dalla Home

Retrospettive

pubblicato il 19 febbraio 2012

Alfa Romeo, il primo cambio automatico

Introdotto sulla “1750”, era pensato per i clienti stranieri

Alfa Romeo, il primo cambio automatico
Galleria fotografica - Alfa Romeo, il primo automaticoGalleria fotografica - Alfa Romeo, il primo automatico
  • Alfa Romeo 1750 Berlina -  - anteprima 1
  • Alfa Romeo 1750 Berlina - anteprima 2
  • Alfa Romeo 2000 Berlina -  - anteprima 3
  • Alfa Romeo 2000 Berlina - anteprima 4
  • Alfa Romeo 2000 Berlina, cambio automatico -  - anteprima 5
  • Alfa Romeo 2000 Berlina -  - anteprima 6

Se oggi l'Alfa Romeo mostra con giusto orgoglio le qualità del cambio a doppia frizione a secco TCT della Giulietta, in passato l'entusiasmo del marchio del Biscione per le trasmissioni automatiche è stato decisamente più modesto. Tanto che è difficile trovarne traccia nella documentazione storica ufficiale, nei libri sulla Casa del Portello o negli articoli di stampa dell'epoca. Una carenza di letteratura che avvolge nel mistero le vicende che hanno portato all'introduzione del sistema automatizzato sui modelli con lo "scudo" sulla calandra. Proviamo però a ricostruirne la storia attraverso una panoramica tecnico-storica.

IL PRIMO E' UN OLDSMOBILE
Se agli albori della storia dell'auto si sperimentano dei rudimentali cambi a variazione continua "a mano", come quello della Weber del 1898 presente al Museo Svizzero dei Trasporti, il primo automatico dei tempi moderni è considerato l'Hydramatic del 1939 applicato su una Oldsmobile. Un sistema che inizia a diffondersi soprattutto negli Stati Uniti e sui modelli di alta gamma, dove l'aggravio di costo, peso e consumi rispetto a un'auto tradizionale è meno evidente. Alla proposta americana replicano alcuni costruttori europei e i produttori di componenti, come Jaeger, Borg Warner e ZF. Ma l'impiego rimane prevalentemente su auto dedite al comfort, mentre per i modelli sportivi si preferiscono i classici "manuali" che evitano la perdita di potenza ed esaltano le doti del pilota, soprattutto se l'assenza di sincronizzazione richiede di eseguire la "doppietta".

IL PROTOTIPO MISTERIOSO
Ben consapevoli della riluttanza degli appassionati della guida dinamica per il cambio automatico, nella Casa dal "cuore sportivo" l'adozione di tale sistema è considerato ancora negli anni Sessanta un disonore. Tuttavia la domanda estera di modelli privi del "terzo pedale" è in continua crescita, fattore che rende sempre più necessario considerare l'opzione automatica anche in Alfa Romeo. Il primo approccio si ha negli anni Cinquanta, quando i reparti Progettazione ed Esperienze lavorano insieme per sviluppare un motore da 3 litri abbinato, tra le altre ipotesi, al Cotal. Un sistema a 4 velocità con ingranaggi epicicloidali e comando elettrico dei cambi di marcia, associati a frizioni automatiche. Un dispositivo sofisticato che, secondo alcuni esperti del marchio Alfa Romeo, fu effettivamente montato su un esemplare con carrozzeria 6C 2500. Questo però, come il motore da 3 litri in sperimentazione, viene presto abbandonato per entrare nel limbo dei prototipi falliti.

