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Interviste

pubblicato il 9 maggio 2011

Luca De Meo, un italiano "2.0" a Wolfsburg

Passato, futuro e trend dell’auto. Parla il manager autore di “Da 0 a 500”

Luca De Meo, un italiano "2.0" a Wolfsburg
Galleria fotografica - Luca De Meo, "Da 0 a 500"Galleria fotografica - Luca De Meo, "Da 0 a 500"
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Renault, Toyota, Fiat e Volkswagen. Luca De Meo è uno dei manager italiani che hanno la visione più ampia sul mondo dell'automobile, un "giramondo" che dopo aver lasciato il segno nella Fiat di Marchionne, due anni fa è approdato in Volkswagen come responsabile globale del marketing del Gruppo tedesco. A 43 anni ha raccolto le sue esperienze in "Da 0 a 500", il suo primo libro pubblicato per Marsilio Editori, un "distillato di quasi vent'anni di lavoro, di vittorie, di sconfitte, di riflessioni e di istinti". Si tratta di un manuale di vita professionale nel mondo dell'auto che racconta, rivolgendosi soprattutto ai giovani, come un approccio "latino" o "mediterraneo", possa essere vincente negli anni 2000. L'idea ci ha incuriosito, abbiamo letto il libro e ne abbiamo parlato direttamente con l'autore.

"Da 0 a 500" è il suo primo libro. Perché l'ha scritto?
"E' una cosa che avevo in mente da diverso tempo. Ho concluso i miei primi 20 anni nell'automobile ed ho voluto utilizzare questa occasione intanto per fare un bilancio della mia carriera, ma soprattutto, riflettendo sulle tante domande che mi sono state fatte in questi anni, mi sembrava importante trasmettere ai giovani che hanno voglia di capire come funziona il mondo dell'automobile le esperienze che un 'ex giovane' ha fatto. Tant'è che i ricavi sono destinati a una borsa di studio che consentirà ad un ragazzo di poter studiare alla Bocconi, università alla quale sono molto legato perché è lì che ho fatto i miei studi".

Si ricorda come la chiamava la stampa? Ai tempi della Fiat lei era un "Marchionne boy", invece oggi è a capo del marketing di uno dei gruppi automobilistici più importanti del mondo. Ma si sente un po' cervello in fuga?
"Bisogna però precisare che non ero il solo, eravamo i 'Marchionne boys' perché c'erano anche altri colleghi nel gruppo in cui ho lavorato in quegli anni. Quella dei 'Marchionne boys' era una trovata che si erano inventati i media e che trovavo simpatica. Comunque per me quella in Fiat è stata un'esperienza bellissima e lavorare con quelle persone e con quel leader è stato veramente un grandissimo privilegio. E' vero, oggi c'è in corso un grande dibattito sui cosiddetti cervelli in fuga, ma io francamente non mi sento né in fuga né tanto... cervello, se posso fare una battuta. Anche perché lavoro in Europa e ho molte occasioni di tornare in Italia a lavorare con colleghi italiani. Per cui non mi sento molto lontano da quello che succede in Italia".

A proposito di italiani all'estero, com'è lavorare con Giugiaro?
Il fatto che Italdesign sia entrata nel nostro gruppo è un grandissimo privilegio per quello che l'azienda e Giugiaro stesso rappresentano per la storia dell'auto. Per me in particolare, da italiano, trovo che sia ancor più gratificante. Per il tipo di attività che svolge è chiaro che è Walter de Silva la persona a lui più vicina, ma anch'io come responsabile del marketing lo incontro abbastanza spesso ed abbiamo avuto modo già di lavorare su molti progetti".

Lei ha lavorato al lancio di Clio, Yaris, Ypsilon, Grande Punto, 500, MiTo: tutti best seller nel segmento delle piccole. Anche la Volkswagen UP che debutterà a Francoforte sarà un successo?
"Saremo pronti entro l'anno con questo nuovo prodotto che sarà molto importante per Volkswagen perché quello è il segmento dove siamo convinti di avere le più grosse opportunità marginali e nel quale negli ultimi anni non siamo stati competitivi. Sarà una vettura importante in particolare in Italia, dove il segmento che noi chiamiamo A00 rappresenta un quarto del mercato insieme alla Germania, per cui siamo stati attenti a dare alla vettura quelle caratteristiche che possano soddisfare la clientela italiana".

