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Retrospettive

pubblicato il 23 gennaio 2011

Daihatsu, la più lunga storia dell'auto in Giappone

Nata nel 1907 ad Osaka, nel 2013 abbandonerà l'Europa

Daihatsu, la più lunga storia dell'auto in Giappone
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L'andamento del mercato globale dell'auto ha concesso una maggiore uniformità tra le varie "correnti" continentali, come tra Europa e Nordamerica, ma dall'altro lato ha obbligato le case costruttrici ad una certa "omologazione" tecnica e gestionale. Oggi non parliamo più di "case automobilistiche", ma di "gruppi automobilistici" e i marchi - quelli popolari - vengono utilizzati alla stregua di etichette. La tendenza è questa, le regole imperanti del mercato vogliono questo e chi non si omologa è perduto. Il pensiero vola veloce a Daihatsu ed alla sua recente capitolazione sul mercato europeo, che avverrà - salvo ripensamenti - da febbraio 2013.

OSAKA, ANNO 1907
Non è azzardato affermare che la Daihatsu racchiude in sé anche il germe originario dell'automobilismo giapponese. Nata nel 1907 ad Osaka, come "Hatsudoki Seizo Co.", ovvero "fabbrica di motori", si è distinta nei primi anni di vita per la produzione di unità motrici di piccola cilindrata e potenza per impieghi industriali. Nel 1930 la Casa realizzò il primo motore a benzina "veloce" per applicazioni automobilistiche: un motore da 500 cc che motorizzò anche il primo veicolo prodotto: il motocarro a tre ruote HA. Da allora, la Casa giapponese si dedicò sempre più alla produzione di veicoli, diventando "specializzata" in mezzi a tre ruote per trasporto passeggeri e merci, ispirati ai piccoli e medi motocarri Ape di produzione Piaggio. La prima automobile, a quattro ruote, fu realizzata nel 1937: la FA. L'attività aumentò al punto che nel 1939 fu inaugurato lo stabilimento Ikada, oggi Ikeda, nei pressi di Osaka. Pochi anni dopo s'aprì la parentesi bellica, più che mai tragica per il Giappone.
Le attività civili ripresero solo alla fine degli anni Quaranta: nel '51 la Casa propose il suo primo modello della rinascita, la piccola vetturetta a tre ruote "Bee" e il nome, trasposizione inglese di "ape", costituisce una strana coincidenza con i prodotti della nostra Piaggio (forse un omaggio?). Nello stesso anno, a dicembre, la Hatsudoki Seizo cambiò denominazione sociale in Daihatsu, il nome era l'unione della parola "Hatsu" con il primo ideogramma "kanji" del nome "Osaka": tecnicamente Daihatsu sarebbe un "dai Hatsu".

TOYOTA, INNOCENTI, PIAGGIO: LA DIMENSIONE INTERNAZIONALE
Dal 1951 la Casa di Osaka, forte dell'esponenziale crescita economica del Giappone, iniziò una decisa espansione sui mercati internazionali. I piccoli veicoli Midjet, Vesta ed Hijet vennero proposti dapprima sui mercati asiatici e, dal 1960, anche in determinati paesi europei. La crescita di Daihatsu entrò ben presto nell'obiettivo della ben più agguerrita Toyota e nel 1967 le due case strinsero un accordo tecnico-commerciale. Daihatsu potè così usufruire dell'appoggio finanziario di Toyota che dal canto suo vedeva nel costruttore di Osaka il miglior partner nel segmento delle super-utilitarie, settore in forte espansione nel parco auto nazionale (le note K-car favorite dal fisco giapponese). Dopo essere entrata nel campo dei veicoli elettrici, Daihatsu acquisì la Hasai, azienda che si occupava di metallurgia nel campo automotive. Gli anni Settanta furono caratterizzati essenzialmente dall'espansione nel settore dei veicoli passeggeri con la media Charmant, derivata dalla Toyota Corolla e la più compatta Charade. In questo modo il nome Daihatsu divenne sempre più legato all'immagine di vetture minime e veicoli leggeri nonché ad "epici" e gustosissimi motori tricilindrici da un litro e da mezzo-litro di cilindrata. L'utilitaria Cuore (preceduta dalla piccola Mira) esordì nel 1980 ed aprì il nuovo decennio che fu contrassegnato dallo storico accordo con la Nuova Innocenti di DeTomaso. L'industriale italo-argentino cercava una powertrain adeguata per motorizzare le proprie "Mini" e la soluzione fu trovata proprio nei brillanti tricilindrici di Osaka, adottati nel corso degli anni nelle cilindrate 993, 617 e 548 cc nonché nella sportiva versione turbo a benzina, da 993 cc, e diesel con la medesima cubatura: il motore a gasolio più piccolo del mondo. Nel 1984 il tre cilindri turbo scese in campo anche sulla Charade DeTomaso e - contemporaneamente - la Rugger introdusse la Daihatsu nel settore delle piccole fuoristrada. Nel '90 la Rugger fu sostituita dalla Rocky (nota anche come Feroza), mentre nel 1992 nonostante l'appoggio di Toyota, furono interrotte le esportazioni in USA, iniziate quattro anni prima. Negli stessi anni, un accordo con Bertone diede i natali alla Freeclimber: una Feroza assemblata a Grugliasco con motorizzazione BMW e, poco dopo, la Piaggio iniziò la produzione in Italia del Porter, derivato dal piccolo veicolo commerciale Hijet e commercializzato anche con marchio Innocenti.

GLI ULTIMI ANNI
La Casa giapponese visse gli anni '90 come la massima espansione sul suolo Europeo: la Cuore, la Charade, la Move e la piccola fuoristrada Terios ottennero una discreta popolarità dando notorietà al marchio. Alla gamma europea di metà anni '90 fu ben presto affiancata la piccola spider Copen, un autentico gioiellino di nicchia, "old style". Purtroppo, se in terra nipponica la Casa di Osaka aveva ben definita la sua fetta di mercato, la penetrazione in Europa non fu adeguatamente supportata. Nel 1999 la Toyota acquisì la maggioranza del pacchetto azionario Daihatsu e poco dopo la seconda serie della raffinata utilitaria Trevis (piccola cinque porte ispirata alla Morris Mini) fu proposta anche in Europa. Il primo decennio del 2000 vide quindi, oltre alla Trevis, anche la seconda generazione di Terios, nonché le nuove Cuore, la YRV e l'insolita (troppo per il nostro mercato) Materia. Purtroppo il continuo rinnovare della gamma nel Vecchio Continente non è stato sufficiente a sostenere le vendite e, pochi giorni fa, i vertici della Casa di Osaka hanno comunicato ufficialmente il ritiro del marchio dai mercati europei, complice anche - secondo quanto dichiarato - la sfavorevole congiuntura economica globale. Con il "delta" di Daihatsu se ne va dalle nostre strade l'ultimo tra i costruttori squisitamente nipponici, l'unica casa che ha avuto il coraggio di proporre fuori dai confini nazionali automobili di concezione insolita ed originale. Purtroppo, come già altre volte ribadito, ci sono casi in cui la fortuna "non" aiuta gli audaci...

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Autore: Salvatore Loiacono

Tag: Retrospettive , Daihatsu , auto giapponesi , auto storiche


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