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pubblicato il 17 giugno 2011

Biocarburanti a un bivio

L’ONU è contro e anche negli USA su di essi si è aperto un dibattito politico ed economico

Biocarburanti a un bivio

Biocarburanti sì o biocarburanti no? Anche negli USA il dibattito sta tornando in auge dopo che il senatore repubblicano Tom Coburn ha messo ai voti l'abolizione tanto dell'incentivo con il quale lo stato federale riconosce ai produttori un credito d'imposta di 45 centesimi per ogni litro di biocarburante prodotto quanto il dazio del 54% su quello che viene importato. Al senatore dello stato dell'Oklahoma è andata male perché la propria risoluzione è stata bocciata ieri con 59 voti a 40, un risultato che segna la vittoria di quella che la stampa americana definisce la lobby del biocarburante con un capo riconosciuto, l'ex generale Wesley Clark e che sta già contrattaccando per prolungare gli incentivi anche dopo la loro scadenza prevista alla fine dell'anno e che pesano sul bilancio per 6 miliardi di dollari all'anno.

IL DIBATTITO NEGLI USA
C'è da dire che il vento sui biocarburanti sembra essere cambiato negli USA dopo anni di crescita impetuosa, spinta anche dai sopracitati incentivi. Anche Dan Akerson, CEO e presidente di General Motors, ha un'opinione totalmente diversa dal suo predecessore, Rick Wagoner. Il primo infatti ha dichiarato che i biocarburanti andranno progressivamente a morire mentre Wagoner, che sarà giustamente ricordato con l'artefice del fallimento di GM, sosteneva che i biocarburanti offrono il miglior bilancio di CO2 e aveva messo in piedi due partnership per la loro produzione, ultima delle quali con Coskata nel 2008, prevedendo di produrre nel 2010 800mila veicoli capaci di funzionare con E85. Il suo successore ha idee ben diverse e punta la barra di GM su altre strade tecnologicamente più raffinate.

LA TRASFIGURAZIONE DA CIBO AD ENERGIA
Il piano USA per i biocarburanti tuttavia rimane e prevede la produzione di 36 miliardi di litri entro il 2022, una quantità enorme per un settore che la lobby di Clark ha fatto blindare chiamando in causa l'interesse nazionale di fronte alla dipendenza dal petrolio e alla concorrenza che viene dall'etanolo da canna da zucchero prodotto in Brasile e dalle altre nazioni, in molti casi utilizzando materie prime edibili. Questo - come è noto - ha provocato un rincaro dei prezzi causando anche sommovimenti politici di grande portata da parte di quei popoli che di quelle materie fanno il loro sostentamento.

IL CIBO, UN DERIVATO APPETITOSO
Per il mondo del business sono invece un investimento da proteggere e per il mondo della borsa qualcosa sul quale speculare guidando in altro sia le quotazioni delle aziende coinvolte, sia i prezzi delle materie stesse. Così il cibo è diventato una sorta di derivato finanziario e il biocarburante un settore economico come un altro. Non è infatti un mistero che una gran quantità di biocarburanti di origine nord o sudamericana raggiungono l'Europa. Un'aberrazione che cancella del tutto il miglioramento del bilancio di CO2 che costituisce la ragione sulla quale si fonda l'esistenza dei biocarburanti. Un esempio storico di inefficienza e la dimostrazione che una certa speculazione non compie alcuna valutazione sulle ripercussioni innescate dai propri investimenti.

PER L'ONU VANNO TOLTI DI MEZZO
Le organizzazioni sovranazionali come l'ONU e la FAO hanno più volte condannato i carburanti di derivazione vegetale proprio per le ripercussioni sociali e politiche causate dall'utilizzo di materie prime alimentare per la loro produzione. L'ultimo documento al proposito, che risale allo scorso novembre, è stato richiesto dal G20 e ha una base ancora più ampia costituita da 5 organizzazioni delle Nazioni Unite e persino la Banca Mondiale. La conclusione testuale è la seguente: è necessario rimuovere tutti i sussidi che incentivano la produzione e il consumo di biocarburanti perché è colpa loro se tra il 2000 e il 2009 il bioetanolo prodotto è quadruplicato e il biodiesel addirittura decuplicato. Se così non verrà fatto, questo documento prevede un aumento annuo tra il 2013 e il 2017 del 13% del prezzo per le granaglie, del 7% di quello dei semi da olio come il mais e la soia, del 35% degli oli vegetali. E con un aggravio di spese per i bilanci statati, dunque per i contribuenti che inoltre pagherebbero di più pane, pasta, olio e altro ancora.

PERCHE' NON CONVENGONO A NESSUNO
Sarebbe una catastrofe che non conviene più a nessuno. Certo esistono le biomasse derivate dagli scarti legnosi, dalla carta e dall'immondizia, ma la speculazione non compie distinguo di questo tipo e questo è un problema proprio per quei paesi emergenti dove le case automobilistiche stanno facendo grandi investimenti per accompagnare la crescita dei mercati, pronta ad ulteriori accelerazioni nei prossimi anni, sempre se quelle società potranno uscire dalla condizione di sussistenza in modo generalizzato, ovvero a soddisfare le loro necessità di cibo a tutti i livelli. Se il cibo dovesse fermare lo sviluppo economico, sarebbe prima di tutto l'industria di marca occidentale a soffrirne. L'opportunità dei biocarburanti assume dunque una valenza economica autentica più ampia che potrebbe presto far virare il trend restituendo finalmente il grano, il mais e la soia alle bocche da sfamare e restringendo l'ambito dei biocarburanti ad applicazioni davvero amiche dell'ambiente.

Autore: Nicola Desiderio

Tag: Attualità , bioetanolo , carburanti alternativi


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