IL DEBUTTO SULLA "1750"
La sperimentazione dei cambi automatici prosegue con la "1900", ma con poca convinzione. Per l'effettivo debutto sul mercato di un "Biscione automatico" si deve attendere il 1970, quando a due anni dal debutto sul mercato viene esibita un versione automatica della "1750" berlina. Che però è prodotta in soli 253 unità fino al 1973. Più successo commerciale (2.220 unità realizzate dal 1972 al 1976 su una produzione totale di quasi 90.000 auto) ha la "2000" berlina con analogo sistema a tre marce, selezionabili anche manualmente, della ZF con rapporti di trasmissione rispettivamente di 2,56, 1,52 e 1,00, nonché di 2,00 per la retromarcia. Esposta nel 1971 al 53° Salone di Torino, allora tra le principali rassegne espositive continentali, è presentata con enfasi come dimostra lo scarno comunicato che riportiamo integralmente. "L'Alfa Romeo ha scelto per la berlina 2000 in cambio automatico ZF 3 HP 12, modificato e adattato sulla base delle esigenze messe in luce dalla sperimentazione. Il cambio automatico dell'Alfa Romeo 2000 - pur conservando alla vettura le stesse eccezionali doti di sportività e di potenza della versione con cambio normale - presenta tutti i vantaggi ben noti dell'automatismo, quali guida semplificata, minino affaticamento nella marcia in colonna con traffico intenso e nella marcia in salita, sicurezza per la completa disponibilità delle mani sul volante, perfetta rispondenza dei rapporti al ritmo del motore, massima precisione e dolcezza di manovra nei parcheggi".

SI DIFFONDE CON L'ALFETTA
A decretare il reale ingresso del cambio automatico sulle linee di assemblaggio degli stabilimenti di Arese è l'Alfetta, modello del quale esiste una letteratura più estesa. Merito soprattutto degli scritti di Giuseppe Busso, per quasi trent'anni uno dei più vivaci progettisti dei modelli del Portello. E tra i più vigorosi sostenitori della trasmissione automatizzata in Alfa Romeo. Che considera un utile dispositivo per alleggerire l'impegno del conducente durante la guida quotidiana. A renderlo meno allettante è la disponibilità di elementi prevalentemente a tre velocità, contro le 4 o 5 del "manuale". In realtà, il reparto sviluppo, del quale Busso fa parte, considera per la futura berlina pure un nuovo sistema a 4 marce e il Variomatic a variazione continua della Van Doorne. Il primo è scartato per problemi di adattamento e il secondo, già impiegato sulla piccola Daf Daffodil, perché tarda ad uscire la variante con potenza adatta alle Alfa. La scelta, quindi, cade per l'evoluzione del ZF montato su "1750" e "2000", il 3 HP 22. Come il precedente ha 3 marce e costringe i tecnici a un minuzioso e lungo lavoro di accomodamento, con l'introduzione della regolazione automatica di livello per la sospensione posteriore per impedire alla "scatola" di avvicinarsi troppo a terra a pieno carico. Una soluzione che si rivela utile anche per migliorare la tenuta di strada e il comfort.

IL TEST CON LA PORSCHE
A fornire la svolta decisiva nel rendere disponibile il cambio automatico sull'Alfetta è un simpatico aneddoto che Busso racconta il un articolo scritto per la rivista dell'Automotoclub storico italiano, La Manovella. Nel quale ricorda le frequenti collaborazioni con i tecnici di altre Case automobilistiche e, in particolare, quelle con gli "amici della Porsche". Che va a trovare nel giugno 1975 sul circuito prove di Weissach per uno scambio di opinioni sulle potenzialità del cambio automatico. Un'esperienza indimenticabile che il tecnico di Torino così descrive. "Il mio amico Schmid, grande tecnico Porsche, mi invitò a farmi un paio di giretti come passeggero accanto a un loro collaudatore, su una 911 con cambio automatico. Io di spaventi come quella volta ne ho provati di rado; quando con il cuore in gola e pallido come un morto mi sforzai di capire come mai quel matto riuscisse a stare dove io sarei andato fuori dieci volte, scoprii che anziché col piede destro, strettamente riservato all'acceleratore, lui frenava con sinistro; pareva addirittura che talvolta accelerasse e frenasse insieme: roba da pazzi. Cambio delle marce a mano, naturalmente. Va da sé che qualche giorno più tardi, a Balocco ci provava il signor Busso, a bordo di una 1900 sperimentale con cambio automatico. Perfino io arrivai a convincermi che sul misto difficile si guadagnava un bel po'; ma indescrivibile era soprattutto il divertimento. A patto di tenere sempre presente il rischio mortale che si correva subito dopo quando si risaliva su una normale vettura con cambio, frizione e acceleratore convenzionale. Se uno non si preoccupava scrupolosamente di usare piedi e pedali alla vecchia maniera rischiava di ammazzare o di ammazzarsi".

Autore: Stefano Panzeri

Tag: Retrospettive , Alfa Romeo , auto italiane


Top