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pubblicato il 20 luglio 2011

Cosa c'è in un pieno di Diesel?

Olii esausti, oli di palma... sono biocarburanti, secondo Greenpeace però...

Cosa c'è in un pieno di Diesel?

Olio di palma, colza, soia, se impiegati per autotrazione sono biocarburanti. E sono già presenti in proporzioni variabili nel pieno di Diesel (ahinoi sempre più caro) che facciamo alle nostre vetture perché una direttiva europea (la EU-RED del 23 aprile 2009, detta "direttiva sulle rinnovabili") ha fissato un obiettivo: incrementare l'uso di energie rinnovabili nel settore dei trasporti entro il 2020. Ma in quali quantità i biocarburanti sono presenti nel nostro gasolio? Lo ha scoperto l'ultimo rapporto di Greenpeace intitolato Metti (l'estinzione di) un tigre nel motore, nel quale sono stati analizzati 92 campioni di Diesel provenienti da stazioni di servizio delle principali compagnie (Esso, Agip, Shell, Total, BP, Texaco, Q8, Statoil, Omw e altri) di 9 Paesi europei.

PALMA, COLZA, SOIA ED... EX FRITTURE
Olio di palma, colza, soia, ma non solo: nel Diesel europeo ci sono anche grassi animali ed olii esausti, in una percentuale che varia da paese a paese. Questa la classifica di quelli presi in esame: in Austria la percentuale di biodiesel è del 6,7%, seguono Francia (6,1%), Italia (5,8%), Svezia (5,6%), Germania (5,5%), Olanda (3,4%), Belgio (2,7%), Lussemburgo (2,3%) e Danimarca, dove i biocarburanti nel Diesel sono praticamente assenti, con una percentuale inferiore allo 0,1%. Nella classifica dei Paesi europei l'Italia è dunque terza, con una percentuale variabile di questi componenti "bio" variabile fra il 2,4 e il 7,1 %.

COSA METTI NEL SERBATOIO
La composizione del Diesel però cambia, e molto, a seconda del Paese. In Europa la colza è la pianta più utilizzata, tranne che in Olanda e in Italia. Il Diesel che finisce nei nostri serbatoi è infatti composto in media da: un 40% di olii esausti (tecnicamente definiti come biocarburanti non convenzionali provenienti da riufiuti vegetali, come l'olio di frittura), un 37% di olio di palma, un 15% di soia, un 5% di grassi animali e da un 3% di colza. In realtà queste percentuali variano, ed anche tanto, a seconda di compagnia petrolifera e posizione geografica: un campione dell'Agip prelevato a Bari contiene il 70% di olio di palma e un 30% di soia, mentre a Roma la quota di biocarburante è composta al 100% da olii esausti. Le analisi di Greenpeace sembrano dunque suggerire che le aziende petrolifere non abbiano una politica geograficamente uniforme per l'utilizzazione dei carburanti di origine vegetale.

LE CRITICHE AL BIODIESEL
Tutto bene, dunque? Come suggerisce il titolo del rapporto di Greenpeace niente affatto. Secondo l'associazione ecologista, infatti, la produzione di biocarburanti può accelerare i fenomeni di deforestazione, perché quando si decide di impiantare una coltura destinata alla produzione di biocarburanti si rende necessario comunque spostare altrove la produzione agricola prima presente, con un conseguente consumo di suolo e un pericolo di deforestazione per quelle aree maggiormente vocate per queste coltivazioni, come le foreste indonesiane dove vivono gli ultimi esemplari di oranghi del Borneo e tigri di Sumatra, l'animale preso come simbolo della campagna Metti (l'estinzione di) un tigre nel motore, "le cui popolazioni - sottolinea Greenpeace - vengono decimate a causa dell'espansione delle piantagioni industriali di olio di palma".

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Tag: Attualità , mobilità sostenibile , bioetanolo , unione europea , carburanti


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