Nell'introduzione di "Da 0 a 500" lei fa un un'affermazione importante: "le auto hanno un passaporto e vengono acquistate anche per il bagaglio di valori e d'immagine associato al paese che le crea". Oggi però tutte le Case delocalizzano la produzione, i centri decisionali sono sparsi in tutto il mondo e il management, lei ne è la dimostrazione, è in larga parte internazionale. La sua visione non rischia di essere, ci passi il termine, "anacronistica"?
"No, perché io mi riferisco al 'brand management' e non alle scelte legate alla produzione. Per me i grandi marchi hanno la capacità di 'volare oltre le frontiere' con i loro valori, con la loro storia, per il fatto di essere riconosciuti per certe caratteristiche che sono molto chiare nella testa dei consumatori. Le auto italiane, tedesche o giapponesi hanno tutte caratteristiche peculiari, ma la cosa importante è che le persone che lavorano per questi marchi, in qualunque posto del mondo si trovino, interpretino correttamente i valori di un brand e della sua storia. Bisogna entrare nello spirito del marchio. Vi faccio il mio esempio: è ovvio che io posso portare un po' di italianità in Volkswagen, ma anche se abbiamo siti produttivi in tutto il mondo è chiaro che la maniera in cui ingegnerizziamo e produciamo le nostre auto in tutto il mondo rimane assolutamente 'made in Germany', dunque molto caratteristica del sistema Volkswagen. Ed è giusto così, perché è per questo che la gente le compra".

A Shanghai avete presentato uno scooter elettrico. Volkswagen sta pensando alle moto come MINI e smart?
"Il progetto è concreto ed è un'iniziativa circoscritta al mercato cinese, dove gli scooter sono i mezzi più diffusi. L'idea è quello di produrre uno scooterino elettrico marchiato Volkswagen come prodotto di accesso alla nostra gamma, perché del resto il ruolo di Volkswagen in Cina è quello di primo motorizzatore del paese. Posso però assicurare che non ha niente a che vedere con il mercato delle moto e delle speculazioni che circolano".

In "Da o a 500" cita spesso Steve Jobs e i suoi prodotti come esempio di successo. Ma se Jobs glielo chiedesse, come farebbe un'auto con il marchio Apple?
"Forse non sono stato forse molto originale (ride, ndr), perché in questo momento Apple è l'azienda più citata in assoluto... So comunque che ci sono alcuni tentativi di aziende della new economy di entrare nel mondo dell'automobile, anche perché in questo momento c'è una sorta di permeabilità fra i due settori e credo che sarà uno degli ambiti in cui vedremo i maggiori sviluppi da parte delle aziende automobilistiche. Dal mio punto di vista sarà una sfida molto eccitante, ma difficile dal punto di vista tecnico, perché un'auto ha un ciclo vitale di 5-6 anni mentre la tecnologia si evolve di anno in anno. Sarà dunque molto importante dare la possibilità ai clienti di integrare delle nuove tecnologie via via che queste vengono sviluppate. Abbiamo avuto vari temi portanti nella storia dell'auto, come la qualità negli anni '80 o la sicurezza negli anni '90. Credo che questo sia uno degli aspetti che farà la differenza negli anni a venire insieme alle nuove motorizzazioni elettriche e ibride".

In "Da 0 a 500" parla spesso della Rete, del suo impatto sulla vita quotidiana e delle sue potenzialità, tanto che ha creato anche il sito www.da0a500.it, una sorta di appendice online per raccogliere idee per il suo prossimo libro. Immaginiamo dunque che navighi molto per il web, ma legge anche OmniAuto.it?
"Sì sì, vi leggo regolarmente, anzi, siete nella mia barra dei preferiti. Stavo giusto dando un'occhiata al vostro pezzo sulla Cayman S Black Edition".

La nostra chiaccherata con Luca De Meo prosegue su OmniCorse.it, dove trovate i commenti dei futuri impegni sportivi di Volkswagen e le ragioni dell'approdo della Casa di Wolfsburg nel WRC. Se invece volete scambiare le vostre idee direttamente con lui, contribuendo alla redazione del futuro libro "Da 500 a 1000", vi ricordiamo il sito www.da0a500.it.

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Tag: Interviste , Volkswagen , VIP , interviste


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