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Retrospettive

pubblicato il 10 luglio 2011

Audi S ed RS, BMW Alpina ed M, Mercedes AMG

Sportive e teutoniche

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Parlare di auto sportive tedesche in senso generale non è semplice, soprattutto in relazione all'offerta, particolarmente articolata, posta in essere - negli anni - dalle case germaniche. Tuttavia la storia e l'evoluzione di questo particolare settore, nato con trasformazioni un po' controverse di berline di rango, è affascinante quanto emozionante. Non a caso rappresenta oggi la bandiera di un ben determinato modo di intendere l'auto.

L'ALPE BAVARESE
Alpina oggi è una Casa costruttrice a tutti gli effetti. I suoi modelli sono derivati da omologhe BMW, ma hanno un particolare "must": le prestazioni, assolutamente straordinarie. L'Alpina nacque come officina di elaborazioni nel 1965, grazie all'intraprendenza del giovane Buckard Bovensiepen, in Baviera, a Kaufbeuren. Bovensiepen già da alcuni anni, con il nome Alpina, produceva macchine da scrivere ed guardava con interesse al settore tessile, ma in quel lontano 1965 ebbe un'intuizione: trasformare la sua azienda di meccanica di precisione in una factory per l'elaborazione delle BMW. Il nesso tra le attività condotte fino a quel momento e il nuovo business pare non esserci, ma proprio con le BMW la Alpina ebbe il suo slancio definitivo. Le prime operazioni riguardarono un nuovo set-up della Neue-Klasse 1500 che, con due carburatori Weber acquisiva un carattere ancora più definito. Quella prima elaborazione fruttò alla piccola factory bavarese, che nel 1965 non arrivava a dieci dipendenti, la notorietà necessaria per entrare nell'ottica dei "collaboratori" della BMW. Da subito si comprese che le elaborazioni Alpina potevano essere ben sfruttate nelle competizioni. In pochi anni la Casa riuscì a farsi valere nel campionato turismo tedesco, in cui esordì nel 1968, vincendo vari titoli negli anni Settanta, grazie a profonde e ben studiate elaborazioni di modelli come le 2002 ti e le 3.0 CSL. Proprio in questo decennio si definì al meglio la attività di preparatore di Bovensiepen. Erano previste varianti "Alpina" dell'intera gamma BMW: dalla Serie 3 alla Serie 7, passando per le 5er e le 6er. Di queste, degne di nota, sono le rare B7 Turbo e B7S Turbo di fine anni Settanta, rispettivamente su base Serie 5 E28 e Serie 6 E24, inizialmente dotate del sei cilindri da 3430 cc, successivamente - a partire dal 1981 - soppiantato dal favoloso 3453 cc M88, che in quella configurazione erogava fino a 330 CV, trasformando l'insospettabile Serie 5 e l'affascinante 6 in autentici "mostri da autostrada". A partire dal 1983, l'Alpina entrò nel novero dei costruttori automobilistici ed oggi realizza le proprie vetture in piena collaborazione con BMW, che in alcuni casi si occupa dell'assemblaggio nei propri stabilimenti. Le Alpina sono identificabili, oltre che per il brand, anche per l'adozione di cerchi specifici da 20 razze e per la denominazione: una sigla composta da una lettera ed un numero. Contrariamente a quanto si possa pensare, la B, che solitamente identifica i modelli, non è legata al tipo di propulsore: è vero che le Alpina diesel, prodotte a partire dal 2000, sono identificabili con una "D", ma è altrettanto vero che ci sono state Alpina contrassegnate dalla lettera "C" (alcune Serie 3 del tipo E21 ed E30), mentre la numerazione - un tempo prima di una vera regola - segue inequivocabilmente quella usata da BMW per identificare la propria gamma, soltanto a partire dal 2005.

