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pubblicato il 3 agosto 2011

Fiat Termini Imerese, a settembre la svolta

Lo ha promesso il Ministro Romani. Al vaglio anche il piano di Dr Motors

Fiat Termini Imerese, a settembre la svolta

Il futuro dello stabilimento Fiat a Termini Imerese, in Sicilia, si conoscerà il 7 settembre, data indicata oggi dal ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, come quella della svolta. Il rappresentante di governo, uscendo da una riunione a Palazzo Chigi con Invitalia e la Regione Sicilia, ha detto di aver preso atto della presentazione del piano di Dr Motors (4 modelli e 60.000 auto all'anno) e di aver dato mandato a Invitalia di lavorare questo agosto per preparare un piano per Termini Imerese. "Ci siamo dati appuntamento per il 7 settembre per un tavolo istituzionale completo con Regione Sicilia, Invitalia, Fiat e parti sociali per prendere una decisione definitiva. Siamo concentrati per trovare la miglior soluzione possibile", ha aggiunto all'AGI.

IN CORSA CI SONO SEI AZIENDE
In base a quanto era stato precedentemente detto dal governo e dall'advisor Invitalia lo stabilimento sarebbe dovuto essere diviso tra l'imprenditore Rossignolo (a cui fa capo il marchio De Tomaso); il Gruppo Cape (presieduto dal finanziere Simone Cimino e al 49% partecipato dalla Regione Sicilia), che doveva avere la superficie dello stabilimento Magneti Marelli; la Ciccolella (florovivaistica), la Einstein multimedia (studi tv), la Biogen (stoccaggio biomasse per energia elettrica), la Lima Corporate (protesi ortopediche) e la Newcoop (gdo e logistica) che si sarebbero presi gli spazi tra il porto e la zona industriale. Ora invece sembra tutto da rifare e a concorrere sarebbero rimaste solo sei aziende tra cui la DR Motors, il cui piano di rilancio, presentato ieri ai sindacati, sarebbe stato "molto appressato", dice Romani. Inoltre, a chi gli chiedeva se tra i problemi da risolvere ci sia anche quello della compatibilità delle due proposte dell'automotive (De Tomaso e piano di Dr Motors), Romani ha risposto: "Direi proprio di sì".

PERCHE' FIAT LO HA MESSO IN VENDITA
A questo punto vale la pena ricordare perché quasi due anni fa l'amministratore delegato del Gruppo Fiat, Sergio Marchionne, ha annunciato la messa in vendita dello stabilimento a Termini Imerese, dove lavorano 1.379 operai impiegati direttamente e 800 lavoratori nell'indotto. Si tratta di una questione economica: i "costi logistici" sarebbero troppo elevati. Ogni singola auto prodotta negli stabilimenti siciliani costerebbe, secondo la Fiat, circa 1.000 euro in più per le dicotomie infrastrutturali. Strategico, inoltre, sarebbe il ruolo dell'indotto, perché il costo di ogni vettura assemblata è composto all'80% da componentistica, al 15% da spese generali e solo al 5% è rappresentato dal costo del lavoro. Eppure in questi ultimi 40 anni sono nate nell'area dello stabilimento quattro aziende che lavorano per Fiat: la Lear, che fa sedili; la Ergom, del Gruppo Magneti Marelli; la Biennesud, che vernicia paraurti, e la Clerpem, che produce le spugne per i sedili. In pratica l'intera economia di un territorio in cui tre giovani su quattro (18-30 anni) non trovano lavoro e 900 famiglie su 28mila abitanti "vivono di Fiat", presente a Termini Imerese dal 1970. Affinché la Fiat resti, la Regione aveva predisposto investimenti fino a 546 milioni di euro, come emerge da una delibera della giunta, ma il problema logistico dei trasporti, sottolineato da molto tempo dal Lingotto, non è da sottovalutare. Attualmente le auto che vengono prodotte a Termini Imerese vengono caricate sulle bisarche dei treni merci alla stazione di Fiumetorto e trasportate a Catania, dove prendono la via del mare. Ed è nell'ottica di ridurre questo costoso viaggio che è stato lanciato il progetto di aumentare la profondità dei fondali del porto di Termini Imerese, per consentire l'attracco di navi con maggiore portata. Per farlo ci vorrebbe un investimento da 21 milioni di euro già deliberati dal Cipe, ma a questo punto si apre una lunga parentesi burocratica. Il rapporto tra l'azienda e il territorio è infatti denso di patti sottoscritti e mai rispettati o di inefficienze e ritardi della pubblica amministrazione. A questo punto la decisione di Marchionne: "Non si può pensare di tenere aperto ogni stabilimento".

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Tag: Attualità , produzione , lavoro


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