pininfarina e che firmerà alcuni dei modelli di Maranello più celebri, dalla Enzo alla 612 Scaglietti.

A LEZIONE DA MICHELOTTI
L'idea della Modulo ha origine nel 1967, quando un giovane designer torinese approda nell'atelier fondato nel 1930 da Battista Farina, detto Pinin. È Paolo Martin, soli 24 anni, ma già una buona esperienza alle spalle. Conseguita la licenza tecnica, ha un incontro fortuito con Giovanni Michelotti che lo chiama a fare esperienza nella sua carrozzeria. Il 17enne Paolo accetta con entusiasmo e osservando il maestro creare per BMW e Triumph comincia ad apprendere i segreti per disegnare e modellare. E l'arte di arrangiarsi che gli tornerà utile in seguito. Insegnamenti che affina nell'anno alle dipendenze di Nuccio Bertone, dove lavora a stretto contatto con Marcello Gandini per lo sviluppo dell'Alfa Romeo Montreal, fornendo un contributo nel definire la strumentazione.

UNA PAZZA DREAM CAR
Approdato alla corte di Sergio Pininfarina, al vertice dell'omonima Carrozzeria da alcuni anni, a Martin viene lasciata ampia libertà creativa. Un'opportunità rara in quel periodo, concessa soltanto a poche firme rinomate, come Giugiaro alla Bertone. E che il giovane Paolo vuole sfruttare per realizzare una dream car, come erano chiamati allora i prototipi, che ha in testa in maniera vaga. L'idea rimane latente nella sua mente per mesi per sbocciare con la primavera nel 1968. E' un mattino soleggiato e Martin lavora al cruscotto della Rolls-Royce Camargue, unico modello del marchio di Crewe disegnato da un italiano e l'auto di serie (molto limitata) più cara al mondo negli anni Settanta. Il suo tecnigrafo è una distesa caotica di oggetti. Un disordine dal quale emerge chiara la visione di quella che lo stesso Paolo definirà la "dream car più pazza del mondo", una concept "violenta, unica, inimitabile". Prende una matita e schizza un bozzetto nell'angolo inferiore destro del disegno della Camargue. Sono solo pochi tratti, ma già identificano le forme della futura Modulo. O meglio, "il Modulo", come lo chiama Martin facendo riferimento alla sua struttura "modulare" della carrozzeria.

L'ESTATE AL POLISTIROLO
Il pensiero di quella concept bizzarra lo appassiona e inizia a tracciare disegni più realistici in scala 1:10. E a cercare la complicità dei superiori. Mostra gli studi a Franco Martinengo, direttore del Centro Stile e "papà" della Lancia Aurelia B24, che rimane impressionato. Il progetto gli piace, ma lo ritiene troppo estremo per lo stile classico della Pininfarina di quegli anni. Ma, seguendo la filosofia aziendale, lo lascia fare senza però illuderlo. Per il giovane designer torinese quel fievole assenso è sufficiente per proseguire. Si rimette davanti al tavolo da disegno per affinare la sua idea. E ordina otto metri quadrati di polistirolo e altro materiale per realizzare un modello tridimensionale. È ormai estate e l'azienda chiude i cancelli per ferie. Paolo in testa non ha le onde del mare, ma la sua dream car. Complice il guardiano, si addentra in ufficio in pantaloncini corti a lavorare sulla maquette. Incolla il polistirolo e comincia ad asportare il grosso con una archetto elettrico attaccato a batterie d'auto. Poi trasforma un foglio di lamiera forato in una "grattugia" gigante per perfezionare le linee. Il Modulo inizia a materializzarsi.

LA BOCCIATURA DI SERGIO
A metà agosto la dream car che aveva in mente si materializza davanti ai suoi occhi. Esausto, ma felice, Martin inizia a gustarsi il momento nel quale la mostrerà a Sergio Pininfarina e all'amministratore delegato Renzo Carli. Ma il suo entusiasmo rimarrà deluso. Il responso dei due uomini al vertice societario è negativo. Per Paolo è uno shock e per assorbire il colpo si ributta anima e corpo sui disegni della Camargue. Ma il dialogo con l'ingegnere Sergio brucia ancora: "Come mai ha disegnato un'auto così?". "E' importante che se ne parli". "Si, ma male!" è la stoccata finale di Pininfarina. Un giudizio netto che relega il lavoro di un'estate in un angolo del magazzino. Dove rimarrà per oltre un anno.