AMG: AUFRECHT UND MELCHER IN GROβASPACH
Due anni dopo l'inizio dell'avventura dell'Alpina, a Groβaspach due tecnici, Hans Werner Aufrecht e Erhard Melcher fondarono un'azienda di lavorazione e sviluppo di propulsori usando le iniziali dei loro cognomi e quella della cittadina che ne ospitava l'attività. Nacque così, semplicemente, l'affascinante sigla AMG, che oggi identifica senza mezzi termini, le Mercedes più "cattive". Da subito la piccola officina si distinse per le efficaci elaborazioni in chiave agonistica delle coupé e delle berline della Stella. Nel 1971 una Mercedes 300 SEL AMG vinse la 24 Ore di Spa, regalando estrema notorietà al marchio. Alcuni anni dopo iniziò l'attività parallela di "tuner" per le Mercedes stradali: divennero disponibili veri e propri kit AMG, riservati alla meccanica ed all'estetica, finalizzati a rendere le automobili della Stella più "esclusive" (... anche se il tutto avveniva secondo i gusti della Germania dell'epoca). I primi accessori AMG erano riservati alle coupé e roadster della serie R - C 207, ma dopo pochissimo divennero disponibili accessori per le berline W116 e W123, dando il La ad una gamma sempre più articolata, che comprenderà di lì a breve anche le più moderne W201 e W124. Tra gli accessori estetici di maggior rilevanza, oltre ai rivestimenti in pelle e legni pregiati, riscossero una certa notorietà, anche fuori dai confini germanici, specifici cerchi a stella a cinque razze, scuri e con canale lucidato a specchio. Dal punto di vista tecnico, invece, particolare rilievo lo ottennero le elaborazioni delle unità di serie Mercedes-Benz. Se la Alpina, in genere, prediligeva la coppia alla potenza pura, facendo largo uso della sovralimentazione, in AMG si procedeva aumentando le misure interne dei propulsori, secondo una tecnica forse meno raffinata, ma a tratti sicuramente più affascinante. Tra le elaborazioni storicamente più rilevanti un posto d'onore lo occupa la berlina E500 (W124) che, dopo la cura, diventava la E60 AMG: un mostro da 5.6 litri e 360 CV capace di surclassare in ripresa addirittura la contemporanea Lamborghini Countach, nel 1986. La AMG, dopo aver stretto rapporti sempre più fitti con la Casa Madre, che arrivò ad occuparsi anche della commercializzazione e della manutenzione delle rare sportive tedesche, entrò nell'orbita Daimler (allora Daimler-Chrysler) nel 1999. Oggi, oltre ad avere una propria gamma di sportive (inserita nella gamma Mercedes), AMG firma kit estetici per le vetture Mercedes e, soprattutto, fornisce il suo motore V12 della famiglia M120 da 7.3 litri alla modenese Pagani nel cuore dell'Emilia, dove nasce una supercar dal cuore tedesco. E questo rende adeguatamente l'idea...

MOTORSPORT
Quella che oggi è la "M Gmbh", branca del gruppo BMW che si occupa di evoluzioni in chiave sportiva dei modelli di serie e della messa a punto di kit evolutivi specifici, nacque nel 1972 come "Motorsport Gmbh", denominazione che ancora oggi detiene vox populi e che la identificò come piccola divisione per la messa a punto delle auto da competizione. Non a caso il primo modello su cui si cimentò il nuovo ufficio BMW fu la versione agonistica della 3.0 CSL, la nota "Batmobile", di cui ne venne realizzata anche una versione stradale. Il secondo step della storia Motorsport fu la 2002 turbo, versione sovralimentata della 2002 ti, assolutamente strabiliante per le prestazioni, le migliori nella categoria 2 litri. Anche la 2002 fu prodotta in piccola serie e, come la 3.0 CSL, era caratterizzata dalla livrea bianca con decalcomanie nei colori M. Particolarità della 2002 turbo erano le scritte identificative sullo spoiler anteriore realizzate al contrario, così da essere perfettamente visibili nel retrovisori di chi precedeva. Tuttavia, la vera opera prima della Motorsport fu il progetto E26: quella sportiva a motore centrale su cui la BMW rimuginava da tempo e per la quale cercava partner adeguati. Dopo aver trattato, senza esiti, con Lamborghini, da Monaco riuscirono a convincere l'Italdesign nell'assemblaggio delle scocche e il progetto pote' diventare operativo. Nacque così la mirabile M1, prima BMW in assoluto a portare la firma Motorsport e capostipite di una serie di evoluzioni in chiave estrema, adeguatamente "griffate" delle BMW di serie. La M1 esordì nel 1975 e, l'anno seguente, esordì il secondo modello targato M: la M535i, realizzata su base Serie 5 E12. Anni dopo l'esperimento della M535i, nel 1983, fu la volta della M635CSi e nel 1984 della nuova M535 su base E28: tutti erano dotati del sei cilindri in linea da 3453 cc tipo M88, direttamente derivato dalla stessa unità, firmata "Motorsport", che equipaggiava proprio la M1. La M635CSi divenne M6 su alcuni mercati esteri, tra cui gli USA, mentre M535i E28 fu, in seguito, affiancata dalla M5: meno caratterizzata esteticamente, ma ancor più "violenta" sotto pelle. Ancora due anni e nel 1986 la gamma M si arricchì della M3, che divenne il vero cavallo di battaglia della Motorsport: la prima ad avere una vera caratterizzazione estetica, estesa anche ai lamierati oltre che alle appendici, la M3 fu declinata anche nella rara versione Evo, ancor più orientata sportivamente, con rivestimenti specifici ed appendici più pronunciate. Con la M3 Evo si chiuse la parentesi degli anni '80, non senza aver messo le mani anche sulla Serie 8, realizzando un prototipo di studio, cinque litri V12, pomposamente annunciato dalla stampa come "M8", ma che non ebbe alcun seguito produttivo e funse da muletto per le soluzioni motoristiche da riservare alla supercar McLaren F1. A partire dagli anni Novanta, e ancor più col nuovo Millennio, la M assunse una connotazione sempre più commerciale. Le attività agonistiche scesero lentamente in secondo piano mentre le evoluzione dei modelli stradali si fecero continue e serrate, facendo di M, a tutti gli effetti, il marchio sportivo "ufficiale" di BMW.

