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pubblicato il 22 aprile 2010

Fiat non licenzia, ma offre lavoro in Italia

Il Piano parla di più produzione. I sindacati accettano

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Fiat licenzia oppure no? Era davvero difficile trovare una risposta a questa domanda ieri, mentre l'amministratore delegato Sergio Marchionne illustrava il Piano Strategico Fiat 2010-2014. Il manager ha descritto molto bene la riorganizzazione della produzione di auto negli stabilimenti a seguito del piano prodotti Fiat-Chrysler, ma del taglio all'occupazione in Italia non un accenno. Anzi, dei tanto "attesi" 5.000 licenziamenti neanche l'ombra, mentre dal suo discorso è emerso tutto il contrario: "Il nostro piano per l'Italia rappresenta anche una grande opportunità per creare posti di lavoro in Italia".

Il livello degli investimenti destinato al nostro Paese, dice Marchionne, "è pari ai due terzi di quelli di tutti i business del Gruppo Fiat a livello mondiale". L'Italia sarebbe così importante per il Lingotto che l'azienda ha persino nominato una parte del proprio business plan "Fabbrica Italia", "per sottolineare il fatto che le radici industriali del nostro Gruppo sono e rimarranno in Italia e queste radici intendiamo rafforzarle". parole che smentiscono quanti in precedenza avevano accusato Marchionne di non essere "patriottico", ma piuttosto "cinico" o "filo-americano". Eppure c'è chi rimane scettico.

La sfida di Marchionne di raddoppiare la produzione italiana entro i prossimi cinque anni è stata accettata dai sindacati, ma nell'aria c'è ancora molta tensione, preoccupazione per il futuro e perplessità. Ieri sera intorno alle 19:30 Marchionne ha incontrato Fim, Fiom, Uilm e Fismic, e in quell'ora ha messo i sindacati di fronte a una scelta con poche alternative: bisogna accettare il piano - ha detto l'ad durante la conferenza stampa di chiusura - perché "è già pronto un piano B che non è molto bello" per l'Italia. Non mi sono mai trovato di fronte a un rifiuto di lavorare su 18 turni - ha aggiunto Marchionne - con la Uaw (United auto workers, il sindacato Usa che siede nel cda Chrysler, ndr) non abbiamo mai avuto problemi simili". Ecco allora cosa ha deciso Fiat per i suoi stabilimenti:

L'ITALIA E' LA "FABBRICA" DI FIAT
Confermata la chiusura di Termini Imerese entro il 2011, l'obiettivo di "Fabbrica Italia" è incrementare gradualmente i volumi di produzione nel nostro paese fino a raggiungere nel 2014 le 1.400.000 unità, più del doppio delle 650.000 del 2009; di questi, oltre un milione sarà destinato all'esportazione (300.000 unità per l'America). L'impianto di Miraforiori, dove verranno allocate le architetture Small e Compact, aumenterà la produzione di 100mila unità e c'è in programma un piano per riconfigurare l'impianto di verniciatura per migliorare i flussi produttivi. A Cassino i volumi verranno quasi quadruplicati. A Melfi il livello di architetture prodotte nel 2014 su Small saranno in eccesso di 400mila unità. A Pomigliano D'Arco, alla fine del 2014, si arriverà a produrre 250mila unità su base Mini ogni anno e lo stabilimento Sevel avrà volumi superiori alle 240mila unità. Alla Polonia (a Tychy) sarà assegnata la produzione della piattaforma Mini e alla Serbia (a Kragujevac) la produzione sarà concentrata sulla piattaforma Small, con volumi pari a circa 170mila-180mila unità all'anno.

I SINDACATI ACCETTANO IL "NUOVO" PIANO
Le parole di Marchionne hanno generato reazioni diverse all'interno dell'azienda. Il sindacato "si è trovato nella posizione, motivata dal rilancio produttivo, di accettarne l'impianto generale", si legge in una nota e Enzo Masini della Fiom-Cgil ha detto, uscendo dal Lingotto: "Questo piano è nuovo. È un progetto che finalmente prevede quello che chiedevamo da tempo, cioè un aumento della produzione in Italia". La Fismic condivide il piano della Fiat "perché porterà un rilancio produttivo e la salvaguardia dei lavoratori in Italia", come ha detto Roberto Di Maulo. Per la Fiom rimane il rammarico della chiusura di Termini Imerese, dove sono attualmente impiegate 1.500 persone (senza considerare l'indotto), e Federico Bellono, numero uno della Fiom di Torino, che abbiamo incontrato ieri davanti al Lingotto (dove i lavoratori hanno manifestato "per non fare passare sotto silenzio" la loro condizione) ci mette "la pulce nell'orecchio". E' vero che Marchionne non ha parlato di licenziamenti, ma "ci sono diverse procedure di pre-pensionamento in atto negli stabilimenti, in particolare di Pomigliano e Cassino" ci dice, e se alle circa mille mobilità aperte si aggiungono i 1.500 di Termini Imerese si arriva a 2.500 ex-Fiat. "Un numero che è destinato ad aumentare" secondo Bellono, perché per i prossimi mesi è previsto un calo delle immatricolazioni del 30% e questo significa - per i prossimi mesi - "tanta cassa integrazione".
E per chi pensa che negli uffici Fiat la situazione sia più "serena", incontriamo in aeroporto Diletta - ex-Chrysler Italia - che ci racconta dei corsi di formazione che Fiat ha imposto ai dipendenti ex-Chrysler per farli uniformare alle loro procedure. La paura, che nasce dal silenzio di Torino sul "loro" futuro, è soprattutto quella di un trasferimento di città in città, ma questo - come ammette anche lei - "è un problema che riguarda più in generale tutto il mercato del lavoro. Quando una società è acquistata da un'altra, soprattutto se estera, è ovvio che gli equilibri interni non siano più gli stessi".

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Tag: Mercato , Fiat , produzione , lavoro


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