UN TETTO RIVOLUZIONARIO
Passano i mesi e nella mente di Martin "il Modulo" è ormai quasi un ricordo. Fino al giorno che sente nell'ufficio vicino un gran trambusto. Si volta e vede entrare Martinengo con aria trafelata e un grande foglio in mano. E' il disegno del telaio della Ferrari 512 necessario per adattare il modello in polistirolo agli ingombri della sportiva di Maranello. Lo stupore di Paolo è pari soltanto alla sua gioia. Non perde un secondo. Recupera disegni e schizzi e si mette subito a lavorare. Adattata alle misure del Cavallino, si concentra sui dettagli. Come il sistema di accesso all'abitacolo. Il prototipo è troppo basso e le classiche portiere renderebbero scomoda la salita a bordo. Allora Martin mette a punto un sistema che consente spostare in avanti l'intero tetto, comprensivo di finestrini e parabrezza, per creare una grande apertura che agevola l'accesso e l'uscita dei passeggeri. Una soluzione innovativa che verrà riproposta nel 2005 sulla concept Maserati Birdcage 75th a firma Pininfarina, ma mai nella produzione di serie. In caso di incidente, infatti, il meccanismo di apertura può danneggiarsi impedendo la fuga dalla vettura.

L'ARTE DI ARRANGIARSI
Martin lavora alacremente e la dirigenza lo sollecita a fare presto perché "il Modulo" deve essere esposto al Salone di Ginevra e il tempo è poco e il lavoro da fare ancora molto. Il giovane designer si mette a pensare all'abitacolo che concepisce "modulare" come l'esterno. Per la plancia Paolo dispone i vari elementi circolari su una fila unica con il grande contagiri a destra dell'insolito volante privo di piantone centrale e gli altri davanti al sedile passeggero, che è a sinistra. Il cambio è a destra nell'ampio spazio laterale tra sedile e finestrino. Dove Martin prevede di inserire due grandi sfere, una per lato, con le bocchette di aerazione e, per il lato guida, con i principali comandi. Il problema è come realizzarle. Il primo tentativo di crearle non ha esisto positivo. Allora il designer si ricorda l'arte di arrangiarsi imparata alla Michelotti dove era diventato il "trovatore ufficiale" della carrozzeria. Salta in sella alla moto e va alla più vicina sala da bowling a corrompere il custode per farsi dare due bocce. Per trasportarle deve fare due viaggi con la pesante "palla" fissata alla meglio sulla pancia e con l'ansia di non piegarsi troppo in curva.

LE SCUSE DI PININFARINA
I lavori procedono celermente e si è quasi pronti per la rassegna svizzera. Ci sono da definire gli ultimi dettagli, come la forma del lunotto. Martin la vuole con una serie di fori da 16 cm di diametro, Carli preferisce un più tradizionale vetro uniforme. Una divergenza che, si narra, sfocia in una situazione quasi comica: la notte Carli monta sul prototipo il cristallo unico e al mattino Martin lo sostituisse con quello forato. Alla fine si impone Paolo ed è tutto pronto per il Salone. Tranne l'umore dei dirigenti, ancora angosciato per la possibile reazione della stampa per una concept che si ritiene troppo azzardata. A rilassare le tensioni è l'apprezzamento generale per "il Modulo", quell'oggetto non identificato lungo 448 cm, largo 204 e alto soltanto 93,5 che monta un 12 cilindri a V Ferrari di 4994 cc e 550 CV. Un consenso unanime che si ripeterà ad ogni esposizione, a cominciare dall'Expo di Osaka dove la dream car rappresenta l'alta carrozzeria italiana. E che sfocia in 22 premi internazionali di design che erigono "il Modulo" a icona dell'automobilismo. E che inducono Sergio Pininfarina ad ammettere l'erronea valutazione iniziale e a porgere le scuse a Martin.

Autore: Stefano Panzeri

Tag: Retrospettive , Pininfarina , car design , auto italiane


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