"S" ED "RS"
Tra i tre grandi gruppi tedeschi, quello Volkswagen è stato l'ultimo a guardare con interesse ed attenzione al mercato delle sportive. Seppur apripista, trentacinque anni fa, nel settore delle compatte ad alte prestazioni, il Gruppo VAG non ha mai dedicato troppa attenzione ai propri allestimenti sportivi. I primi cambiamenti di rotta si ebbero negli anni Novanta quando, sulla scia ancora fresca dei successi della coupé Audi Quattro, la divisione dei quattro anelli decise di dare i natali alla S2, realizzata sulla base della coupé della serie B4 nel 1990. La Audi S2 era spinta dallo stesso cinque cilindri da 2.2 litri della Quattro degli anni Ottanta, sovralimentato con turbocompressore e capace di 220 CV (che dal 1992 diventarono 230). La S2 si riconosceva per i cerchi, le appendici aerodinamiche specifiche e per i loghi specifici. Della S2, nel 1993, fu realizzata anche una piccola serie di berline quattro porte (circa 300 esemplari), mentre già dal 1991 la sportiva della serie 80 fu affiancata dalla S4, realizzata su base Audi 100 - C4 e spinta dal grande V8 4.2 derivato dall'unità che motorizzava la contemporanea Audi V8. Il vero salto di qualità, le Audi "S" lo realizzarono nel 1994 quando l'Audi 80 Avant, ormai prossima al pensionamento, venne rinvigorita dalla cura Porsche, trasformandosi nella RS2: stesso cinque in linea sovralimentato da 2.2 litri, ma una potenza di 315 CV per prestazioni da autentica supercar (da 0 a 100 km/h in 4.8" ed una velocità massima limitata a 262 km/h). Con le serie successive, e pensionato il vecchio cinque cilindri della serie "Ur", ormai giunti agli albori del 2000, le Audi S divennero allestimenti sportivi delle berline di serie, di cui ne riprendevano l'identificazione, con la lettera S a precedere il numero indicante la serie.

Questa, in breve, la panoramica sulle auto tedesche. Per molti sono un'aberrazione concettuale. Per altri, invece, sono frutto di una profonda devozione. Che le si odi o le si ami, le sportive tedesche, sono una tangibile realtà dell'automobilismo europeo. Una realtà che da un trentennio a questa parte ha avuto il merito di trainare un intero segmento di mercato e di rappresentare il Vecchio Continente sullo scenario internazionale, surclassando le scuole di matrice latina o anglosassone e affiancandosi - con discrezione - a nomi "celebri" di ben altra caratura.

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Autore: Salvatore Loiacono

Tag: Retrospettive , auto storiche , nuovi motori


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